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Peter Greenaway e la moglie al Biografilm per presentare “The Greenaway Alphabet”, un dialogo tra padre e figlia

18-06-2018

Di Elvira Del Guercio, Laura Bessega

“A ottant’anni morirò, perché un uomo a quest’età non ha più niente da dare”.

Una frase forte, lapidaria, soprattutto se detta alla propria figlia.

Peter Greenaway, regista, pittore e sceneggiatore, ha partecipato al Biografilm in una veste nuova: quella di attore e padre in “The Greenaway Alphabet”, un dialogo intimo tra padre e figlia, diretto dalla moglie Saskia Boddeke.

Tra considerazioni filosofiche, suggestioni artistiche e momenti di rara delicatezza inizia il film della Boddeke: una sorta di lascito che la regista ha voluto lasciare alla ragazza.

Peter Greenaway e la moglie Saskia Boddeke

Ormai l’appuntamento estivo con Peter Greenaway durante il Biografilm Festival è consueto per i bolognesi, ma quest’anno il regista gallese non era solo; anzi, era proprio lui a fare da silente accompagnatore a sua moglie Saskia Boddeke, anch’essa regista, per la presentazione del film

Con un’operazione che ricorda moltissimo il film che Agnés Varda realizzò per il marito Jacques Demy pochi anni prima della sua morte, la Boddeke ripercorre l’immaginario dell’artista attraverso un dialogo tra Greenaway e la figlia, con un’inchiesta che s’insinua oltre i meccanismi documentari, facendoci sentire la sua presenza dalla timida voce fuori campo iniziale, lungo tutto il corso del film fino alla dichiarazione finale.

Una presenza non fisica, quanto intellettuale, mentale e creatrice che permette al marito e alla figlia Pip\Zoe di rivelarsi e ripercorrere le proprie psicologie senza alcun timore, facendo sì che invece del consueto allontanarsi dalle figure genitoriali, da parte della ragazza, si realizzasse piuttosto un progressivo e naturale accostarsi.

Saskia Boddeke

Pip e Peter, due figure agli antipodi della vita che la regista coglie nel quotidiano avvicendarsi di accadimenti e circostanze che li riguardano: dalle accese discussioni sull’entità di un’artista contemporaneo piuttosto che di un altro alle confessioni più segrete della figlia, realizzando un ritratto nitido e senza filtri.

Ho concepito questo film per mia figlia, per sentirla più vicina in un’età in cui si è soliti allontanarsi dalle figure genitoriali”, ha spiegato Boddeke, ammettendo di essersi stupita di quanto si sia sentita a proprio agio dietro alla macchina da presa.

Se, infatti, vi era un copione iniziale da seguire da parte dei tre, è poi stata Pip stessa a far scaturire le domande su cui è stato costruito il film, attraverso un flusso di coscienza che restituisce l’immagine di un’artista visionario, forse tra i più eclettici al giorno d’oggi.

Con The Greenaway Alphabet, forte di una solida identità artistica, la Boddeke riesce brillantemente a schernirsi da quanti l’avevano sempre considerata come “la moglie di Peter Greenaway”, affermandosi con uno stile composito e decisamente evocativo a livello di immagini e di combinazione tra il repertorio artistico del marito e la maniera individuata per reinventarlo e adattarlo all’obiettivo di rendere l’immagine di un uomo e della sua battaglia contro il tempo.

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