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“Non c’è più spazio per l’individualismo” – l’electro-rock di LeiBei è una sinergia sociale e solidale.

29-05-2020

Di Anna Toscano

“Bisogna lasciar andare quello che non ci serve più, quello che ci fa solo male, lo spazio è poco (dentro casa ma anche dentro di noi!), e accumulare negatività non porta niente. Facciamo spazio!” Questo raccontano, Silvia Raggetti e Erica Martini, componenti del power duo emergente bolognese LeiBei, parlando del loro del nuovo video “Not Enough Space”.

LeiBei è una band tutta al femminile dalla voce forte e decisa, un sound ibrido che lascia spazio a suoni elettronici e varie contaminazioni, tra cui l’indie e il grunge stoner, con un pugno femminista e una carezza verso l’ambiente e gli animali, densa di emozioni ed opinioni a tema sociale.

LeiBei – foto di Sara Montironi | Make-Up di Milena Raggetti e Arianna Dainesi

La pubblicazione di “Not enough space” è stata una scelta “non casuale” – dichiarano – “era stato scritto in tempi non sospetti e su tutt’altro argomento, ma era il brano di cui avevamo già pensato di girare il secondo video e calzava a pennello su quello che abbiamo capito da questa situazione.”
Questo periodo di quarantena è stato utile a livello creativo per la scrittura di nuovi pezzi?
Questo isolamento è stato destabilizzante per tutti e anche per noi, all’inizio si credeva/sperava durasse poco, ma poi non finiva più… E anche la creatività in un certo modo ne ha risentito, la situazione era molto opprimente. Per fortuna eravamo attrezzate anche a casa, e nonostante abbiamo dovuto lasciare chiusa la nostra sala prove per un paio di mesi abbiamo comunque scritto un paio di nuovi brani a distanza che ora finalmente riprenderemo come si deve in sala!
Come vi siete organizzate per girare “Not Enough Space” da due case diverse?
“Anche qui la tecnologia ci è venuta in soccorso e siamo riuscite agevolmente con cellulare, reflex e un semplice programma a girarlo e montarlo. Ovviamente è una produzione D.I.Y. (Do It Yourself – espressione che intende il crare qualcosa da soli) ma era proprio quello il senso.”

 Il loro percorso inizia nel 2006, con il trio composto da Erica Martini, Silvia Raggetti e Serena Sacchetti. Dopo vari demo, nel 2014 pubblicano il loro primo album “In cauda venenum”. A questo seguirà qualche anno di pausa, finché Erica (basso, seconda voce, space bar, drum programming) e Silvia (voce, chitarra, tastiera e drum programming) decideranno di riprendere in mano il progetto e registrare il secondo album “My Earth My Heart”, a cui collaborerà anche Serena Sacchetti per l’artwork di copertina.

“La foto di copertina l’abbiamo ideata insieme: due anime, due forze che si sostengono reciprocamente, che si proteggono, noi siamo in due ma è così che dovremmo fare tutti: cercare sostegno negli altri e darlo a nostra volta, solo agendo insieme si può andare avanti, non c’è più spazio per l’individualismo” – ci raccontano.

ArtWork Serena Sacchetti e LeiBei

“My Earth My Heart”, uscito a Marzo 2020, può essere definito un insieme di storie, una rapsodia musicata, in cui trovano spazio le emozioni e i sentimenti più diversi. Silvia ed Erica utilizzano la musica anche come mezzo per sensibilizzare, far pensare, attraverso testi che urlano proteste e confessano sentimenti. Nel sound si intrufolano chitarre elettriche, sintetizzatori, tastiere e drum machine, ma anche le note delicate di Chopin, nell’intro di “Bride Funeral”.
L’album è preceduto dal video di “Up to me” (Febbraio 2020), girato e montato da Sara Montironi, ed è stato realizzato anche grazie al contributo di importanti associazioni animaliste come Animal Equality, Essere Animali, Compassion in World Farming e Cruelty Free International, e il Rifugio Luna.
Il video di “Up to me” è basato sulla tematica ambientalista e animalista. Che ruolo ha la musica nella sensibilizzazione secondo voi?

