Se cercate su YouTube, c’è un raro video in bianco e nero in cui Dalla, Guccini e Vecchioni cantano Porta Romana in una vecchia osteria. Sembra un’immagine così lontana, a partire dalla qualità del video, dall’abbigliamento dei partecipanti, da quella sigaretta accesa a tavola e da un’atmosfera estremamente rumorosa eppure rilassata.
Mi domando quanti giovani ancora oggi vengano qui, attirati da quella Bologna, dove la musica permeava ogni muro e si era liberi di unirsi e cantare fino a tarda notte di fronte a un piatto di pasta e un bicchiere di vino rosso. Ma a guardare bene, questa città rimane più nei ricordi che nei locali, più nella memoria tramandata da altri che negli occhi di chi la abita, più nei testi delle canzoni di quelli che hanno fatto la musica italiana che di quelli che la vorrebbero fare. Eppure, ancora qui e ancora oggi, molti ragazzi la scelgono perché Bologna è una città che non riesce a prescindere dalla sua storia, nascosta sotto stratificazioni di cambiamenti.
Paolo Robino non ha mai vissuto qui, ma conosce bene la città, conosce i suoi cantautori. È un musicista. E soprattutto vuole ricreare quel tipo di ambiente che è rimasto immutato nel nostro immaginario collettivo per restituirne il sapore alle giovani generazioni che vengono a vivere all’ombra delle due torri.
E lo ha fatto nel modo che gli è più consono e naturale: aprire un locale.

Si chiama Cafè de musici e sta in fondo a Strada Maggiore, al numero 88. Ha un dehor e due piccole stanze che non comunicano tra loro. In una c’è il bar, nell’altra un pianoforte, due casse, due tamburi e una chitarra, mixer e microfono, sedie e luci soffuse. Ci sono anche una pianta vera e un foglio appeso con la scritta: cosa trovi di magico in questo mondo?
E poi c’è una vetrina dalla quale si può vedere chi suona.
“La prima cosa a cui ho pensato sono state le vetrine. Ad Amsterdam ci sono ma per tutt’altro motivo. Qui volevo ci fosse un musicista che suona. La gente passa e lo vede suonare. Può fermarsi e ascoltare la sua musica” mi racconta Paolo. Per questo ha messo a disposizione tutti gli strumenti che si trovano all’interno della saletta. Perché i ragazzi che fanno l’università o l’Erasmus si sentissero liberi di usarli. “Volevo che sapessero che qui possono venire, imbracciare una chitarra e suonare, come si faceva 20 anni fa”.

Ne hanno approfittato anche Malika Ayane, che Paolo non conosceva, ma un giorno lo chiama e gli dice: “Ho sentito della vetrina, vorremmo fare una jam con i miei musicisti. Se passiamo a Bologna ci piacerebbe venire da te”. E Malyka ci è andata davvero, prima di un concerto all’Unipol Arena. Sono passati anche gli Eugenio in Via di Gioia, e “lui con la chitarra ha fatto cantare tutti”. E poi Federico Cimini, che potremmo quasi definire un habitué tanto che sta organizzando “un podcast da fare in saletta” la domenica pomeriggio per parlare di musica con altri artisti.
Alla domanda se anche lui, Paolo, suonasse ogni tanto al Cafè de Musici, mi risponde dritto: “non suono mai nei miei locali. Preferisco ascoltare gli altri”.
Ma non solo non suona, Robino non gestisce nemmeno il locale. Ad occuparsene sono tre donne, Noemi, Sara e Vitalba. In ordine: figlia, nipote e amica. A dire il vero la terza è anche la sua storica socia. Aveva un bar Tabacchi e quando l’ha chiuso, Paolo le ha proposto: “Ma perché non apriamo un locale insieme? “

È così che si ritrovano tra le mani un magazzino completamente vuoto. Non c’era niente, solo qualche idea e un giradischi. “Tutto si è sviluppato pian piano, non siamo partiti a razzo. Abbiamo prima messo la musica, poi il resto”. E a questo punto gli torna alla memoria di quella volta che era a Monaco per un concerto e, entrato in un bar pieno di italiani, inizia a chiacchierare con una ragazza. “Non so come il discorso sia finito su Bologna, ma lei, quando nomino la città, ci tiene a dirmi che è bolognese. Io le rispondo che lì ho un bar. E al nome Caffè de Musici, lei sgrana gli occhi e mi dice: ma quello col giradischi?”
Questo lettore analogico di vinili per il proprietario è sempre un po’ croce e un po’ delizia. Delizia per gli orecchi dei passanti, (“però la musica per strada non è per l’ascolto” ci tiene a precisare “è più un sottofondo, passi e ti accorgi che c’è qualcosa che suona”). Croce perché la musica, anche se a basso volume, per la strada, a Bologna, non si può più ascoltare. Passano i vigili e mettono la multa. Paolo la paga, ma poi il giradischi riparte.
“Le multe vanno pagate per queste cose” mi dice.
Il Cafè de Musici è uno spazio politico e poetico insieme. Politico quando afferma, con semplicità, che l’accesso libero alla musica, al tempo e allo spazio è già una presa di posizione. Poetico perché lo fa senza proclami, lasciando che siano i suoni, i corpi e gli incontri a parlare.

Non servono prenotazioni, ormai necessarie nella maggior parte dei locali della città, niente consumazione obbligatoria, ma tanti spritz a 4 euro per la gioia di tante tasche.
A fine intervista Paolo cita Riccardo Muti: ”Tutti dovremmo studiare musica perché ingentilisce l’animo”. E aggiunge: “forse chi è cattivo, i delinquenti, non amano un posto come il mio”. Forse, anche solo ascoltarla, la musica, ingentilisce l’animo. Forse dovremmo incontrarla più spesso, libera, sotto i portici di una Bologna che non è più una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, ma cerca ancora di stare in piedi per quanto colpita.
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