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Convergenze, il festival che porta il teatro dentro i cambiamenti del presente. Intervista a kepler-452

14-09-2026

Di Carolina Casadio

La realtà che ci circonda sembra sempre la stessa. Eppure, al contempo, cambia in continuazione.  E ci vuole il coraggio di guardarla, questa realtà.

Queste sono le premesse del progetto “Convergenze”, nuovo festival di teatro documentario ideato e diretto dalla compagnia Kepler-452, che si svolgerà dal 17 al 26 settembre 2026 a Bologna. Tre artisti , Davide Enia, Marco D’Agostin e Matilde Vigna, si sono confrontati con la realtà e hanno svolto un periodo di residenza in alcuni luoghi, scelti per comporre il ritratto di un territorio che vediamo cambiare sotto i nostri occhi: Bologna vista attraverso gli occhi dei bambini, un Appennino che si spopola e si ripopola, una Riviera che cambia insieme al mare. Un festival che vuole essere una pratica di lotta, è indagini teatrali, spettacoli, laboratori, feste, incontri, discorsi. 

Il festival ha un’articolazione, per sua natura, estremamente sfaccettata. Vedrà tre serate principali, 17, 20 e 25 settembre alle 21 nella cornice del Teatro Arena del Sole, in collaborazione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, che costituiranno il cuore principale del progetto.

Negli altri giorni prenderanno vita, a corollario di questo nucleo, spettacoli e laboratori teatrali presso DAMSLab, Oratorio di San Filippo Neri e Villa Celestina. Infine, il 26 settembre alla Casa di Quartiere Ruozi, si terrà un panel conclusivo dell’intero festival. QUI il programma 

Kepler-452, compagnia bolognese che porta il nome del pianeta considerato, fra quelli scoperti fino a oggi, più simile alla Terra, vive il teatro come uno strumento per ragionare sul sistema in cui viviamo e cercare di proporre alternative, seppur immaginarie.

Abbiamo incontrato Nicola Borghesi e Enrico Baraldi, fondatori della compagnia, che fin dalla sua nascita seguono un solo imperativo: quello di uscire dai teatri e, attraverso l’arte, osservare e restituire sulla scena ciò che di vero e urgente c’è nella realtà che ci circonda.

Da dove nasce il festival Convergenze?

Enrico: Per capirne l’origine dobbiamo tornare indietro di qualche anno. La nostra compagnia nasce, prima ancora che come progetto teatrale, come “gruppo di agitatori culturali”. Fin dal 2014, dal “Festival 20 30”, cercava di rispondere a delle domande sulla società contemporanea. Erano anni in cui (forse con la testa un po’ più libera rispetto ad oggi) ci si poteva interrogare sulla condizione dei giovani e, da questa, farne scaturire delle proposte culturali e teatrali che fossero fatte dai giovani per i giovani.

All’interno di questo festival è nata la compagnia, votata a un forte contatto con la realtà e per questo abbiamo seguito, all’inizio inconsapevolmente, il format del teatro documentario, avanguardia ormai affermata nel panorama del teatro europeo. È un modo di fare teatro proiettato verso il fuori, verso le persone, poiché l’incontro stesso è un principio generatore di pensiero artistico, da cui poi prendono forma i progetti teatrali.

Dopo il “Festival 20 30”, le nostre domande come artisti sono cambiate e insieme è cambiato il contesto intorno a noi nella città di Bologna. Questo nuovo festival, “Convergenze”, rispecchia quindi una nuova ricerca, uno stimolo a guardare diversi aspetti della realtà attuale. La rassegna di teatro documentario che, avviata coi primi appuntamenti preparatori a luglio, sarà in programmazione dal 17 settembre, vuole stimolare gli spettatori a guardare la realtà, attraverso l’arte teatrale, in modo diretto, esplicito e anche molto politico. È interessante provare a conoscere il mondo attraverso questo strumento in uno scambio di pensieri all’interno di una sala teatrale.

Qual è l’esigenza che guida questo nuovo festival?

Enrico: È un invito alla riflessione, una sfida, che nello specifico è stata rivolta ad alcuni artisti, Marco D’Agostin, Davide Enia e Matilde Vigna. Abbiamo voluto proporre loro di provare a sperimentarsi come artisti in relazione col territorio.

Kepler-452 ha chiesto ad ognuno di confrontarsi in modo diretto e spregiudicato con diversi luoghi del nostro territorio, svolgendo un periodo di residenza in alcuni luoghi rappresentativi della realtà odierna, che hanno subito un cambiamento importante negli ultimi decenni e che vediamo cambiare in continuazione a causa del capitalismo, senza poter fare molto a riguardo. Dopo queste residenze, gli artisti restituiranno la loro esperienza attraverso la propria arte, in un racconto personale e, sicuramente, di denuncia.

