C’è sempre un momento, in ogni storia sulla velocità, in cui il suono copre tutto. Non si sentono più le voci, i pensieri, nemmeno la paura. Esiste solo quella strana urgenza di andare avanti, come se fermarsi significasse perdere qualcosa per sempre. É il momento in cui il tempo si ferma un istante prima di ripartire. Il casco abbassato, le mani strette sul volante, il respiro che si accorcia. Poi, tutto diventa velocità. Ma qui non si corre per scappare, si corre per restare. Per non perdere quello che si ama.
Motorvalley, la serie Netflix in sei episodi per la regia di Matteo Rovere, Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci, ambientata nel mondo delle corse automobilistiche italiane, si muove attorno a personaggi che hanno già perso molto, ma che trovano ancora nella velocità una ragione per andare avanti.

Leonardo Bianconi e Luca Argentero
La storia segue tre traiettorie che si intrecciano: Arturo (Luca Argentero), ex pilota leggendario ritiratosi dopo un incidente tragico; Elena (Giulia Michelini), erede della scuderia di famiglia che cerca di riconquistare il proprio posto in un’azienda ormai passata nelle mani del fratello; e Blu (Caterina Forza) con una forte attrazione per l’adrenalina. Ognuno di loro corre per un motivo diverso, ma tutti condividono lo stesso bisogno: dimostrare di avere ancora qualcosa da difendere.
Qui la corsa non è solo una questione di prestazioni. È piuttosto una forma di difesa. Un modo per reagire a ciò che si è perso, per non fermarsi davanti al dolore, ma soprattutto per andare a riprendersi quello che più conta prima che il tempo lo porti via, che sia una persona, un ruolo, un sogno o una seconda possibilità.
Motorvalley funziona proprio quando smette di spiegare e inizia a far sentire. Quando smette di essere solo una serie sulle corse e diventa un racconto su ciò che si è disposti a rischiare per non lasciar andare qualcosa di importante, per non perdere ciò che si ama.
Il pericolo diventa metafora delle scelte che i personaggi fanno dentro e fuori dalla pista.
In questo equilibrio sottile entra Sergio Casadio, interpretato dall’attore bolognese Leonardo Bianconi (Qui la nostra intervista in occasione di Qui non è Hollywood, la serie sul delitto di Avetrana). Figura ambigua e magnetica, boss della malavita locale che si muove nel mondo sommerso delle supercar e dei debiti. Manipolatore, imprevedibile, tiene letteralmente in mano il destino degli altri. È una presenza che incarna il lato oscuro della velocità: quello che seduce, promette e poi ti presenta il conto.
É il prezzo da pagare per restare in gara.

Leonardo Bianconi
Leonardo, chi è Sergio Casadio e come hai costruito questo personaggio?
Sergio Casadio è un boss della malavita locale, un imprenditore-impresario con affari loschi, ossessionato dalle auto e dal mondo delle supercar. Fa prestiti a interessi altissimi, traffica, prova a impossessarsi delle macchine: è una figura ambigua e pericolosa, ma anche estremamente affascinante. È un personaggio a cui sono molto affezionato per diversi motivi. Il primo è che inizialmente il ruolo era pensato per una persona più grande di me, e questo mi ha dato una grande libertà creativa già in fase di provino: non dovevo aderire a un immaginario preciso, potevo lasciarmi andare e cercare una strada personale.
In più, Sergio mi ha riportato a certe figure che da ragazzino incontravo nei bar dell’Emilia-Romagna: personaggi un po’ epici, ambigui, con un’aura oscura ma anche molto carismatica. Ho cercato di portare dentro di lui proprio quei tratti. Dal punto di vista cinematografico, una reference importante è stata l’interpretazione di Luca Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot: volevo costruire un cattivo che facesse anche sorridere, che avesse ironia, che giocasse su ritmi sempre un po’ in levare.
Qual è stato l’aspetto più difficile nell’interpretarlo?
Mi sono scontrato soprattutto con la ritmicità del personaggio. Sergio è uno che si impone, dominante, e questa forza doveva emergere soprattutto nei dialoghi. Trovare il giusto ritmo, farlo in modo credibile e senza forzature, è stato l’aspetto più complesso da costruire con attenzione.
Qual è stata la prima cosa che ti ha colpito di lui quando hai letto il copione?
Quando ho letto la descrizione, Sergio Casadio era indicato come un uomo tra i 50 e i 60 anni, con i capelli lunghi e brizzolati. Insomma, molto diverso da me. E proprio questa distanza è stata un motore interessante: mi ha dato la libertà di non legarmi a qualcosa di prestabilito.
A livello caratteriale mi ha affascinato subito il suo piglio ironico, il fatto che cambiasse pensiero molto velocemente. E poi il suo essere manipolatore, sempre in controllo della situazione.
Qual è il lato magnetico della manipolazione?
Credo stia nel modo in cui ragiona. È come se partisse da un punto A per arrivare a un punto C, ma scegliendo sempre strade impreviste. Mi affascinava l’idea che avesse sempre un obiettivo chiaro, ma che ci arrivasse per vie traverse, senza mai essere diretto o lineare. È sempre un passo avanti, e questo lo rende pericoloso e seducente allo stesso tempo.
La serie parla di persone che corrono, che inseguono qualcosa per non perdere ciò che amano. Che aria si respirava sul set e cosa pensi arrivi di questa tensione a chi guarda?
È una serie scritta molto bene, perché ogni personaggio ha obiettivi molto chiari e questa cosa si percepiva anche sul set. Quando si arrivava a lavorare c’era un clima sereno, ma allo stesso tempo molto focalizzato: tutti sapevano dove stavano andando e cosa stavano raccontando. Penso che questa tensione, questa direzione precisa, arrivi anche a chi guarda.
Secondo te, alla fine, cosa vale davvero la pena inseguire nella vita reale?
Io sto dedicando la mia vita alla mia passione, che è recitare, e questo mi rende felice. Quello che posso dire, per esperienza personale, è che scegliere di seguire qualcosa che ci appassiona davvero è la strada che ho deciso di percorrere. E, almeno per ora, è una scelta che mi sta restituendo molto.
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