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L’autoscatto per guardare dentro le nostre ferite. La fotografia autobiografica di Camilla Urso

19-02-2018

Di Elena Ghini

L’autoscatto per guardare dentro le nostre ferite. La fotografia autobiografica di Camilla Urso

Camilla Urso di storie ne ha tante dentro di sé. Pezzi di vita che racconta attraverso la fotografia e le parole. “Non sono una fotografa. Non sono una scrittrice. Ma senza fotografia non potrei scrivere alcuna storia. Nemmeno la mia”. Laureata in Comunicazione Internazionale, Camilla si avvicina alla fotografia terapeutica per raccontare se stessa attraverso l’autoscatto. Un processo di ri-narrazione di sé e di indagine personale che ha influenzato anche il suo percorso lavorativo. Dopo aver frequentato il master in “Video, fotografia, teatro e mediazione artistica nella relazione d’aiuto”, oggi conduce laboratori di narrazione e autobiografia per immagini rivolti ad associazioni e privati. All’ottavo mese di gravidanza, ha impugnato la macchina fotografica, è andata alla Certosa di Bologna e ha realizzato il suo primo progetto fotografico Esilio. Genealogia della madre.

Un’idea insolita. Cosa ti ha spinto a farlo?

“E’ stata un’esigenza fisica. L’istinto è stato quello di prendere la macchina fotografica. Rivolgerla verso di me ed è nato tutto. L’urgenza di ridefinire gli equilibri nel rapporto con mia madre. Così nasce il mio percorso fotografico. Quando ho iniziato la mia prima gravidanza ho dovuto fare una ristrutturazione interiore. Dare un nome e una collocazione a ferite antiche. E l’autoscatto ha dato voce a questa esigenza”.

Esilio. Genealogia della madre.

Immagini intense. Cosa rappresentano?

“I soggetti sono tre: una foto in bianco e nero di mia madre, io vestita a lutto e mia figlia dentro la pancia. Ho scelto il cimitero come luogo simbolico di morte e rinascita. L’obiettivo è trovare dentro di me un’armonia nel rapporto conflittuale con mia madre. Nell’assenza una possibilità di dialogo che mi permette di mantenere un filo della mia storia. La mia eredità. Un filo che se spezzato è molto doloroso e che ho cercato di ricucire. E non solo, ho dovuto fare i conti con la mia nuova figura di madre. Purtroppo il delicato lavoro che ogni donna compie su di sé ogni giorno per diventare madre è poco rappresentato a livello sociale e credo che ci sia molto da fare per far sì che le madri abbiano lo spazio per esprimersi autenticamente senza censure. Sono una rammendatrice di stracci. Ho sempre cercato di recuperare pezzi e rimetterli insieme. Ho avuto il bisogno di vivere il mio lutto senza rammendare pezzi di nessuno. Prendermi il mio tempo di stare nelle macerie e creare qualcosa di nuovo senza sentirmi in colpa. Spesso per far nascere qualcosa nella vita occorre che qualcos’altro venga seppellito e questo progetto è stato per me un atto profondamente catartico in cui ho elaborato il lutto legato a un’eredità familiare dolorosa e così facendo ho fatto spazio a me, a mia figlia e ad un nuovo possibile senso dell’essere madre”.

Casa in pancia.

In che modo la fotografia è terapeutica?

“Ciò che è terapeutico è la possibilità che ci concediamo di liberare la nostra storia e di prendere in considerazione un nuovo modo di raccontarla e di raccontare noi stessi. L’atto performativo è importante tanto quanto vedere poi le foto. E’ un canale per innescare dei processi di auto-esplorazione che portano alla conoscenza e consapevolezza di sé. Chi partecipa ai miei laboratori non si presenta a parole ma attraverso un’immagine. Si entra fin da subito in una dimensione più intima e profonda, da cui parte il lavoro laboratoriale”.

Non solo immagini ma anche parole.

“Mi esprimo al meglio unendo le due cose. Mi definisco una photo writer. Le narrazioni si appoggiano alle immagini. Penso a un pozzo in cui stanno rintanate le nostre storie profonde. E spesso la parola non è sufficiente a percorrere la distanza per raggiungerle. La fotografia può portarle alla luce e accudirle. A partire dalle immagini si uniscono le parole. Posso definirlo un autoritratto con parole”.

Autoritratto senza fatica di me dentro.

Il viaggio di Camilla continua con altri progetti autobiografici come Le stanze e Autoritratto senza fatica di me dentro. Li trovate qui www.camillaurso.it .

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