Per questo ci sarà una “doppia programmazione”: da un lato spettacoli, presso l’Oratorio di San Filippo Neri, che abbiamo selezionato come contributi interessanti e stimolanti per il tema del festival; dall’altro, all’Arena del Sole, andranno in scena tre serate in cui i tre artisti porteranno al pubblico il resoconto sui territori che abbiamo affidato loro.

Ma come hanno fatto gli artisti a rapportarsi con un territorio che non conoscevano?

Nicola: Sono stati guidati nell’osservazione dei rispettivi territori da degli “esperti”. Marco D’Agostin è stato affiancato da Andrea Chiloiro del Collettivo Boschilla, un progetto di ricerca e produzione multimediale sulla montagna e sulle aree interne. Ha potuto così osservare l’Appennino Bolognese, un territorio in continua spopolazione e ripopolazione. Davide Enia è stato invece invitato a raccontare, con l’aiuto di Agnese Doria, docente e coordinatrice pedagogica, la città di Bologna nei suoi mutamenti, decidendo di guardarla attraverso gli occhi di bambine e bambini che ha voluto intervistare. Infine, Matilde Vigna ha fatto questa esperienza nella riviera romagnola insieme al giornalista esperto di erosione costiera Alex Giuzio.

Negli incontri di luglio, gli artisti e gli esperti hanno potuto dare una prima restituzione a caldo dell’esperienza vissuta e delle riflessioni scaturite in ogni territorio, mentre adesso a settembre vedremo il vero e proprio frutto della rielaborazione di ogni artista sul palco.

Qual è il cuore del festival?

Enrico: Far dialogare mondi differenti, artisti di teatro, giornalisti e altri professionisti verso un obiettivo comune, spargendosi in diversi territori per poi ritrovarsi nello stesso teatro, nella città di Bologna, chiamando a raccolta la cittadinanza per restituire un qualcosa di unico.

Nicola: I tre territori rappresentano aspetti diversi della nostra regione e, in questo mondo capitalistico, l’espansione necessaria a mandare avanti le cose va necessariamente a discapito delle persone e degli ambienti. Il mondo ci sta presentando il conto e ci dobbiamo rendere conto che i posti che pensiamo che possano restare per sempre, così come li conosciamo, in realtà non sono già più com’erano e non lo saranno sempre di più. La forza di “Convergenze” non sta nell’indagine di una sola persona, ma nel creare, tramite un’unica impalcatura, questa rete di più persone, ognuna con la propria specifica competenza. Chiamate da una volontà di indagine, nel non saper bene quale delle direzioni poter prendere, è bello vedere come vengano prese tutte insieme, dando frutto ad una ricerca molto più grande. La vera convergenza è la relazione, fra gli artisti, i territori, gli esperti, gli spettatori.

“Convergenza è lotta”. Cosa significa questo per voi?

Enrico: Costituisce un concetto fondamentale nel nostro percorso artistico e di vita. Dopo la pandemia, avevamo deciso di affrontare “Il capitale” di Marx per un nuovo progetto teatrale e la vita a voluto che in quel momento incontrassimo il Collettivo di Fabbrica GKN. Frequentando la fabbrica occupata, abbiamo riconosciuto in quella lotta la capacità di stimolarci a lavorare su un fronte reale, sociale e politico, molto più grande. Questo fa parte del concetto di “convergenza”, mettere in evidenza i legami nella lotta verso ciò in cui si crede, contro un sistema che si ritiene sbagliato.

Noi abbiamo cercato di creare un festival che riproducesse alcune linee teoriche e pratiche dell’esperienza GKN, prendere diversi territori che soffrono, ad oggi, di diverse problematiche, andare a vedere perché c’entrano l’uno con l’altro e trovare i nessi fra le diverse realtà che ci circondano. Aprire un discorso teatrale direttamente collegato alla realtà che ci circonda, per noi, è un atto estremamente politico.

Quali sono le speranze sul frutto di questa esperienza?

Nicola: C’è sicuramente la curiosità di vedere come questa pratica del teatro documentario convergerà all’interno di un lavoro teatrale più ampio, dialogando con la personalità individuale degli artisti che abbiamo coinvolto. La speranza è che questo progetto stimoli a far pensare le persone. Inoltre, ci piacerebbe che da questo festival si diffondesse, nella comunità degli artisti, intorno a noi, la curiosità di condividere queste pratiche teatrali.

Direzioni future?

Enrico e Nicola: La nostra compagnia è nata con una radice molto forte nel territorio di Bologna. Poi ci ha portato a collaborazioni che hanno ampliato il nostro orizzonte in Europa e al di fuori. Il progetto “Convergenze” ci ha fatto tornare a Bologna e nei suoi territori contigui. La realtà è inaspettata e così le sue connessioni. Vediamo dove ci porterà…

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