Design & Moda

Love Command: abiti-scultura all’uncinetto si mescolano a forme d’arte multimediali

24-01-2024

Di Greta Esposito

“C’è un tempo che scorre, cose che cambiano e fatti che avvengono. E tu sei, se sei il tempo che scorre, la cosa che cambia e il fatto che avviene”.

Faut Vivre è la poesia di Antonino Di Cesare che Elena Gigli, artista, mi recita durante la nostra chiacchierata telefonica. Parole che mi sono rimaste impresse per giorni, dopo quella domenica mattina. Il suo lavoro e la sua ricerca sartoriale partono dall’uncinetto, un’arte che ha imparato quando da bambina nonna Clementina le insegnava la catenella nella cucina di casa, immersa negli odori buoni di torte appena sfornate e biscotti croccanti.

Alla lavorazione crochet Elena però aggiunge negli anni immagini, parole e incontri, frammenti che fanno parte di Love Command, un progetto sartoriale che unisce il passato della tradizione alla contemporaneità di forme d’arte multimediali: performance audiovisive e sculture grafiche.

Sarà presentato ad Antefiera, l’arte prima della fiera: un evento su invito organizzato dall’agenzia Mediamorphosis, in programma il 31 gennaio da Sympo, con l’obiettivo di dare spazio alle sperimentazioni di artisti emergenti e che inaugura la settimana più creativa dell’anno. Le ho fatto qualche domanda per farmi raccontare il fil rouge della sua arte.

Perché Love Command?

«Il progetto nasce molti anni fa, quando come grafica stavo disegnando un’intersezione dello stesso simbolo in due sfumature diverse. Alla base c’è una figura geometrica antica, il “nodo di Bowen” che è conosciuto anche come “nodo d’amore”. Traslato nella forma più quadrata questo stesso simbolo è usato come unicode 2318 delle tastiere e sul Mac è il tasto “Command”. A quel tempo stavo lavorando anche ad alcuni abiti crochet e mi ero concentrata sul “Love knot”, il punto dell’uncinetto che riprende proprio il “nodo d’amore”. Ho deciso quindi di racchiudere queste due dimensioni nel mio progetto artistico, un simbolo di amore eterno e infinito».

 

Hai ripreso l’uncinetto legato alla tradizione sartoriale e lo hai legato a forme d’arte contemporanee e future. Perché?

«Fin da bambina l’amore per l’uncinetto è sempre stato ricorrente, così come la passione per la manualità, l’arte e l’artigianato che è mi è stata tramandata in famiglia, mio padre era un pittore astrattista. Crescendo ho maturato parallelamente anche l’interesse per l’informatica e il design, così all’inizio degli anni 90 ho iniziato a fare un corso di grafica e multimedia, creando animazioni 3D. Con il tempo ho trasportato questa mia esperienza di lavoro come grafica nell’amore per l’uncinetto, con una ricerca artistica che è sfociata in “Love Command”».

Elena Gigli | Foto di Fabio Ferrando

A cosa ti ispiri per i tuoi abiti?

«Principalmente ricordi personali, affettivi, film e immagini. Un caleidoscopio di frammenti di natura diversa, nati probabilmente dalla curiosità che mi ha tramandato mio padre, persona ricca di interessi tra arte, astronomia e linguaggi. Il lavoro che ho portato avanti in questi ultimi anni mi ha condotto a un vero e proprio alfabeto emotivo».

 

Lo studio di un linguaggio personale, insomma…

«Sì, per me il linguaggio è sempre stato importante. Ho un fratello che è nato sordo, così fin da piccola ci siamo inventati un codice per comunicare, una pantomima che non è però il linguaggio ufficiale dei segni, ma una nostra personale invenzione fatta di gesti, simboli, occhiate e riferimenti. L’alfabeto emotivo a cui mi riferisco è ciò che ho utilizzato anche per dare i nomi alle mie creazioni. Un abito, ad esempio, l’ho chiamato “Costantino” ed è legato all’incontro con il mio amico poeta Antonino di Cesare».

 

Una persona fondamentale nel tuo percorso. Ci racconti di lui?

«Ho incontrato Antonino per caso, quando veniva nella mia tipografia a stampare i libri che scriveva per i suoi figli. Lui era un oculista in pensione, una persona molto colta che negli anni è diventato un grande amico. Mentre correggevo le bozze dei suoi racconti per impaginarli lui mi insegnava moltissimi aspetti dell’arte, della cultura e della musica. Oggi Antonino non c’è più ma tutto questo ha influito moltissimo nel mio percorso».

Compare anche lui nella performance audiovisiva da te realizzata, giusto?

«Sì, il video è nato un po’ per gioco ma Antonino è stato determinante per questa parte del progetto. Girai con lui la prima parte del video sulle panchine di piazza Carducci e proprio in quell’occasione mi illuminò con la sua interpretazione del quadrato di Malevič. Disse che secondo lui il pittore aveva scelto quel colore perché durante la vecchiaia le giornate diventano buie e le tonalità si mescolano tutte nel nero».

 

Come ha influito questo dipinto?

«Il quadrato di Malevič l’ho ripreso nella scultura grafica che ho realizzato e che presenterò il 31 gennaio, in occasione di Antefiera . Ho deciso di ricordare il mio amico poeta con la sua poesia Faut Vivre, mettendo in scena una performance che però non voglio ancora svelare».

 

Tu hai frequentato l’Istituto d’Arte a Bologna e poi l’Accademia di Belle Arti. Com’è stata la tua esperienza di studio e il rapporto con la città?

«Io sono bolognese di nascita e di amore, anche per questo Love Command è molto legato alla mia città. Per quanto riguarda l’Istituto D’Arte di Bologna ho avuto come riferimento importante la mia insegnante di disegno dal vero, Emma Lenzi, che purtroppo non c’è più. Poi frequentando l’Accademia ho avuto la fortuna di conoscere maestri che hanno fatto scattare in me la scintilla come Maurizio Osti, artista grafico bolognese, Claudio Marra per la fotografia e Venturelli per il disegno di nudo».

 

Come vedi l’artigianato e il mondo della moda bolognese?

«Penso che sia sempre più importante comprenderne il valore, per me è una vera e propria forma d’arte. Quando ho realizzato i miei primi abiti all’uncinetto li ho sempre visti come delle sculture, ma purtroppo c’è ancora molta difficoltà nel riconoscere il lavoro e lo studio che sta dietro alla realizzazione di capi artigianali. Siamo tutti complici del fast fashion e acquistiamo vestiti che racchiudono sfruttamento di persone, risorse e ambiente».

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