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All’Estragon stasera tornano gli 1269 Skiantos. L’ultimo urlo dell’avanguardia

13-02-2026

Di Laura Bessega

Sono gli anni ’70, per l’esattezza è il 2 aprile del 1979 e il Bologna Rock invita sul palco la scena punk rock e new wave della città. Non ci sono presentatori. Di fronte a 6000 spettatori, si alternano una decina di gruppi, ma uno di questi crea qualcosa di inaspettato, sopra le righe, folle e qualunquista allo stesso tempo. Che rimane nella storia. I musicisti portano sul palco una cucina, un tavolo, un televisore e un frigo. Non suonano, ma si preparano un piatto di spaghetti e se li mangiano. Il pubblico protesta, loro rispondono: “Non capite un cazzo: questa è avanguardia, pubblico di merda”. Impensabile anche solo pensarlo oggi. Il pubblico si ribella e volano ortaggi contro la band.

Gli Skiantos entrano nella scena musicale italiana con qualcosa che non c’era mai stato prima: il demenziale. (Alla domanda su qual è la differenza tra demente e demenziale, Freak Antoni, voce del gruppo, risponderà: “il demente non capisce la differenza tra demente e demenziale”). Rompono il senso comune, spazzano via la canzone leggera, dissacrano il mondo borghese. E lo fanno con lo strumento dell’ironia, scavalcando quell’immagine consolidata del rock tradizionale.

Chi lo chiama un avanspettacolo, poesia surrealista, concerto-happening dadaista, chi casino, colpo di scena, goliardia poco importa perché quella che verrà poi definita performance spaghetti, non è la sola provocazione del gruppo, ma la loro firma distintiva che contraddistinguerà il loro rapporto con un pubblico che li segue da anni.

Dalla mancata partecipazione a Sanremo con un pezzo sulle scoregge al mancato videoclip con Moana Pozzi, passando per le jam sotto la pioggia con il palco invaso dagli spettatori, gli Skiantos hanno sempre trasformato il concerto in un campo di battaglia. Oggi, che gli anni ’70 sono finiti da un pezzo e Freak Antoni e Dandy Bestia non ci sono più, tornano con un nome nuovo 1269 Skiantos. Sono Luca “Tornado” Testoni, Roberto “Granito” Morsiani, Massimo “Magnus” Magnani e Gianluca “La Molla” Schiavon.

Sei gli appuntamenti del nuovo tour 2026, preludio dei festival estivi. Dopo la data di fine gennaio all’Hiroshima Mon Amour di Torino, la prossima è stasera, con un concerto gratuito all’Estragon Club di Bologna. Un omaggio a Freak Antoni e Dandy Bestia con ospiti Omar Pedrini, Federico Poggipollini e Leo Tormento Pestoduro. Seguono Pordenone il 27 febbraio al Capitol, Modena il 21 marzo al Vibra Club, Milano il 23 aprile ad Arci Bellezza, Cesena il 25 aprile al Vidia Club.

Questa intervista è nata da una chiacchierata con Luca “Tornado” Testoni, storico musicista degli Skiantos dal ’91, che ha lavorato con Vasco Rossi, Samuele Bersani, Alberto Fortis e collaborato con artisti come Lucio DallaGianni MorandiEros RamazzottiFranco Battiato e tanti altri.

Perché 1269? Richiama un pezzo simbolo come Eptadone. È un modo per dichiarare da dove ripartite o c’è un altro significato?

È l’urlo!
Come hai detto tu, è un simbolo.

“1.2.6.9. Sono andato alla stazione ho cercato l’Eptadone” è proprio insito in questo lancio, è insita la demenzialità, l’ironia.
Come si dà lo stacco di un pezzo? Si dice one two three four, 1 2 3 4… ma mai 1 2 6 9.
Quello era l’incipit di Eptadone. Freak, anziché dire 1 2 3 4, diceva 1 2 6 9. Fuori come un balcone. È diventato il nostro slogan. E mi sembra quanto mai evocativo.

Come è nata l’idea di questo tour? Se dovessi definirlo in tre parole non istituzionali, quali useresti?