“Up To Me è un appello alla nostra coscienza, alle nostre capacità di esseri umani, al nostro coraggio di cambiare. Sapevamo di rischiare con questo videoclip, perché le immagini della prima parte sono molto forti e tanti distolgono lo sguardo, nonostante il messaggio che c’è alla base di questo video sia positivo, e cioè che la sopravvivenza della nostra Terra dipende da ognuno di noi e ognuno di noi ha il potere di prendersene cura. La musica può avere un ruolo molto importante nella sensibilizzazione su qualsiasi tematica, è una forma d’arte molto immediata e ha un potere enorme. Con questa canzone speriamo di poter dare un nostro contributo alla causa.”

Il primo live non si scorda mai… Raccontateci un po’ della vostra prima esibizione.  

“Il primo live è stato nel 2007 al Lazzaretto Autogestito di Bologna. Noi eravamo nate da poco, il locale era piccolino ma nella nostra città era un’istituzione! Avevamo già avuto esperienze live con altre band quindi l’ansia c’era ma siamo riuscite a gestirla. Ci ricordiamo il buio e il frigo delle birre! Poi da lì le date sono state tante e ognuna con le sue vicissitudini. Per un lungo periodo il nostro batterista è stato Riccardo Brusori (ora con i Dos Cabrones), unico uomo in mezzo a tre ragazze… cosa non gli abbiamo fatto patire ai live!” 

Quali sono gli avvenimenti o le esperienze che più vi hanno segnato nel vostro percorso musicale e da cui avete tratto più ispirazione? 

“Essere donne da un lato aiuta perché sei la “novità”, dall’altro non aiuta perché nel mondo della musica non vieni presa sempre sul serio. Questa disparità di genere ci ha motivate ad andare avanti con sempre più forza. Andare controcorrente, o meglio seguire la nostra corrente, ignare di quella che sia la corrente principale, è sempre stata una nostra caratteristica.”

Come mai avete scelto la lingua inglese per i vostri testi?

“L’inglese è legato al periodo in cui sono stati scritti, diciamo che in quel momento erano stati pensati in inglese e così sono stati mantenuti. L’album precedente invece era stato pensato in italiano e quindi quella è stata la lingua scelta. Magari il prossimo lo faremo in tedesco, o in sanscrito… Dipende da cosa ci ispirerà!”

Nella canzone “Bride Funeral” una voce maschile recita una promessa di matrimonio e la frase “I swear, it was the last time…that I won’t kick you anymore” manda un messaggio molto forte.  È un modo molto originale di trattare il tema della violenza sulle donne: come è stato affrontarlo attraverso la musica?

“Abbiamo riscritto la promessa di matrimonio classica trasformandola in quella di un uomo che promette che non sarà più violento, ma che sa bene che così non sarà. D’altronde tante storie “d’amore” vanno avanti perché c’è chi promette che cambierà ma poi questo non accade. La violenza sulle donne è un tema estremamente delicato ma che va affrontato. Noi lo abbiamo fatto con una canzone che vuole essere di impatto. Dobbiamo svegliarci.

È un po’ il messaggio che c’è in “Up To Me”: dipende solo da noi! E così anche in tutti gli altri campi: sei una donna? Non ti fanno suonare? Sostieni tu per prima le musiciste! Compra i loro cd, vai ai loro concerti… non ci si può sempre e solo lamentare, bisogna agire! La violenza è ovviamente un argomento molto più delicato ma dobbiamo farci forza noi per prime, e dobbiamo imparare a chiedere aiuto agli altri.”

Che progetti avete per il futuro?  

“Purtroppo vista la situazione mondiale del momento i progetti sono almeno di ricominciare a suonare il prima possibile dal vivo!” 

Scegliete tre artisti, vivi o morti, con i quali vorreste andare a cena…

Silvia: Joan As Police Woman, Billy Corgan, Trent Reznor

Erica: Mark Lanegan, Patty Smith, P.J. Harvey

Se foste un piatto della tradizione bolognese…quale sareste?

“Saremmo un bel piatto di lasagne… vegane!”