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In viaggio verso un’isola immaginaria fatta di suoni con GodBlessComputers

12-06-2020

Di Salvo Bruno
Foto di Guido Garotti

Lorenzo Nada alias Godblesscomputers, nato a Ravenna 36 anni fa e attualmente di stanza a Bologna, è figlio della generazione dedita all’ascolto dell’hip-hop italiano degli anni ’90, come Neffa e i Sangue Misto, ma anche gruppi stranieri come Wu-Tang Clan e A Tribe Called Quest. Con varie influenze ed esperienze musicali, Lorenzo Nada è oggi uno degli artisti e producer più originali del Bel Paese, che sta riuscendo pian piano a “svecchiare” innovando il panorama musicale nazionale e far sì che anche i generi non proprio tipicamente nostrani, come l’elettronica, parlino italiano. 
A proposito di musica italiana, Godblesscomputers vanta anche una serie di svariate collaborazioni artistiche con nomi ormai noti della nuova scena musicale, da Willie Peyote ai Funk Shui e Davide Shorty, da Iosonouncane agli Ex-Otago.

Quella di Godblesscomputers potremmo definirla senza indugio un’elettronica “eclettica” e ben definita: nello storytelling musicale, di album in album, si rincorrono synth analogici e chitarre jazz, kalimbe e scratch, campioni ma anche voci evanescenti e sonorità che spaziano dalla musica black al soul, fino al funk, denunciando una cultura musicale alquanto vasta e variegata.

A fare da seguito a Fire in the jungle, uscito il 17 aprile scorso per La Tempesta Dischi, oggi tocca a Lions, nuovo singolo, uscito su tutte le piattaforme di streaming allo scoccare della mezzanotte di oggi 12 giugno, che anticipa il prossimo disco. Un brano istintivo e potente, in cui le influenze tribali e una potente bass line fanno eco a sonorità che richiamano al reggae e alla dub.

 

Artwork di Lorenzo Nada e Guido Garotti – foto di Valerio Venturi

Abbiamo raggiunto Lorenzo Nada al telefono per farci raccontare un po’ più a fondo chi è Godblesscomputers.

Il prossimo disco parla del viaggio di un naufrago alla scoperta di The Island, un luogo immaginario e misterioso che prende forma frame dopo frame, su cui è approdato e cerca di ricucire il proprio passato. In cosa si differenzia questo disco dagli altri?

“Credo ci sia una continuità e allo stesso tempo un’evoluzione rispetto ai miei lavori precedenti.  E credo anche che con il passare del tempo il mio suono si stia piano piano spostando da suoni più spiccatamente elettronici a favore di parti più suonate, cercando di mantenere intatta l’energia e la coerenza del mio suono”.

La tua musica è stata definita “umana” per l’utilizzo di suoni caldi e organici mescolati a certo sound più squisitamente elettronico.
Se fossi davanti a un pubblico totalmente nuovo e sconosciuto, con quale pezzo o album ti presenteresti a chi ancora non ti conosce? E fra tutti, quale racchiude più di tutti la tua identità e la tua poetica musicale?

“Penso che ogni album sia il frutto del momento in cui l’ho scritto, come se fosse un album di fotografie. Ogni ascoltatore poi si è identificato di più con l’uno o con l’altro disco, magari anche in relazione al momento della vita in cui l’ha ascoltato. È curioso se ci pensi, la musica è profondamente contestuale sia per chi la fa che per chi la ascolta. Se provassi ad estrarmi da questo ragionamento e rispondere alla tua domanda però direi che il disco con cui mi presenterei è Solchi. Forse è il mio disco più maturo. Dentro ci sono tanti momenti diversi che rispecchiano in modo più esplicito tutte le mie anime e influenze musicali: c’è l’elettronica, l’hip hop, il dub, il soul..”

Hai detto in passato che Veleno rappresenta la nostalgia, con un’elettronica che ammicca molto all’hip-hop; poi Plush and Safe, ancora più elettronico ma guarda al soul, che rappresenta l’ossessione del controllo di ogni frammento di vita; infine Solchi, il ricordo, con sonorità ormai tipicamente tue, con un sound ben definito e ben riconoscibile. Oltretutto, con Solchi hai dato una svolta alla tua dimensione live diventando band con tre elementi.
Qual è il leitmotiv artistico e personale che percorre la tua produzione discografica? I tuoi dischi hanno influenza su quelli successivi?
Inoltre, come mai la necessità di allargare l’esperienza live con una band?

“Come dicevo prima, la mia esigenza è quella di raccontarmi attraverso i suoni, fare un’istantanea del momento che sto vivendo per riguardarmi indietro e vedere il mio percorso. Ovviamente ogni disco è frutto delle esperienze di vita, mischiate da ascolti, visioni e stimoli artistici che in maniera più o meno cosciente mi hanno influenzato. Credo che parte fondamentale del mio percorso e della mia espressione artistica sia frutto dell’ascolto di tanta musica, della ricerca e dell’approfondimento di cose che mi interessano, dalla lettura al cinema, all’arte.

L’idea di portare il mio ultimo disco in live con la band è nata per varie ragioni. In primis per una questione formale: molti brani di Solchi erano stati suonati in studio e per riprodurre lo stesso feeling sul palco c’era bisogno di altri strumentisti. Inoltre, perché mi piaceva l’idea di avere un team di persone e amici con cui macinare chilometri e condividere esperienze sopra e sotto il palco. Ho ricordi bellissimi dell’ultimo tour”.