Siamo sempre i soliti dementi.
Le tre parole sono queste.

Sono 35 anni che siamo così. Se uno vuole sentire gli Skiantos, ci trova sul palco a fare il nostro repertorio, arricchito di qualche brano più recente.
Certo, mancano Freak e Dandy, ma in realtà loro sono sempre sul palco con noi attraverso la loro musica.

Io non vado ai funerali o alle commemorazioni perché per me un artista non può morire. Vive quando lo porti sul palco, ogni volta che suoni o ascolti le sue canzoni.

Questa è una delle motivazioni di questo tour.
E poi la gente mi scriveva: “Non potete abbandonarci, avete l’obbligo morale di continuare!”

Per me, salire sul palco per così tanti anni con mio fratello a fianco e poi di colpo non averlo più, è stato un problema. Mi sono dovuto fermare per un anno. È stato un momento di meditazione. Durante il quale però ho ricevuto centinaia di messaggi di persone che volevano gli Skiantos. A un certo punto ho sentito che era il momento di ripartire.

Abbiamo dovuto comunicare qualcosa al pubblico, a partire dal nome: 1269 Skiantos.
In un unico nome abbiamo detto due cose: una, che siamo sempre noi e due, che Freak e Dandy non ci sono più fisicamente, ma in realtà ci sono lo stesso. C’è un filo che unisce passato e presente.
Se Freak e Dandy hanno scelto di rimanere con noi per più di 30 anni, senza cambiare più formazione, un motivo c’è. Anche perché negli anni precedenti di formazioni ne avevano cambiate parecchie.

C’è una responsabilità diversa nel suonare alcuni brani oggi, sapendo che chi li ha scritti non c’è più?

Io sono con gli Skiantos dal 1991, quindi sono 35 anni. Il batterista-cantante Granito Morsiani c’è dall’88, quindi da 38 anni. Gli altri due da circa vent’anni. Abbiamo fatto qualche migliaio di concerti con gli Skiantos, con Dandy e con Freak sul palco, e innumerevoli album in studio. Per alcuni brani abbiamo contribuito anche noi direttamente alla composizione e all’arrangiamento.

Aggiungi il fatto che sono il fratello di Dandy. Io questa responsabilità la sento e la vivo come una famiglia, come un’impresa familiare. La nostra mamma, poveretta… mi viene il magone ogni volta che ci penso… ha tribolato, perché diceva di me e mio fratello che di due non ne ha salvato uno.

E meno male…

Però devo dire che è morta felice, perché negli anni un po’ di riconoscimento c’è stato.

Diciamo che a un certo punto ha avuto la soddisfazione di vederci entrambi piazzati. Lui con gli Skiantos, io come turnista in giro per studi di registrazione.
Poi sono entrato negli Skiantos prima in studio nel ’91 e poi dal vivo nel ’96.

Per anni vi hanno detto che eravate “demenziali”, ed è vero, ma non eravate solo questo. Poi Iggy Pop vi presenta alla BBC elogiandovi, dicendo che siete “molto, molto capaci”. Vi siete mai sentiti sottovalutati in Italia?

Probabilmente in alcuni momenti sì, ma credo invece che noi abbiamo avuto un grandissimo successo.
Non mi riferisco a quello economico o delle vendite di dischi, ma a un successo artistico, soprattutto con riconoscimenti da parte di grandissimi musicisti italiani e internazionali.

Hai citato Iggy, l’Iguana. Ti cito le parole del grande Vasco, con cui ho avuto il privilegio di suonare nell’album Gli spari sopra:
“Negli anni ’70 c’era un grande fermento musicale a Bologna, ma io già allora sapevo che di tutti quanti saremmo rimasti solo io e gli Skiantos.”

Questa è roba che ti fa accapponare la pelle.
Quando hai riconoscimenti di questo tipo, da artisti come Vasco, che può piacere o meno, ma il talento non si discute, direi che non devo aggiungere altro.

Eravate decisamente avanti per i vostri tempi…

Come diceva Freak, siamo talmente avanti che noi stessi non riusciamo a starci dietro.

In un’epoca in cui il grottesco è diventato mainstream, vi sentite più fuori tempo massimo o perfettamente contemporanei?

