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“Allegri che tra poco si muore”, il romanzo paranoico dell’anno di Luigi Capone

07-02-2019

Di Pietro Romozzi

Metti che hai qualche ora da dedicare alla lettura, che magari assisti a qualche presentazione di libri o autori esordienti; il rischio cui vai incontro è la ripetitività: il format che si standardizza, il titolo fresco che è già decotto, l’intreccio che ha quel nonsoché di “già sentito”.

Catturare l’attenzione di un pubblico, interessare… Mica facile!

A Luigi Capone invece, sembra riuscire del tutto naturale: il titolo schietto, provocatorio ma in fondo catchy, del suo primo romanzo Allegri che tra poco si muore (Edizioni Artestampa), ci desta dalla sonnolenza con la quale consultiamo il calendario letterario della settimana. Il resto lo fa una serata di presentazione fuori dagli schemi.

Partiamo da qui dunque.

Quarta di copertina di “Allegri che tra poco si muore”

Confraternita dell’Uva, caffè letterario di riferimento per la scena letteraria bolognese (e non).

Una tastiera. Una chitarra. Una voce, quella di Capone. Intervallata da qualche brano eseguito dal duo, si susseguono spezzoni del romanzo che Capone non legge, recita; ne esce una spoken word esaltata dal sottofondo di tastiera che, con un paragone azzardato, ricorda i Massimo Volume di Emidio Clementi, illustre bolognese d’adozione.

Piuttosto che parlare del romanzo, Capone preferisce che sia il romanzo stesso a parlare al pubblico, riducendo al minimo i preamboli. Una strategia che accende la curiosità ma lascia tantissimi punti aperti; per questo l’abbiamo raggiunto per chiedergli qualcosa in più. Ci ha parlato in modo aperto e diretto di questa sua opera che attinge dalla materia autobiografica e dai classici, per restituire uno spaccato sociale della contemporaneità degli ultimi in Italia.

Allegri che tra poco si muore, un titolo ossimorico che suggerisce consapevolezza della tragedia umana e, al contempo, ironia e fatalismo come armi di difesa da essa.

Presentazione alla Confraternita dell’Uva, Luigi Capone accompagnato al piano da Luigi Bellino | foto di Luigi Capone

Che sensazioni volevi trasmettere con un titolo così incisivo?

“L’ossimoro è la chiave per comprendere questo libro, è tutta una continua contraddizione, i personaggi del libro fanno cose che esulano dalla propria volontà. Nessuno è felice da nessuna parte in questo romanzo, ma i personaggi vivono nell’illusione di trovare il paradiso terrestre altrove. Quando scrissi questo titolo mi ero immerso in alcune letture di Pasolini, la sua vita mi sembrava un continuo aspettar la morte, e, anche se probabilmente mi sbagliavo, lì nacque il protagonista del romanzo, Luca, uno che dalla vita non può aspettarsi niente di meglio che la morte.

Ma vorrei che il titolo fosse anche un consiglio: lasciate perdere le cazzate, non vi agitate troppo che la vita è breve e date importanza alle cose che hanno davvero un senso; il deragliamento del treno che prendete ogni mattina, il dirottamento di un aereo, un terremoto, ecc., infinite tragedie stanno per abbattersi su di voi, talmente tante che siete costretti a sorridere dal momento che i problemi per cui vi tormentate ogni giorno sono in realtà del tutto insignificanti. VOI siete insignificanti. Ecco cosa volevo dire”.

Dove nasce la volontà di trasmettere un messaggio di questo tipo? E come questa idea è diventata romanzo?

“Inizialmente scrivevo racconti brevi o articoli sui blog (Irpinia Paranoica, ndr) e suonavo in un gruppo punk rock, poi l’idea di scrivere un romanzo si è concretizzata all’interno di un b&b a Torino. Non dormivo quasi mai e cambiavo alloggio ogni settimana, facevo un lavoro orrendo e non ne potevo più di quella vita di merda.

