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“No alle canzoni sul Covid, raccontiamo il bello”. Parola di Paolo Antonacci

08-06-2020

Di Salvo Bruno

I più attenti durante il festival di Sanremo avranno sicuramente fatto caso che, pochi istanti prima di pronunciare il nome dell’artista in gara, uno dei conduttori introduce il brano con il titolo e immediatamente dopo una serie di cognomi.
Ecco, quei cognomi lì sono proprio di coloro che nella stragrande maggioranza dei casi tirano su di sana pianta una canzone, lasciando all’artista solo l’esecuzione dal vivo: ladies and gentlemen, gli autori.

Probabilmente, dicendo ‘autore’ si pensa subito a Mogol che scrive canzoni per Lucio Battisti negli anni d’oro del loro sodalizio artistico, ma nella realtà  l’autore è una figura fondamentale, quasi imprescindibile nel mercato della musica e stipendiati dalla Siae, di cui è presidente – neanche a farlo apposta – proprio Mogol.

Per capirne e scoprire di più sul mondo dell’autorato ho raggiunto al telefono Paolo Antonacci, giovane autore bolognese classe 1995, figlio di Biagio Antonacci e nipote di Gianni Morandi, che già da qualche anno scrive per vari artisti del panorama italiano, da Nek a Francesco Renga, passando per Alessandra Amoroso, Eros Ramazzotti e molti altri.     

Come autore, hai scritto per vari nomi della scena pop italiana. Qual è stata la canzone più complessa da scrivere?

“Beh, quella più difficile che mi sono trovato a scrivere è senza dubbio Mi farò trovare pronto, scritta con e per Nek a Sanremo due anni fa. Io e gli altri autori sapevamo che saremmo voluti andare con quel pezzo e non ti nascondo che ha portato con sé un bel po’ di notti insonni, perché c’era ovviamente molta pressione e competizione contando che si trattava di una canzone da portare al festival.
Quell’anno a Sanremo è stato un anno complicato, perché è stata la prima volta in cui all’Ariston si sono affacciate la nuova scuola cantautoriale e sottoculture musicali e tutto ha iniziato a cambiare. Era il primo anno di Achille Lauro, di Motta, degli Zen Circus.. un Sanremo bello carico e denso, ecco, in cui il pop è stato abbastanza martellato. Le settimane prima, sapendo più o meno chi ci sarebbe stato nel cast, ci siamo detti che non si poteva non andare con un pezzo forte. Motivo per cui ero sempre lì a cambiare frasi fino a poco tempo prima”.

Tre nomi di artisti odierni o del passato con cui avresti voluto collaborare?
E di quale canzone avresti voluto essere l’artefice?

“Parto dalla canzone e ti dico subito senza pensarci che quella che avrei voluto scrivere è Notte prima degli esami di Venditti, che secondo me è uno dei pezzi principe della musica italiana. Per me è un manifesto assoluto, una scuola di canzone”.

– Già dalle prime parole si capisce come Paolo sia una penna e una sensibilità fresca e contemporanea, con l’occhio attento alla nuova musica e alle nuove forme espressive che non disdegna affatto le sonorità e l’estetica del passato. E anche riguardo agli artisti ha le idee ben chiare. – Continua:

“Per quanto riguarda gli artisti, invece, mi piacerebbe collaborare con Luca Carboni, per cui non ho mai scritto. È un tassello importante della mia crescita, sia legata alla territorialità perché è di Bologna come me, sia perché sono cresciuto con i suoi primi pezzi che per me sono pietre miliari, come Silvia lo sai e Farfallina. Anche se la mia infanzia, anagraficamente e cronologicamente parlando, non è quella dei primi anni di Carboni, scrivere per lui sarebbe come chiudere un cerchio.
Oltre a lui, gli altri due sono Elisa, che adoro e che trovo assoluta, mai fuori moda e ha un profondo rispetto dell’arte, e Achille Lauro, che fa una roba più giovane e contemporanea di cui sono profondo estimatore. Di lui sono fan sin dal liceo, quindi davvero dall’inizio. È un mitragliatore, uno esplosivo che ama scombinare la musica italiana. Ne amo tanto l’estetica, appena l’ho scoperto sono impazzito. Questi sono solo tre ma ce ne sarebbero altri mille per i quali vorrei scrivere, tra cui Vasco”.

