Piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?
Questa celebre frase incarna la volontà di Frida Kahlo di superare i limiti fisici imposti dalla poliomielite, dal terribile incidente che subì e dalle infinite operazioni che la costrinsero a letto per lunghi periodi della sua breve vita.
Alla fine della mostra ci sono due piedi appoggiati al bordo di una vasca.
Sono immobili, quasi sospesi. Rimango a guardarli. Hanno qualcosa di familiare. Penso a Frida Kahlo, al suo corpo ferito, al tempo passato a letto. Ma capisco che quei piedi non sono i suoi. Sono quelli di Graciela Iturbide, fotografati molti anni dopo nella stessa posizione di quelli di Frida nel dipinto Quello che l’acqua mi ha dato in cui Frida aveva trasformato l’acqua in un racconto della sua vita, in una mappa degli eventi importanti tra passato presente e futuro. Come se quella vasca continuasse a restituire storie anche in assenza del corpo.
Graciela Iturbide è una dei dieci fotografi presenti nella mostra “Frida Kahlo. Lo sguardo come identità”, insieme a Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz e Bernard Silberstein.

Lola Alvarez Bravo, Frida Kahlo, 1944
A Palazzo Pepoli, sede del Museo della Storia di Bologna, da oggi fino al 27 settembre 2026, l’esposizione, curata da ONO arte in collaborazione con Fondazione Bologna Welcome, Dipartimento Cultura del Comune di Bologna, Fondazione Carisbo e con il sostegno di Card Cultura, non segue una linea cronologica né vuole raccontare la biografia di Frida Kahlo. Il suo obiettivo è un altro: indagare la costruzione del mito.
Attraverso settanta fotografie firmate da dieci autori – amici, amanti, galleristi, artisti, nove dei quali ebbero con lei rapporti diretti – emerge un’immagine stratificata, mai definitiva.
Una, cento, mille Frida. Più che una sola, ne appaiono molte: giovane, ironica, sensuale, fragile, politica, artista. Tra le sale, il percorso si costruisce come una costellazione di sguardi.

Julien Levy, Frida Kahlo, 1938
Si parte da chi le è stato più vicino. Lucienne Bloch e Lola Álvarez Bravo, amiche e artiste, la ritraggono in momenti diversi della vita: all’inizio, quando Frida è ancora lontana dall’icona che conosciamo e veste abiti contemporanei, e alla fine, quando il corpo porta tutto il peso della malattia. Nei loro scatti emerge una dimensione più intima, in cui l’artista appare prima di tutto come persona.
Proseguendo, lo sguardo cambia. Il gallerista Julien Levy, figura centrale nella diffusione dell’arte europea negli Stati Uniti, la fotografa in modo più libero e privato. Le sue immagini sono imperfette, sfocate, ma restituiscono una Frida già riconoscibile nei suoi segni distintivi.
Con Leo Matiz, invece, il rapporto si fa più distante. Il fotografo colombiano, meno coinvolto emotivamente, sembra guardarla dall’esterno, quasi restituendola al ruolo di moglie di Diego Rivera, proprio quando sappiamo che Frida cercò per tutta la vita di affermare la propria autonomia.
Diverso ancora è lo sguardo di Gisèle Freund, che la ritrae nei suoi spazi, tra cavalletti, tele, animali e gesti quotidiani. Qui Frida è immersa nel proprio ambiente, osservata da un’altra artista che ne riconosce il lavoro e l’opera.
Negli Stati Uniti, Imogen Cunningham la fotografa in studio, con primi piani ravvicinati che sembrano sospendere il tempo.
Con Bernard Silberstein emerge invece un lato meno raccontato, quello ironico, giocoso, quasi leggero. Le immagini si aprono a una dimensione più spontanea.
È però con Nickolas Muray che avviene una svolta decisiva. Fotografo di moda e pioniere del colore, Muray, che fu anche suo amante, contribuisce più di tutti a costruire l’immagine che oggi riconosciamo: una Frida intensa, magnetica, consapevole della propria presenza. Le sue fotografie, realizzate in anni diversi, non seguono una linearità, ma sedimentano un’immagine destinata a durare.
Infine, la mostra si chiude con uno sguardo senza corpo. Le fotografie di Graciela Iturbide entrano negli spazi più intimi, tra gli oggetti personali rimasti chiusi per decenni nella Casa Azul. Qui Frida non è più visibile, ma continua a essere presente nei busti ortopedici, nelle stampelle, nelle tracce di un’icona che resiste anche nell’assenza.

