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Miguel Carrasco e i suoi Kokedama

04-01-2018

Di Bruna Orlandi
Foto di Laura Bessega

Miguel Carrasco e i suoi Kokedama

Arriva da terra nipponica e ne ha tutta l’aria. Zen, naturalmente.

Si chiama Kokedama, vuol dire perla di muschio e di elegante non ha solo il nome. Ad importarlo a Bologna è Miguel Carrasco, eclettico esteta nativo di Granada e atterrato in terra felsinea per amore e solo per amore.

La sua abilità è quella di restituire sferica bellezza a una semplice pianta. La toglie dal vaso, la modella, arrotonda e, aggiunta una miscela di terricci argillosi 100% naturali, la riveste di muschio.

 

Photo: Laura Bessega

Gli propongo il gioco del “se fossi” chiedendogli che pianta sarebbe.

Che domanda!” si lascia scappare con accento ispanico e sorriso ironico ma poi risponde senza indugi: una felce.

Io, che della felce so solo che è verde, gli chiedo perché e mi spiega che è robusta e si alimenta di sole e umidità. Continuo ad ignorare come sia fatta ma intuisco che vorrebbe essere così, solido e vigoroso. Ed ecco Miguel che con una domanda, forse ordinaria, esce fuori e si racconta. Si occupa di progettazione del verde, shooting fotografici e consulenza di arredo, colleziona caffettiere, brocche, ciotole e piatti, purché funzionali ed estetici.

Nel suo curriculum vitae brilla il nome di Madonna per la quale allestisce con fiori, garze di seta e candele i suoi ambienti privati nello Stadio Olimpico di Barcellona in occasione del Blond Ambition Tour del ’92. Era l’esordio del periodo vegano della star e desiderava il verde attorno a sé.

Frequenta Architettura a Barcellona ma poi la lascia perché le sue mani hanno urgenza di manipolare e plasmare la materia. Conosce per la prima volta la sfera giapponese tramite un compagno di facoltà il cui padre era un maestro di kokedama. Più che conoscerla, la riconosce come sua passione e si cimenta nella lavorazione. L’amore per il mondo naturale è già iscritto nel DNA di Miguel che lo eredita, piccolissimo, dai nonni e sebbene ne conservi un ricordo sfocato, quell’imprinting gli rimane tra le dita e nel cuore.

Pur non tradendo il suo legame con la ceramica, non solo lavorandola ma anche laureandosi in Ceramica Scultorea, perfeziona l’arte botanica durante i suoi numerosi viaggi in Oriente dove entra in contatto con maestri del kokedama.

Mi racconta che la tradizione del kokedama, nata in Giappone nel ‘600 per ingegno delle persone povere che non avevano un vaso in cui riporre le piante, si sta perdendo.

Photo: Laura Bessega

Come le orecchiette della nonna in Puglia”, gli dico. “Come la sfoglia”- replica da perfetto bolognese adottivo-. “I giovani giapponesi sono assetati di Occidente”. E noi, che divoriamo sushi, siamo cresciuti con Lady Oscar, mettiamo zenzero ovunque, leggiamo i manga e Haruki Murakami, adottiamo volentieri la loro tradizione.

Perché mi piace? Arreda con stile ed è a prova di pollice nero come il mio. Richiede poca cura e si innaffia per immersione in acqua. Io prediligo la versione aerea ma sta bene anche su un piatto. I più abili possono crearlo da sé e coltivare anche il muschio: è sufficiente spruzzare latte o birra su un sasso e il muschio cresce. Parola di Miguel!

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