Sei autore per la Siae, ma da una manciata di anni hai in tasca anche una laurea in Comunicazione, è un piano B o una passione nascosta? Quale altro mestiere avresti scelto se non avessi seguito la strada dell’autore?

“Sì, sono laureato in Comunicazione e per l’esattezza in Relazioni Pubbliche.
Non è una passione nascosta, anzi, a me piace molto il mondo della pubblicità e l’ho studiata tanto, insieme alla sociologia del consumo. 
Prima di andare all’università non pensavo mi sarebbe piaciuto, è una passione che è venuta dopo. Se non facessi quello che faccio adesso verosimilmente avrei continuato con la specialistica, chissà, non mi sono mai soffermato più di tanto a pensarci. Non sapevo cosa avrei fatto dopo e infatti non sapevo che avrei iniziato a fare l’autore, perché a dire il vero non sapevo neanche esistesse questa figura insieme a un sottobosco di produttori e interpreti. Volevo sì fare il cantante ma non conoscevo tutta la dinamica che c’è dietro,
anzi, all’inizio mi intimoriva un po’ il lavoro dell’autore.

Il mio primo pezzo, che fu il singolo di Alessandra Amoroso, La stessa, fu il mio primo vero successo ed è avvenuto quando ancora frequentavo l’università. Quindi ancora prima di firmare il contratto mi sono detto “E ora che finisco l’università cosa farò?” ed ero andato in ansia. Solo dopo ho iniziato a concepirlo davvero come un lavoro, quando poi finalmente è partito tutto. Adesso è un mestiere che amo e sono curioso di vedere dove mi porterà”.

La tua vita si muove tra Milano e Bologna. In cosa ti senti bolognese? E cosa significa Bologna per Paolo-autore?

“Io mi sento bolognese in tutto e ho un grandissimo amore per la mia città, tanto che sinceramente mi manca quando sono qui a Milano. All’inizio, quando mi sono trasferito qui per studiare all’università, nella mia testa di ragazzino di 18 anni Milano era New York. Era tutto di più, tutto più grande, però poi in realtà, complice anche il fatto che i miei amici sono tutti quanti di Bologna, gli scorci che amo sono tutti di Bologna, alla fine a me manca Bologna quando non ci sono. Ora sono a Milano e sono spesso qui per lavoro. E infatti Milano per me è il lavoro, tutta la mia rete, i miei coautori, le persone che lavorano con me, anche gli studi che frequento più spesso sono tutti qua in Lombardia, anche se in realtà io amo Bologna e spero umilmente in un certo qual modo di rappresentarla. Mi piace pensare di portare un po’ di Bologna dentro questo mondo”

– Parlando di Bologna, Paolo ci racconta un po’ del rapporto viscerale con la sua città, che riesce ancora ad emozionarlo. Un amore che ha persino tradotto in un tatuaggio.-


“Io tengo molto alla territorialità e al background che Bologna mi ha dato e che porto in giro nelle mie canzoni, un sano campanilismo da cui nascono belle cose. Fa’ conto che ho tatuato sul braccio la Basilica di San Luca, quando sono a Bologna ci vado praticamente tutti i giorni. Un tatuaggio molto educato, diciamo così, ma giusto per farti capire quanto sia legato a questa città. Pensa che una sera di qualche mese fa mi sono emozionato ancora una volta nel vedere la bellezza di piazza Santo Stefano di sera.
Forse per altri mestieri c’è necessità di andare via, ma Bologna è ancora un posto pazzesco soprattutto per la musica; non a caso gran parte del patrimonio genetico di cantautori, interpreti e autori italiani è nata o vive nei pressi di Bologna. Per me, rimane il posto dove mi piace di più svegliarmi”.

Tornando al tuo lavoro, il potere delle parole e dei testi hanno spesso un impatto emotivo molto forte sull’ascoltatore e di conseguenza permettono ad una canzone di raggiungere un pubblico molto vasto.
Di conseguenza, il ruolo e la figura dell’autore hanno molta rilevanza. Qual è la tua visione sul tuo ruolo?

