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“Troppo spazio per questa solitudine”. Doppia Uso Singola, la mostra di fotografie di Colapesce.

05-10-2026

Di Davide Armento

Lo conosciamo come cantautore, ma Lorenzo Urciullo, meglio noto come Colapesce, con una carriera ventennale nella musica apprezzata anche all’estero, è stato anche sceneggiatore e attore, co-autore di graphic novel e di spettacoli di teatro. E ora anche fotografo.

Dal 7 al 31 ottobre, negli spazi espositivi di Adiacenze, arriva la quarta tappa di “Doppia Uso Singola”, una “mostra di fotografie”, come sottolinea Lorenzo, nata dalla collaborazione con la gallerista milanese Patricia Armocida e che in una selezione di duecento scatti divisi in tre nuclei indaga la solitudine quando ha troppo spazio intorno a sé.

Dalle stanze d’albergo di tour in giro per l’Italia, a figure familiari dalla perfetta caratterizzazione cinematografica, fino alla Sicilia, terra natia del cantautore.

La mostra è visitabile da Adiacenze (Vicolo Spirito Santo 1/B) dal martedì al sabato dalle 16 alle 20. L’inaugurazione è in programma il 7 ottobre alle 18, dove Colapesce firmerà anche le copie del catalogo.

Abbiamo raggiunto Patricia Armocida, Colapesce e Giorgia Tronconi, co-direttrice e curatrice di Adiacenze, per farci raccontare retroscena della mostra e qualche anticipazione della tappa bolognese. Per scoprire che in “Doppia Uso Singola” possiamo riconoscerci un po’ tutti.

Patricia Armocida, partiamo dal progetto: da quali discorsi e in che modo è nata la collaborazione con Colapesce in questa nuova veste di fotografo?

Seguivo da tempo su Instagram la rubrica D.U.S. di Lorenzo, un progetto fotografico capace di edificare un immaginario altamente riconoscibile partendo da frammenti marginali. La visione del film La primavera della mia vita, che lo vede attore e co-sceneggiatore, ha confermato questa mia intuizione, palesando una continuità tra la sua pratica visiva e il suo lavoro d’autore. Quelle foto apparivano infatti come un’annotazione simbolica ed estetica, una grammatica condivisa con la sintassi del suo linguaggio cinematografico e musicale. Quando ci siamo incontrati gli ho proposto di realizzare una mostra; da quel confronto è nata la nostra collaborazione, un processo di riconoscimento reciproco, avviato proprio con la selezione degli scatti. 

Quale potenziale hai colto nel suo archivio e in che modo avete lavorato per arrivare alla selezione degli scatti e dei filoni tematici di “Doppia Uso Singola”? In cosa consiste la mostra?

Osservando con attenzione il materiale a disposizione, ho percepito come le sue rappresentazioni simboliche individuali riuscissero a esprimere un immaginario collettivo in cui ciascuno di noi poteva riconoscersi. Ogni dettaglio racchiudeva un universo estremamente familiare, capace di evocare memorie ed emozioni condivise.
Dall’archivio di oltre 1.800 scatti dell’artista ne abbiamo selezionati circa 200, suddivisi in tre nuclei tematici. La prima serie, D.U.S., acronimo del titolo, cataloga arredi e oggetti di camere d’albergo dove Lorenzo ha soggiornato. La stanza diviene una scatola vuota che amplifica solitudine e alienazione. La seconda, Teresa e Anna, indaga la relazione simbiotica tra la nonna e la prozia di Lorenzo attraverso le loro case, cariche di valore affettivo. La terza, Giorni Sfiniti, esplora il suo legame con la Sicilia tra visioni poetiche, paradossi, silenzi e introspezione. 

Colapesce, nelle presentazioni tieni molto a sottolineare che il tuo percorso da fotografo è e resta quello di fotoamatore. Ma quali sono state le influenze che tecnicamente o concettualmente hanno ispirato e dato forma a “Doppia Uso Singola”?


Pur avendo dei rudimenti di fotografia, le foto legate a D.U.S. rientrano nella sfera documentaristica, di una mappatura personale senza alcuna velleità artistica, almeno in una lunga prima fase di scatti. Poi, col tempo, mi sono reso conto che, senza volerlo, stavo creando dei pattern precisi. Scattavo sempre gli stessi oggetti e nello stesso modo, ed ero attratto da alcune precise palette di colori: i colori della mia memoria, dei luoghi in cui sono cresciuto, sia esterni che interni.
C’è tanto beige, marrone, arancione, bianco e un colore che i vecchi imbianchini siciliani chiamano “biancu ruttu”, che è, di base, calce “rotta” con una punta di nero. Colori molto usati anche da Giorgio Morandi, bolognese doc, che è anche uno dei miei pittori preferiti, forse perché nei suoi quadri ritrovo un caldo passato.
Acquisita questa consapevolezza, ho cominciato a giocarci di più, prendendo come riferimento più la pittura e l’architettura che dei fotografi nello specifico. Per questo ci tengo a non definirmi un fotografo: sarebbe un’offesa per chi ha studiato la gestione della luce e della composizione per tanti anni, soprattutto in un’epoca di sciacallaggio delle immagini.
Io sono un punk della fotografia.

