Design & Moda

Per filo e per segno: le sculture di Elena Fregni

15-12-2017

Di Giulia Petruzzelli (Zamboni Gruppioni)

Per filo e per segno: le sculture di Elena Fregni

Molti fili si sono intrecciati nel mio discorso? Quale filo devo tirare per trovarmi tra le mani la conclusione? […] Resta ancora un filo, quello che avevo cominciato a svolgere all’inizio: la letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere.

(Italo Calvino, “Leggerezza”, Lezioni Americane).

Maglietta bordeaux, leggins attillati neri, riccioli argentati raccolti a coda di cavallo: mi accoglie così Elena Fregni, con calore e disinvoltura. Mi manda avanti, mi fa entrare a casa sua e mi lascia da sola qualche minuto, finchè recupera delle chiavi da un vicino. Si dice che dalle case delle persone si capisca tanto della loro personalità: se è così, quella di Elena è aerea. Sopra la mia testa si muovono – con elegante fermezza – una medusa, una tartaruga, qualche pesce. Un cervo mi scruta dalla parete, una giraffa – sarà lunga 2 metri – sbuca dalla stanza accanto e si protrae, curiosa, verso di me. Eccomi entrata nel mondo di Elena Fregni, dove le forme fluttuano leggere e il peso della loro non trascurabile presenza è appeso a un filo.

Elena, ci racconti come e da dove hai cominciato a lavorare il filo di ferro?

“Sono nata a Crevalcore, alle superiori ho studiato odontotecnica ed è lì che ho imparato la piegatura del filo di ferro. In realtà, quello che si usa per gli apparecchi dentistici, è filo di acciaio, ma le tecniche di fonderia sono le stesse che uso oggi, con gli stessi strumenti quasi. Anche se il filo di acciaio è molto più complicato, perchè non si ha una seconda chance: una volta che è in forma, rimane così, non si può piegare di nuovo. Mi sono divertita molto in quel periodo, andare in laboratorio aveva qualcosa di magico, era come un’alchimia, con il fuoco, il materiale…Dopo avrei voluto aprire uno spazio di erbe officinali, ma essendo diventata mamma non riuscivo a conciliare tutto. Quindi ho rimandato e quando mio figlio è cresciuto mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Bologna. I miei disegni sono sempre andati a ruba: fin da quando ero alle medie le maestre e i compagni mi chiedevano in regalo i miei schizzi. Così, su consiglio di un’amica entusiasta dell’Accademia, ho deciso di iscrivermi. All’Accademia ho studiato di tutto, la lavorazione della creta, del marmo, del legno, la carta pesta…”

E il filo di ferro?

“Il filo viene dal mio progetto di tesi che era incentrato sui busti in carta pesta che in realtà hanno una struttura di rete sotto. Da lì mi è venuta l’idea. Tieni presente che anche quando si fanno le sculture di creta bisogna creare sotto una specie di ossatura di fil di ferro e legno, perchè altrimenti le varie parti di creata non reggono, non stanno insieme. Quindi, in parte, avevo già sperimentato la tecnica di lavorare il filo durante le lezioni di scultura”.

Chi sono i tuoi maestri, a chi ti ispiri?

“Bè, io poi non ho inventato niente di nuovo, Calder secondo me rimane irraggiungibile”.

Come si svolge il tuo lavoro? Lavori qui in casa o hai uno spazio fuori?

“Sì, lavoro qui. Infatti questo è più spesso un laboratorio che una casa, a volte mi ritrovo a mangiare in piedi o negli angolini rimasti liberi. Prima di iniziare con il filo, per primissima cosa, studio. Se scelgo di fare un animale prima lo devo conoscere: guardo un sacco di foto su internet, cerco libri. Poi lo disegno, lo riproduco tante volte. Questo è un momento speciale per me, rappresenta una forma di mimetismo con ciò che sto disegnando, ci entro in sintonia per coglierne l’essenza. La creazione per me è un momento molto intenso”.

E’ un unico filo o sono tanti?