Godblesscomputers nasce inizialmente a Berlino come blog nel 2010 e arriva a essere un progetto musicale che oggi parla bolognese e che è nato nel 2014 con l’uscita del primo disco, Veleno. Ad oggi, hai alle spalle già tre dischi e un EP di beat tape che attingono dal tuo background musicale, uscito non troppo tempo fa sotto il nome Koralle.
Oltre all’ascolto di tanta musica, cosa c’è dietro a una traccia di Godblesscomputers?

“Dopo tre dischi e tantissime collaborazioni fatte negli anni sentivo il bisogno di ritagliarmi uno spazio diverso, più intimo e che rispecchiasse una dimensione che avevo un po’ perso negli anni che era quella di fare le cose senza pressioni esterne e aspettative di pubblico. Così nel 2019 ho creato Koralle, un progetto che affonda le sue radici in maniera molto esplicita nel mio background hip- hop. È un progetto in cui mi rifugio per creare i miei beats jazzati, tra dischi polverosi e tasti dei campionatori. È uscito il mio primo beat-tape ‘Collecting’ su vinile per la label tedesca Melting Pot Music, etichetta di riferimento per questo tipo di sound. Il disco e le release digitali hanno riscosso un successo enorme a livello di numeri. Non mi aspettavo nulla del genere.

Per tornare alla tua domanda, posso dire che dietro ad una traccia di Godblesscomputers ci sono io, al 100%. C’è la mia vita, i miei ricordi i miei ascolti e le mie visioni. C’è anche tanto studio per cercare di migliorarmi costantemente a livello di produzione e sound design, aspetto che ritengo fondamentale per la fruizione della musica che faccio. Dietro ad ogni traccia, ma più in generale dietro ad ogni disco c’è la volontà di raccontare una storia con i suoni, qualcosa in cui l’ascoltatore possa riconoscersi e magari provare delle emozioni”.

Se dovessimo tracciare una mappa delle tue città, partiremmo da Ravenna (città in cui sei nato) poi dritti fino a Berlino, dove hai lavorato come programmatore informatico per una web agency e poi il ritorno a Bologna, dove vivi e lavori tutt’ora.
Quali sono le tre cose principali che hanno dato queste tre città a Lorenzo Nada e a Godblesscomputers?

“Senz’altro ogni luogo in cui viviamo, inteso come esperienze di vita e legami sociali, ci influenza e ci rende ciò che siamo. Quindi non sarei ciò che sono se non fossi cresciuto dove sono cresciuto o dove ho passato anni della mia vita. Ravenna e la sua provincia mi hanno dato la capacità di non dare nulla per scontato e lottare per esplorare ed approfondire i miei interessi. Berlino mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone, mi ha fatto sentire solo a volte, e mi ha dato gli stimoli per rimettermi in gioco umanamente e artisticamente. Bologna dopo tanti anni di peregrinazioni mi ha fatto sentire a casa. I casi della vita mi hanno portato qui, e inizialmente doveva essere solo una città di passaggio. Gli stessi casi della vita mi hanno fatto restare e ho imparato ad amare questo posto”.

Riguardo alla musica in digitale, qual è il tuo rapporto con lo streaming?

“Molto buono, nel senso che ascolto moltissima musica in streaming. Per me è il modo migliore per conoscere e approfondire dischi e artisti sconosciuti. Dopodiché sono anche affezionato al vinile come oggetto e supporto perciò compro tutt’ora moltissimi dischi da aggiungere alla mia collezione. Facendo il dj i dischi per me sono anche uno strumento di lavoro”.

Usciamo tutti da un periodo di quarantena forzata, che ha messo a dura prova molti settori tra cui quello artistico e musicale. Oltre alla musica, quale attività ha caratterizzato la tua quarantena?

“Durante la quarantena avevo creato una mia routine: ho letto molto, specialmente di notte quando non riuscivo a dormire, ho visto film e sperimentato nuove ricette. Ho scoperto che cucinare mi piace molto: è un po’ come ideare un nuovo pezzo, una traccia musicale”.

Molto presto torneremo più o meno a fare le cose che facevamo prima del lockdown. Tra il prima e il dopo, cosa ti porti dietro da tutto questo periodo e quali sono i tuoi piani per l’estate?
Soprattutto, quale è stata o sarà la prima cosa che hai fatto/farai adesso che si respira un po’ più di libertà?

“Questa pausa forzata mi è servita molto per creare una gerarchia mentale delle cose più importanti, quelle che mi sono mancate di più durante quei giorni. Devo dire che la cosa che mi mancava di più era stare all’aria aperta, la natura, le colline, il mare. Vivo in città ma sento spesso il richiamo della natura, che per me è una grande fonte di ispirazione.

Quest’estate non ho capito ancora cosa si potrà o non si potrà fare a livello musicale. Se si potrà suonare in determinati contesti e in alcune modalità magari farò qualcosa con il mio progetto Koralle o qualche dj set. Mi manca molto condividere un po’ di musica dal vivo. Poi nel 2021 se tutto va come deve porterò finalmente in giro il nuovo live di Godblesscomputers”.