Imogen Cunnigham, Frida Kahlo, 1951
Oggi Frida è il mito. Più simbolo che artista, più rappresentativa della nostra epoca che della sua. È l’artista donna più quotata al mondo, ma da viva non ha mai raggiunto un vero grande successo. Ha fatto solo tre mostre: due in galleria, a Parigi e New York, e l’ultima, la sua unica personale in un museo, a Città del Messico, poco prima della morte. Insomma, Frida Kahlo è stata venerata post mortem, quasi come una figura religiosa. La sua immagine è stata riprodotta in gadget, merchandising, prodotti.
Ed è proprio qui che la mostra smette di raccontare solo delle fotografie e inizia a porre una domanda più ampia: perché Frida Kahlo continua ancora oggi a parlarci così profondamente?
Antesignana di una figura moderna a metà tra performer e influencer, è senza dubbio una delle artiste più iconizzate, riconoscibili e riprodotte del Novecento.
Il motivo risiede nel modo in cui ha costruito la propria immagine: tra auto rappresentazione pittorica, posa fotografica, abito, trucco, oggetti personali e messa in scena del corpo. Oggi la sua fama è talmente vasta che grandi musei come il Museum of Fine Arts, Houston e la Tate le dedicano mostre non solo sulla sua opera, ma proprio sulla sua trasformazione da artista relativamente poco nota in vita a “universal icon and global brand”. Stiamo parlando davvero di un brand? Sì, avete capito bene.
Tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento, la fotografia non aveva certo la diffusione dei giorni nostri, ma era già un linguaggio maturo e abbastanza diffuso nella ritrattistica, nella moda, nel reportage e nell’avanguardia. Frida appartiene a una generazione in cui pittura, fotografia, riviste illustrate e costruzione pubblica del sé iniziano a intrecciarsi in modo fortissimo. E lei questo intreccio lo capisce subito.
Non usa il proprio volto solo come soggetto, ma come dispositivo identitario. La sua immagine non è un dettaglio biografico, è il cuore stesso della sua opera. I suoi autoritratti trattano ossessivamente corpo, dolore, appartenenza, morte, identità.
In questo senso la fotografia, prima ancora della pittura, è stata il suo primo mezzo di auto espressione. In casa, il padre Guillermo, fotografo professionista a Città del Messico, la ritrae fin da bambina.
Frida cresce dentro la cultura dell’immagine fotografica e quando arriva alla pittura ha già praticato abbondantemente la rappresentazione di sé. Nei suoi dipinti, infatti, lo sguardo è frontale, fermo, consapevole, come se fosse ripreso da una macchina che la osserva. L’influenza fotografica è evidente: la leggera torsione del capo, lo sguardo fisso, la cura quasi teatrale dell’aspetto.
Frida non tratta l’identità come un blocco fisso, ma come qualcosa che si mette in scena e può cambiare. Posa in modi e abiti diversi, passando con disinvoltura da un’immagine androgina e mascolina, in abiti da uomo, a più consueti vestiti femminili, fino ad arrivare ai costumi atipici della tradizione indigena dell’Istmo di Tehuantepec. Costruisce il personaggio Frida ancora prima della pittrice Frida.
Bluse ricamate, busti dipinti, gioielli importanti, capelli intrecciati, fiori, animali: il codice visivo cambia spesso, perché Frida crea costantemente la propria immagine. E forse anche questo contribuisce a renderla un’icona. Ma del nostro tempo, più che del suo.

