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“La più grande evasione del secolo” parte dalla Bolognina

15-06-2026

Di Redazione

«Le rotaie, incrociandosi tra loro come fili di una rete, regalano l’illusione che ogni scambio o percorso sia possibile. Che qualunque inversione di rotta non possa fare male.»

Il viaggio di Palmira Creti, protagonista tragicomica dell’ultimo romanzo di Silvia Antenucci, La più grande evasione del secolo (BookTribu), comincia proprio alla stazione di Bologna. Oltre quel ponte che divide e insieme unisce la Bolognina al resto della città, prende forma una storia di trasformazione, certezze che iniziano a incrinarsi e inattese possibilità.

Il romanzo sarà presentato venerdì 19 giugno, alle 21, al Parco di Villa Cassarini (viale Antonio Aldini), moderato da Gianluca Morozzi.

Silvia Antenucci, insegnante, scrittrice e giornalista

Palmira è un’insegnante rigida, ostaggio delle proprie convinzioni. A causa di un errore burocratico finisce in una scuola primaria multietnica, convinta di imporre regole e disciplina. Troverà, invece, bambini, famiglie e culture diverse che la costringeranno a rimettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere.

Tra episodi ironici, situazioni surreali e momenti di grande intensità emotiva, il romanzo racconta il presente attraverso il microcosmo della scuola, mostrando come la conoscenza possa essere il più efficace antidoto contro l’ignoranza.

Abbiamo incontrato l’autrice Silvia Antenucci.

Nel libro Bologna sembra quasi un personaggio.

«Assolutamente sì. Bologna non è uno sfondo ma uno spazio di incontro, confronto e trasformazione. La Bolognina, con la sua anima multiculturale, rappresenta perfettamente una città che cambia e che continua a interrogarsi sul significato della convivenza. La scuola del romanzo è un microcosmo che riflette i cambiamenti della società contemporanea.»

Perché hai scelto questo titolo?

«Perché il sapere è la più grande evasione possibile. Evasione dall’ignoranza, dai pregiudizi, dalle semplificazioni. L’ispirazione nasce da una riflessione di Corrado Augias: la conoscenza ci rende meno manipolabili, più consapevoli e più liberi. Scavalcare il muro della non-conoscenza protegge dall’inganno, consente l’accesso al pensiero critico e rende liberi di scegliere. È un’opportunità che si presenta, nel romanzo, anche a chi non la cerca davvero, come Palmira.»

La scuola multietnica è un’istantanea della società di oggi?

«Più che un’istantanea, è uno specchio. Ho insegnato in una scuola multietnica di Bologna e ogni giorno, entrando in classe, avevo l’impressione che di lì passasse il mondo intero. La scuola è il luogo in cui culture, lingue e storie diverse si incontrano davvero. Ed è qui che si gioca una sfida fondamentale: insegnare il rispetto, la curiosità verso l’altro e la capacità di riconoscere la ricchezza delle differenze.»

Nel tuo romanzo i bambini hanno un ruolo speciale.

«I bambini hanno uno sguardo libero. Sono immediati, sinceri, spesso spietatamente onesti. Hanno la capacità di smascherare le ipocrisie degli adulti e di ribaltare i punti di vista. Nel romanzo sono loro a mettere in crisi le certezze dei grandi. In fondo devo molto ai bambini: mi hanno insegnato più di quanto io abbia insegnato a loro.»

Qual è il messaggio del romanzo?

«In un’epoca dominata dall’individualismo, abbiamo bisogno di tornare a dare valore alle relazioni. La scuola è uno dei pochi luoghi dove questo accade ancora ogni giorno. Credo, inoltre, sia importante che i bambini e le bambine con storie migratorie possano riconoscersi nei libri, vedere raccontate le proprie paure, i propri sogni e la propria esperienza. La letteratura può rendere visibile ciò che spesso resta ai margini. E può ricordarci che i bambini, più di chiunque altro, possiedono una straordinaria capacità di resistere, reinventarsi e andare avanti.»

C’è un passaggio che, più di altri, racconta il senso profondo del romanzo?

«Forse questo, che compare anche in quarta di copertina: “I bambini sanno resistere. I bambini sanno sopravvivere. Non chiedetegli come, ma lo fanno. Alcuni diventano adulti nell’attimo di uno schiaffo o di un dono inaspettato, nella gioia di un giardino segreto o nei mesi asfittici di una lunga malattia. Altri si fanno grandi in luoghi senza eco e senza adulti fatti di sogni, gatti e alberi di marzapane.”»

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