Bella questa.
Noi siamo la continuazione di ciò che eravamo quando Dandy e Freak erano ancora tra noi. Io li ho vissuti per così tanto tempo, e con mio fratello ho vissuto anche in casa. Li conosco da allora.

Ricordo che quando sono entrato negli Skiantos ci arrivava di tutto sul palco. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Sono arrivate persino angurie. Robe incredibili.
D’altronde noi abbiamo fatto anche di peggio.

Hai presente il Made in Bo, quando era sulla collinetta? Un anno ci siamo organizzati e a un certo punto Freak ha annunciato dal palco: “Noi adesso faremo grandissimi atti. Faremo dei big atti”.
In bolognese i bigatti sono i vermi da pesca.

Ne avevamo portato un secchio pieno. Li avevamo impacchettati in piccoli sacchetti e abbiamo iniziato a tirarli sul pubblico. Poi, finiti i sacchetti, abbiamo lanciato direttamente il secchio a piene mani. Davanti a noi c’erano donne con i vermi in testa.
Uno dei nostri fan ha scavalcato le transenne, è venuto sotto il palco, ne ha presi una manciata e se li è mangiati.

Questo è il nostro pubblico.

Questa è una performance.

Piano piano negli anni questo scambio di ortaggi e alimenti si è perso, e non è stato per volontà nostra o del pubblico. È finito perché doveva finire.
La storia si è evoluta. La nostra linea però è continuata nelle canzoni, nei testi. Non più negli atti dal vivo.
Ora troverei piuttosto démodé rievocare gli anni ’70 allo stesso modo. Preferiamo lasciare che siano le nostre canzoni a parlare.
Non credo ci sia un modo migliore per far rivivere quegli anni.

Proprio perché non è più possibile riviverli, ma te li possiamo raccontare.
Mi è venuto in mente un fatto significativo. Credo fosse il ’77, avrò avuto 18 anni. C’era una grossa jam session in un parco qui a Bologna. Pioveva a dirotto e, quando siamo arrivati, il palco era pieno di gente. Anche il pubblico salito per ripararsi.

Anche se era tutto occupato, ma siamo saliti lo stesso. Mi presento io con la mia chitarrina, mi sono fatto largo tra la gente e ho cercato un amplificatore. Una volta trovato, mi ci sono attaccato e ho cominciato a suonare. Sentivo gli altri, ma intorno a me vedevo solo il pubblico. Questi erano gli anni ’70. Ho fatto un’intera jam session con gente che non avevo mai visto. È durata tutta la sera.

Dagli anni ’70 avete scandalizzato mezza Italia. Oggi per scandalizzare qualcuno cosa bisognerebbe fare?

Come diceva il buon Lucio, probabilmente oggi la cosa più scandalosa è essere normali.
Con i social sono tutti speciali. Non c’è più una persona comune. Che ne so… un ragioniere.

In un mondo che sembra la parodia di se stesso c’è ancora spazio per l’assurdo?

Secondo me ci sarà sempre spazio per l’assurdo. Guarda Trump. Più spazio di così.
Adesso vuole anche la Groenlandia.
E la cosa pazzesca è che sta succedendo davvero.

Però confido che almeno una parte degli americani si stia pentendo amaramente. È una speranza la mia.

Oggi tutti parlano di politicamente corretto. Vi sentite più censurabili o patrimonio UNESCO?

Noi siamo assolutamente patrimonio UNESCO, ma talmente scorretti da non diventarlo mai.

Bologna è ancora una città fertile per un rock irriverente o si è imborghesita?

Nel sottobosco Bologna è sempre quella.
Quello che è cambiato è il modo di promuovere un prodotto.

È difficile per i ragazzi di oggi superare lo scoglio di programmi come X Factor o Amici.
È brutto da dire, ma oggi conta molto di più saper vendere fumo piuttosto che arrosto. Chi ha arrosto da vendere fa fatica, perché di solito chi ha impiegato anni a produrlo non è così specializzato nel vendere fumo.

Ultima domanda. Gli Skiantos resistono perché…

Perché esistono.

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