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Marco Brancato, l’illustratore che disegna (anche) canzoni

03-04-2018

Di Claudia Palermo

Marco Brancato, l’illustratore che disegna (anche) canzoni

L’ho conosciuto ad un concerto a Bologna mentre stavo aspettando di intervistare i ragazzi della band che si era appena esibita quella sera. Marco era insieme a loro, ma non è né un cantante né un musicista: Marco le canzoni le disegna, è un illustratore. Così, come Alice rapita dal bianconiglio, incuriosita e senza timore, ho deciso di addentrarmi nel suo mondo, perdendomi in luoghi meravigliosi, incantati ed esotici. Mi chiedevo come nascessero tutte quelle creature, come un ragazzo potesse concepire, dar vita e potenza a realtà del tutto nuove, a storie incalzanti che rendono tangibili le canzoni.

Ho avuto la fortuna di assistere ad alcuni momenti creativi di Marco e, attraverso quest’intervista, mi piacerebbe portare anche voi nei mondi colorati, inquietanti, romantici di un illustratore.

Marco, ci descrivi la giornata tipo di un illustratore?

Non c’è una giornata tipo di un illustratore. Uno degli aspetti positivi di questo mestiere è quello di non essere travolti dalla routine. Le giornate variano a seconda dei progetti a cui lavoro, e, lavorando in autonomia, gestisco io stesso il mio tempo.

Perché hai scelto Bologna?

Innanzi tutto perché mi piace, è una bella città in cui mi piace vivere. Bologna è piena di illustratori e, per quanto riguarda questo mestiere, offre molti stimoli ed eventi: mi vengono in mente BilBolBul, Fruit, Children’s Book Fair. Ma anche eventi artistici e culturali di altro tipo. È una città viva, in continuo fermento, e la sua posizione geografica è strategica dal momento che è vicina e ben collegata alle città italiane più importanti: Torino, Milano, Firenze, Roma.

Io ho avuto il piacere di assistere ad alcuni tuoi momenti creativi. Spesso i disegni sembrano nascere di getto, senza una figura preparatoria. Cosa c’è nella tua testa? Quanti strani mondi?

Spesso ciò che non passa da un disegno preparatorio nasce da me, spontaneamente, senza pensare ad un prodotto finito, anche se da qui può in seguito delinearsi un potenziale progetto. Ciò che invece mi viene commissionato, di solito, deve passare dalla cosiddetta bozza per confrontarmi con il committente.

Quello che c’è nella mia testa spero si riesca a percepire, almeno in parte, attraverso i miei disegni. Nella mia testa c’è il frutto di un’attenta osservazione della realtà: osservo molto ciò che mi circonda, immagazzino e poi lo tiro fuori quando serve, durante le mie fasi creative.

I Mòn, uno dei gruppi rivelazione nel nuovo panorama musicale, considerano Marco uno di loro perchè ha saputo, senza alcuna direttiva, se non la musica e i testi stessi, dare forma a Zama, il loro ultimo album.

Come nasce l’incontro con il mondo della musica?

Quasi in concomitanza con il mio avvicinamento al mondo dell’animazione. Il primo approccio con la musica è stato il lavoro della mia tesi di laurea: ho animato il video di una canzone dei Madkin. Da qui, per una serie di strane coincidenze, ho cominciato a collaborare con l’etichetta discografica Maciste Dischi fino ad arrivare ai Mòn.

Ogni video è una storia e mai arte fine a sé stessa (che ci piace comunque!). Uno degli ultimi lavori che hai animato, Fragments, brano dell’album Zama dei Mòn, è un vero e proprio romanzo di formazione.

Rispetto agli altri video che ho realizzato, Fragments è sicuramente quello con una trama più definita, con un’impostazione narrativa. In questo caso abbiamo deciso di adottare la soluzione della storia vera e propria. In altri casi, tipo in Lungs, altra canzone di Zama, per esempio, anche se c’è un filo che connette tutte le immagini, presenta una struttura molto più libera, si racconta in un modo molto meno lineare di Fragments.

 

 

A lavoro finito, guardando i tuoi videoclip, cosa provi nel vedere ciò che hai creato avere vita propria, muoversi e fondersi con la musica in armonia e con coerente continuità?

È emozionante perché il disegno prende vita e si riscopre meglio la potenza che nasce dall’unione di due forme d’espressione diverse, in questo caso immagine e musica.

Cos’è il disegno per te?

Il disegno è un’espressione del pensiero, è un linguaggio con cui, a volte, riesco ad esprimermi meglio delle parole, un modo di comunicare che mi fa sentire a mio agio. È stato da sempre un bisogno fisiologico, fin da bambino quando mi bastavano un foglio e una matita per divertirmi e stare tranquillo. L’arte, secondo me, è anche bisogno, l’artista è ossessionato.

Tu ti senti ossessionato dunque?

Ossessionato sì, artista lo faccio decidere agli altri!

Pensi possa salvarti in qualche modo?

Nella propria arte un artista rischia di poterci annegare. Ritornando alla domanda precedente, proprio perché è un’ossessione non sempre è una salvezza, a volte è il contrario. Spesso la depressione, le brutture della mente derivano da forti esperienze artistiche, perchè in esse c’è un alto grado di empatia, che si tratti di illustrazione, scrittura, recitazione. C’è un’immersione psicofisica che porta anche a perdere qualcosa, dunque non sempre l’arte è un rifugio, può anche essere una trappola.

“Ciao sono Marco e faccio l’illustratore.” Qual è la reazione della gente? Pensi possa avere poca credibilità chi oggi fa dell’arte il proprio mestiere?

In tanti reagiscono molto semplicemente: “Cioè?”. È sempre un bel casino spiegare in cosa consiste il mio mestiere, ormai sono preparato a questa domanda e, quando sono di fretta, mi limito a dire che faccio grafica, mentendo spudoratamente, come quando alla domanda “Da dove vieni?” si cita la provincia e non il vero paesino sperduto di provenienza. Non mi interessa cosa possa pensare o pensa la gente, io campo benissimo!

 

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