L’unica cosa che mi faceva compagnia erano i libri, quelli che avevo già letto, che mi aiutavano a sopportare un presente che non volevo vivere perché mi sembrava troppo infelice rispetto al passato. In un b&b di Torino, oppure in un monolocale della provincia di Milano, da solo, iniziai a pensare che, oltre al bar, potessi creare un altro punto fisso nella mia vita, qualcosa di solido come un libro per bloccare su carta vortici di pensieri e tormenti”.

Luigi Capone

Un particolare interessante del libro è la struttura, l’organizzazione del flusso narrativo in tre “gironi”: il bar, le paranoie, i monolocali.
Quali sono le ragioni letterarie e funzionali di questa scelta?

“Anche qui sono partito da uno spunto pasoliniano per poi arrivare a raccontare tutt’altro. I tre gironi infernali potrebbero essere quelli di ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’, dove il cittadino (termine odioso e spregiativo che rimanda alla gabbia-città) è prima sradicato, poi costretto a mangiare la merda e a dire che è buona, e infine a subire il supplizio col sorriso; oppure i tre gironi danteschi che si diramano dal settimo cerchio dell’inferno, quello dei violenti, diviso appunto in tre gironi: gli omicidi, i suicidi e i bestemmiatori.

Tutte queste suggestioni classiche e queste allegorie sono presenti nel romanzo. Tuttavia, i tre gironi infernali di ‘Allegri che tra poco si muore’ sono, a livello narrativo, semplicemente i passaggi che attraversa il protagonista prima di terminare la sua catabasi nell’imbuto finale. Si passa dalla situazione iniziale dei bar a quella delle paranoie (e della conseguente smania per cercare di modificare la realtà) per finire nell’ultimo girone, quello dei monolocali, che è allegoria del feretro del protagonista e rassomiglia ad un inferno dotato di specchi”.

Presentazione alla Confraternita dell’Uva, Luigi Capone accompagnato al piano da Luigi Bellino

Gli episodi letti durante la presentazione, mostrano un giudizio ambiguo verso i tuoi personaggi: da una parte c’è empatia ed immedesimazione, dall’altra una descrizione cruda, ironica e distaccata della miseria in cui essi si trovano. Puoi dirci di più invece sul rapporto con loro?

“Ho cercato di rendere i protagonisti con il massimo realismo possibile, sono personaggi che strisciano nei bar di notte: fumatori incalliti, tossici, fannulloni, alcolizzati, giocatori d’azzardo, disadattati, che vivono spesso con la madre anziana che gli dà la pensione o che fanno lavori assurdi in giro per la penisola e oltralpe. Sono tutte quelle persone che mi era mancato di trovare nei romanzi che adoravo (e che adoro) e ho ritenuto addirittura urgente dar loro una vita letteraria.

Sono gli emarginati del nostro microcosmo, gli esclusi dal sistema Italia che è focalizzato su poche regioni del nord e che non considera importanti o intelligenti tutte le altre. La loro è una non-vita ai margini dei margini perpetui, nelle periferie delle periferie delle periferie delle periferie delle metropoli invivibili; è qui che nascono questi volti opachi, queste sagome tristi e reiette, questi personaggi schifosi che tutto sommato, si dimostrano più puri e nobili dell’uomo d’affari pienamente inserito, soddisfatto e rispettato da tutti (quasi da votare).

Questi miserabili non riescono a trovare nemmeno la forza di suicidarsi ma hanno un dono prezioso e benedetto: il tempo. E ne hanno anche un altro: lo spazio. L’uomo inserito nel mondo del lavoro di questa società infernale deve rinunciare a se stesso, al proprio spazio e al proprio tempo in nome delle cose sempre nuove da fare; è in preda alla nevrosi più totale: deve continuamente darsi da fare ed occupare ogni spazio vuoto del proprio tempo, avendo paura del nulla. I miei disgraziati, invece, non hanno paura del nulla, anzi lo avviluppano in un grande abbraccio”.

Copertina di “Allegri che tra poco si muore”

Cosa deve aspettarsi il lettore?

“Che tutto si dimostrerà assolutamente caduco e inutile; prenderà forma, tra le lettere, il ritratto di un precariato a 360 gradi che investe l’anima, il corpo, la mente, il cuore, le palle”.

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