Abbiamo letto di alcuni episodi legati alle esperienze negli alberghi documentati nella mostra. Ti andrebbe di raccontarci alcuni aneddoti legati ai retroscena e ai luoghi di questa mostra? E quale di questi scatti incarna meglio l’idea di Doppia Uso Singola”?

Di aneddoti, ovviamente, ne ho, avendo girato tanti alberghi in quasi vent’anni di carriera: dalla coppia di sconosciuti che faceva sesso nel mio letto al mio rientro, alla stanza in cui aveva dormito Silvio Berlusconi. Una volta mi portarono delle candele perché saltò l’impianto elettrico dell’albergo; poi il raduno dei becchini, il congresso sugli avvistamenti alieni, ecc.
Questi scatti sono una selezione di una selezione: le foto in questione erano davvero migliaia. Ogni foto incarna e indaga un aspetto diverso della solitudine. È una mostra sul concetto di “solo”.
Le catenelle d’emergenza nelle vasche, credo, siano il simbolo. Avrei potuto fare una mostra solo di quelle.

Quanto e in che modo i luoghi e le persone di “Doppia Uso Singola” hanno influenzato la tua carriera musicale, o quanto questi due mondi – musica, e dunque composizione e cantautorato da un lato, e fotografia dall’altro – si sono incrociati e sovrapposti?
L’hanno influenzata indirettamente. Il songwriting è fatto di esperienze, e nelle camere d’albergo ne ho fatte parecchie. Sia in positivo che in negativo: ho visto film, letto libri, scritto canzoni, litigato con la mia ex fidanzata, fatto pace. Una volta ci sono rimasto una settimana, malato di Covid. Spessissimo, soffrendo d’insonnia, sono rimasto in giro per questi transatlantici di cemento, a fare fotografie con la musica ambient in cuffia, oppure seduto nelle hall a chattare al telefono con amici lontani.
Forse tutto quello che faccio influenza direttamente o indirettamente il mio strano lavoro. Con gli anni vedo sfrangiarsi questi confini sempre di più: tutto fa parte dello stesso racconto. La musica contamina la fotografia e viceversa.

Giorgia Tronconi, Bologna vede in Adiacenze l’unica tappa di “D.U.S.”. In che modo è nata la collaborazione con la Galleria Patricia Armocida e cosa vi ha spinti a credere in questo progetto?

Patricia era in cerca di una “casa” per una nuova tappa del progetto di Colapesce, ed è arrivata a noi tramite un’amica curatrice in comune, Eleonora Angiolini, che da tempo conosce Adiacenze e le ha suggerito di contattarci per sondare la possibilità di una collaborazione. Sfogliando il catalogo, il progetto ci ha subito incuriosito e attratto: partendo dall’esperienza intima di Colapesce, ogni scatto, ogni oggetto, racchiude una storia che parla a ciascuno di noi in modo diverso. Allo stesso tempo, le immagini possono essere lette nella loro composizione di insieme, come un’unica grande narrazione collettiva sul nostro rapporto con i luoghi che attraversiamo, che abitiamo, a cui torniamo. Questo è un tema che ci interessa particolarmente, e che abbiamo ritrovato in Doppia Uso Singola.

Cosa dobbiamo aspettarci dall’inaugurazione? Puoi darci qualche anticipazione?

Le inaugurazioni ad Adiacenze sono sempre momenti conviviali e informali, un’occasione per il pubblico per scoprire le opere e incontrare personalmente gli artisti e i curatori dei progetti che ospitiamo: anche in questo caso saranno presenti Colapesce e Patricia Armocida, gallerista e curatrice della mostra, con cui i visitatori potranno condividere domande e curiosità sul progetto. Colapesce sarà inoltre disponibile per il firmacopie del catalogo, che contiene un suo testo autografo. Per noi l’inaugurazione è sempre un momento in cui si generano nuove relazioni e narrazioni attorno ai progetti artistici, con cui siamo sempre curiosi confrontarci.

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