“Sono tanti. Conta che quando prendi la matassa di filo di ferro, no?, ecco, è una matassa tonda, grande. Tu prendi il filo e cominci a “scaldarlo” con le mani una, due, tre volte…è come se lo massaggiassi. Chiaramente devo indossare dei guanti, se no rischio di bruciarmi la pelle. Ad esempio, per far sì che il filo sia dritto lo prendo dalla matassa, ed è curvo. Allora lo piego con il calore della mani nel verso opposto, poi lo rimetto nel verso iniziale, e poi ancora nel senso opposto e di nuovo in quello iniziale…così, finchè non lo “convinco” a stare dritto. Quando dalla matassa cominci a mettere il filo in forma questo cresce di volume, è come una creatura che si sviluppa da sola: dopo un po’ è impossibile tenere un unico filo. Allora ne aggiungo altri che annodo insieme, non uso mai la saldatrice”.

Tanti animali e pochi umani…

“Faccio anche umani, ritratti di persone famose (Frida Khalo, ad esempio – ndr) e non.Tanti animali sì, soprattutto insetti. Amo gli insetti, credo che siano il non plus ultra del design. Sono come la Lamborghini della natura. E poi sono animali fantastici, con capacità incredibili (ad esempio, lo sapevi che i coleotteri hanno una specie di tagliola dietro la testa con cui tagliano le zampe dei loro avversari?). Quello degli insetti è un esempio di ingegneria stupefacente…non a caso alcuni di loro passano circa 2 terzi della vita in stato di larva, a costruire il loro corpo. Penso che se avessero le nostre dimensioni noi umani non saremmo sopravvissuti un secondo. Eppure, molti li ritengono pericolosi o addirittura “schifosi”. Ero alla Fiera dell’Entomologia di Milano, qualche tempo fa, e ho visto un sacco di mamme portare il loro figli davanti e le teche e dire: “Guarda che schifo questo…”. Io non condivido questo tipo di educazione. I bambini guardano le cose senza giudizio e si stupiscono molto più di noi, in modo genuino. Sono gli adulti che gli insegnano a guardare il mondo con occhi giudicanti”.

 

Elena a questo punto si alza dalla sedia, prende una scatolina di Pasticche Leone e mi mostra la sua recente collezione: dentro la latta, invece delle caramelle, ci sono una trentina e più di mute di cicala. Le ha raccolte in giro per Bologna, ai Giardini Margherita soprattutto, incantata dalla loro perfezione. Ha ragione, a guardarle così sono delle piccole sculture anche loro: zampette, occhi, antenne, tutto conservato in un involucro fragile e trasparente. Me ne regala tre, in una boccetta di vetro che metto in borsa come una cosa preziosa.

Ecco, io penso di essere attratta dagli insetti perchè a guardarli da vicino non puoi che rimanerne incantato…non puoi pensare altro che esista Dio, perchè chi può avere tanta fantasia? Gli insetti sono alla base della catena alimentare ed è per questo che trovo molto frenante, nel nostro modo di vedere le cose, il pensare che solo perchè strisciano facciano “schifo”.  Anche una blatta, se escludi il fatto che ti invade casa, è bella da vedere (me ne indica una, gigante, alla parete: filo di ferro bianco, antenne lunghe, bellissima). Per questo forse li faccio grandi, perchè in fondo se lo meritano.

E gli altri animali, come scegli cosa fare?

“Penso di aver scelto alcuni animali sempre per una specie di senso etico o di giustizia: o perchè erano in via d’estinzione, o per il motivo opposto. Ad esempio, ho fatto anche un banco di sardine, che sono scontate ma che proprio per questo non vengono viste mai per come sono davvero. Una volta una signora mi ha chiesto un gatto…ma io non gliel’ho fatto. Forse ho sbagliato, forse se ne avessi saputo di più avrei colto quel qualcosa che lo rendeva speciale ai suoi occhi”.

Pesci, insetti, mammiferi…e i volatili?