Graciela Iturbide, El baño de Frida XXII, 2005
Perché la sua immagine colpisce ancora oggi?
Probabilmente perché ha costruito un’identità formalmente perfetta per la memoria visiva: volto frontalissimo, sopracciglio unito, fiori, trecce, abiti tehuani, gioielli, bocca serrata, sguardo diritto. È un’immagine semplificabile senza diventare banale, e quindi fortissima anche nella riproduzione pop. Oggi la si vede ovunque, dalla moda ai poster. Sono i musei stessi a definirla una global icon.
Ma il punto più importante è che la sua immagine non è vuota: porta con sé dolore, corpo, appartenenza culturale, femminilità, disabilità, politica, un lato maschile, desiderio, biografia. È riconoscibile come un logo, è densa come un romanzo. In una parola, è inesauribile.
Inoltre è stata sempre rispettata nei circoli artistici, anche se non ha mai raggiunto in vita la fama globale del marito Diego Rivera.
E allora ci si chiede: chi è Frida Kahlo?
Lungi dall’essere una biografia dell’artista, questa esposizione lascia volutamente aperto l’interrogativo. Foto dopo foto, il dubbio entra nel nostro sguardo e allora ci chiediamo se siano stati Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz e Bernard Silberstein a cogliere una parte della sua personalità o se sia stata lei stessa a offrire quell’immagine di sé a chi la ritraeva.
In un mondo che chiede coerenza, Frida Kahlo ha avuto il coraggio di restare complessa.
Per questo è oggi una delle artiste più auto rappresentate e riprodotte del Novecento. Ha costruito il proprio sé come immagine attraverso pittura, posa fotografica, abito, trucco e oggetti in modo sempre consapevole. Frida si veste come si dipinge. Si lascia fotografare in modo coerente con questa costruzione. Pittura e fotografia diventano inseparabili.
E così una schiera di fotografi molto noti rimane colpita dalla sua presenza. Tra tutti, Nickolas Muray, presente in mostra, è probabilmente il più importante nella costruzione dell’immagine pubblica a colori di Frida.
Ma l’artista non può essere ridotta a una semplice categoria. È stata femminista, comunista, queer, disabile, ribelle, profondamente messicana. Funziona ancora oggi proprio perché non è coerente: fragile e potente, ferita e orgogliosa, dipendente e indipendente, politicamente impegnata ma anche profondamente individualista. Una figura complessa nelle cui contraddizioni molte donne oggi possono riconoscersi.
Ha trasformato la vulnerabilità in un linguaggio pubblico e accessibile. Non ha nascosto il dolore, lo ha esposto. Prima di lei non si parlava facilmente di aborto, infertilità, corpo mutilato, relazioni tossiche. A dire il vero ancora oggi è difficile farlo. Lei ha portato tutto questo dentro l’immagine. Il corpo non era più idealizzato come voleva lo sguardo maschile. Ha dimostrato che anche un corpo non guarito poteva essere visibile.
E poi aveva un’identità fluida. Passava da abiti maschili a femminili, da amanti uomini ad amanti donne. È stata anche una delle prime figure femminili a usare il corpo come spazio politico, dichiarandosi comunista fino a cambiare la propria data di nascita per farla coincidere con quella della rivoluzione messicana e rifiutando l’estetica occidentale dominante.

Lucienne Bloch Frida with Cinzano Bottle, New York City, NY 1935
Ciò che l’ha resa potente è che non si è mai mostrata bella secondo canoni prestabiliti, ma secondo i propri, e non ha mai chiesto approvazione per questo.
In una parola Frida Kahlo è incredibilmente contemporanea. E forse continua a essere un modello proprio perché è uno dei pochi casi in cui vita e immagine coincidono davvero.
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