Books & EventiIn Evidenza

“Ho scelto da che parte stare”. Motta si racconta in “Vivere o morire”

14-04-2018

Di Claudia Palermo

“Ho scelto da che parte stare”. Motta si racconta in “Vivere o morire”

Di Claudia Palermo e Silvia Santachiara

 

“La mia paura più grande, è dimenticare. Quello che ero, i miei sbagli”

Dopo l’esordio discografico con “La fine dei vent’anni”, con il quale si è aggiudicato il premio Tenco 2016 nella categoria “Opera Prima”, Francesco Motta ritorna due anni dopo con “Vivere o morire”.

Nove brani registrati tra Roma e New York e scritti con l’aiuto di Pacifico, che l’ha spinto a voltarsi indietro e ad andare a recuperare tutto quello che aveva fatto finta di non vedere, scavando a mani nude tra le emozioni e dentro ad anni di “ordinato disordine”. Il cantautore pisano ha saltato oltre il “bianco” o “nero”, “si” o “no”, “ci sono” o “non ci sono”, “vivere” o “morire”, oltre quella concezione binaria della vita che aveva fatto da spartiacque fino ad ora. E proprio andando oltre, ha scelto da che parte stare.

Un album prodotto da Taketo Gohara che è un racconto intimo e introspettivo in cui mostra senza mezze misure quello che nel frattempo è diventato; un percorso tra malinconie, paure, errori che si costruisce traccia dopo traccia, ma senza compromessi ne sconti. Le frasi arrivano dritte dove devono, la consapevolezza che se si accetta il proprio passato e lo si trasforma si può essere “quasi felici”, anche.

Lo incontriamo al Caffè Zamboni per uno spritz prima della presentazione alla Feltrinelli di piazza Ravegnana. Ci dice è oggi è più pronto ad amare, e che “è ora di restare“.

Sei andato a cercare cose della tua vita che avevi fatto finta di non vedere e che hai portato nel nuovo disco. Non vedere è un modo per anestetizzare, per non “sentire”. Perchè però poi si ha l’urgenza di andarle a recuperare quelle cose? Senza le quali forse non si può andare avanti davvero e tentare di essere (quasi) felici?

Perchè in qualche modo poi ci si sbatte la testa, veramente. Faccio il musicista e questa è una fortuna perchè ho potuto anche dire delle cose, scrivendole da solo in casa. Cose che non avevo mai detto a nessuno. Per quanto riguarda quelle che avevo fatto finta di non vedere non posso dirtele perchè sono nel disco, nemmeno in modo troppo velato. E si, accettare gli sbagli e trasformarli, è già cercare di essere felici

Sembra che nei tuoi testi parli sempre di essere in cammino, verso cosa? Ma soprattutto in quale direzione, visto che hai detto che con questo album hai fatto la tua scelta?

Nella direzione in cui quello che faccio lo faccio per stare bene. Non nell’immediato, ma in generale. Scelgo di più le persone, il mio tempo”

In “Chissà dove sarai” chiudi con “stai già iniziando a dimenticare…”. Hai paura di dimenticare?

“Certo che ce l’ho. Soprattutto di dimenticare quello che ero, i miei errori. E’ la paura più grande che ho”

“E a volte ho un pò paura. Non riesco a stare con una donna sola”. Ci sono molte altre paure in questo album. 

Ora ci riesco a stare con una donna sola e lo puoi scrivere nell’intervista (sorride). E forse anche perchè sono riuscito a dirlo nella canzone. In qualche modo si esorcizzano le paure nelle fragilità. E una volta che le hai esorcizzate è un pò come se te ne fossi liberato

Hai detto che parlare d’amore è una presa di pozione. In che senso?

Le canzoni d’amore sono anche politiche nel momento in cui prendi una posizione e racconti da che parte stai. Spesso sui social e purtroppo anche in politica è vincente chi dice una cosa e poi il suo contrario. Io adesso ho voglia di buttarmi. Non so se mi buttero dalla parte giusta, ma lo sto facendo. Vivere quindi, e non morire

Pare che questo secondo album sia un pò un saluto alle cose belle e brutte della gioventù. Ti senti così?

La gioventù non mi ha portato cose belle e brutte, ma sbagli che mi hanno fatto crescere. Magari c’è stata una giustificata ingenuità su alcune scelte ma questa cosa è giusta. Ed è giusto che le persone cambino

Dopo un anno torni più maturo ma anche più romantico.

Sono più pronto ad amare rispetto a prima. ‘Quello che siamo stati’ ad esempio è una sorta di dialogo immaginato in cui due persone riescono a stare meglio di prima, una rigenerazione che si capisce spesso dopo la fine di un rapporto. Non sanno più nulla l’uno dell’altro, ma in fondo non c’è bisogno di raccontare troppo perchè quello che sei e che sei stato si vede dalla faccia e dalle parole che dici. Non vi posso spiegare tutte le canzoni però! (sorride)

Ti sei molto ammorbidito: mancano la violenza e la rabbia de “La fine dei vent’anni”.

Raggiungere la tranquillità è stata talmente dura da non sentire necessità di aggiungere all’album dei brani aggressivi, avrebbero interrotto il racconto. 

Questo ultimo lavoro incarna la consapevolezza dell’età adulta?

Oggi impiego meglio il mio tempo e mi voglio più bene. In questo modo sono più pronto a voler bene agli altri, non che prima non fosse così però, secondo me, per stare bene con gli altri, bisogna stare bene anche con sé stessi.

Possiamo considerarlo un album dei ricordi, di vecchie fotografie?

Sì, e questo mi ha portato anche ad immaginare il mio futuro, un futuro in cui spero di essere contento.

Non manca il riferimento ai tuoi genitori.

I miei genitori in questo disco sono visti in maniera più distaccata, più umana, con le loro fragilità di uomo e di donna, e non solo nel loro ruolo di genitori. In questo modo mi sono avvicinato molto di più a loro.

Condividi questo articolo