“Sì, anche i volatili sono interessanti…una volta ho fatto un’oca. Ma non l’oca classica, ho fatto un’oca nel momento di spiccare il volo, che per le oche è il momento di maggiore contrazione e fatica: tu le vedi che battono i piedi sull’acqua per tirarsi su ed è tutto concentrato lì, in quel momento che non è per niente facile per loro”.

Collabori spesso con altri artisti o preferisci lavorare in solitaria?

“Mi piace molto lavorare insieme ad altri. Una delle più recenti collaborazioni è con Simone Bellotti. Con lui abbiamo realizzato il Drago di Komodo che c’è al Giardino del Guasto. E’ un drago di oltre 2 metri. In quel caso, il filo era molto più spesso e Simone lo ha saldato. Ci siamo divertiti molto, anche perchè la sua realizzazione è stata preceduta da un laboratorio con i bambini in cui li abbiamo fatti disegnare, gli abbiamo chiesto cosa sapessero del Drago di Komodo e li abbiamo fatti sperimentare con il filo e con alcuni attrezzi del mestiere. Ed è sorprendente vedere quanto siano veloci i bambini! E la loro fantasia è un’incredibile fonte di ispirazione anche per noi”.

Mostre in Italia e anche all’estero: c’è differenza nel modo in cui vengono recepite le tue opere?

“Mah…direi che all’estero sono più interessati. Sono incuriositi da quello che fai, non vengono perchè c’è l’aperitivo o per l’evento, ma per vedere il tuo lavoro. Credo che, in Italia in particolare, abbiamo talmente tanta bellezza che spesso non la vediamo neanche più. Solo quando ci si allontana, magari perchè si va all’estero, si capisce quante cose abbiamo noi e quanto le sottovalutiamo o addirittura non le conosciamo nemmeno. Pensa che l’altro giorno sono andata a Sassuolo e lì ho scoperto, per caso, che c’è un posto pazzesco che si chiama la Peschiera del Palazzo Ducale (mi mostra le foto): e nè io nè i miei amici lo sapevamo, ma è un posto davvero incantevole che non si può ignorare!”

 Il progetto più difficile che ti è capitato?

“Un elicottero. Per il Museo del Milan Calcio, un progetto curato da Fabio Novembre, a Milano. Mi era stato commissionato un elicottero a grandezza naturale. Ci ho messo circa 5 mesi per farlo. Anzi, a dire il vero, per far sì che reggesse, ne ho dovuti fare due: uno dentro l’altro. Chiaramente, erano divisi in pezzi che ho dovuto assemblare lì, in una settimana di tempo. Avevo fatto qualche prova prima, ma non ero del tutto sicura che poi sarebbe andata bene…per fortuna è riuscito tutto! Anzi, a proposito del lavorare in squadra, in quel caso ci si pose anche il problema di come appenderlo. Perchè, sai, un conto sono le mie sculture, che basta un po’ di lenza per appenderle, perchè sono leggerissime. Un conto è un elicottero a grandezza naturale. E’ stato molto bello collaborare col personale dell’allestimento, perché ci siamo ingegnati per trovare una soluzione che reggesse il peso della scultura senza diventare invasiva…alla fine abbiamo trovato dei tubolari di acciaio con la seziona quadrata che facevano esattamente al caso nostro. Questo tipo di occasioni mettono alla prova la tua creatività e ti fanno entrare in sinergia con gli altri, perchè tutti insieme collaborate per trovare una soluzione. Quando riesce, è una gran soddisfazione”.

Sono le venti e trenta, quando finiamo di parlare. Elena questa intervista ha preferito non registrarla, ho preso appunti sull’ipad, che all’inizio ha guardato un po’ contrariata. Non le piace molto la tecnologia, da cui – dice – rischiamo di essere davvero troppo dipendenti. Le piace la radio, questo sì, e se può non si perde mai una puntata del libro ad alta voce di Radio 3. E dopo aver chiacchierato con lei due ore piene, non faccio fatica a immaginarla così, mentre doma il filo e parole e metallo si annodano insieme, nell’aria.

 

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