“A parte all’inizio, quando sentivo un po’ di pressione lavorando in studio con altri colleghi che avevano già macinato successi e che sono oggi il Gotha della produzione e dell’autorato italiani, in realtà devo dirti che io quando oggi scrivo non è che pensi particolarmente a cosa scrivo e al pubblico. Per quanto certe volte l’autorato possa sembrare da fuori un lavoro a tavolino, quasi fosse un lavoro da team di scrittura, ti assicuro che mi diverto molto a scrivere e credo che questa sia una chiave, perché trovo che le cose più spontanee siano alla fine quelle che arrivano forti addosso alla gente.
Certo manierismo, la volontà di utilizzare un po’ il righello, secondo me poi sposta il focus del pezzo. Sembra una banalità, ma credo che le cose di pancia e sincere arrivino di più, ne sto avendo la prova giusto in questi giorni”

-Paolo approfitta dell’occasione per raccontarmi con orgoglio del brano Le feste di Pablo, scritto per Fedez e Cara, una giovane artista emergente, in rotazione radiofonica e nelle classifiche già da un svariate settimane.-

“Prendi questo, ad esempio, è un pezzo fatto quasi in cazzeggio, divertendoci, e secondo me quell’approccio lì funziona. Tendo a voler scrivere con le persone con le quali mi diverto, senza pensare troppo al fuori perché ti comprime”.

Nel panorama della crisi del Covid-19 che ha messo in ginocchio il mondo della musica, soprattutto dal vivo, quale credi sia il futuro della musica in Italia? E soprattutto, che compito avranno gli autori, i testi e l’arte in generale nel prossimo futuro?

“Adesso è una situazione alquanto interessante da scoprire. Per quanto riguarda gli autori, come tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo e della musica, il Covid si porta dietro tutta una serie di problematiche non indifferenti, prima su tutte la musica dal vivo. La fonte principale monetizzata per noi autori è la Siae, che pesca gran parte dei suoi proventi dalla musica dal vivo, quindi sarà sicuramente un periodo diverso. Il live interrotto porterà una serie di difficoltà al mondo dell’autorato, con risultati che ci metteranno un po’ di più ad arrivare, però d’altra parte credo che il futuro della musica sarebbe comunque stato fatto sempre più da singoli, uscite sempre più fitte fino a perdere più il concetto di album inteso come fil rouge o concept album; insomma, il pezzo di plastica, il cd pian piano finirà e si lavorerà sempre più di singoli. Sarebbe stato comunque così, ma secondo me il Covid ha dato proprio il colpo di grazia e ha velocizzato il tutto.
Con la fine del disco fisico, insieme al fatto che non si potrà suonare dal vivo ancora per un po’, la competizione si alzerà ancora di più perché andranno tutti alla ricerca del singolo che abbia successo. Io sono in trincea, vedremo cosa succede”.

-Paolo mi spiega appunto come d’ora in poi gli autori e gli artisti debbano lavorare sempre più spesso su un nuovo modo di concepire il prodotto musicale, che sarà il trend musicale nel prossimo futuro, prima di entrare più nel vivo dell’argomento dicendomi la sua sui brani a sfondo Covid-19 e quindi quella che secondo lui è la mission delle canzoni.-

“Da un punto di vista morale poi, io non sono tanto pro alle canzoni uscite per il Covid. Questa è una situazione che è bene ricordarsi, nel bene e nel male, però se possibile nella scrittura delle canzoni spero non ci sia quella sensazione morale di non poter dire certe cose perché non è il periodo. Credo che ci sia più bisogno di belle canzoni, anche che rimandino a paesaggistiche spensierate, il bisogno di sentire canzoni di questo tipo anziché stare attenti a non urtare nessuno, perché stando attenti a non urtare nessuno secondo me non si va molto lontano, non ne vale la pena. Anzi, secondo me proprio perché è un momento brutto e difficile bisogna spaccare con le canzoni. C’è un problema e dobbiamo provare a contribuire al bello, ne vale assolutamente la pena”.

Per concludere, tra i testi che hai scritto, c’è una frase che ti rispecchia maggiormente rispetto ad altre?

“Mi hanno sempre spiegato che questo mestiere è creatività, talento ma anche tanto mestiere, nel senso che bisogna scrivere anche quando non ne hai voglia. Io, che sono ancora troppo giovane, faccio ancora molta fatica a scrivere un testo quando proprio non mi va, proprio perché devo essere molto me stesso e in pace, in una situazione giusta per potermi esprimere. Quello che scrivo è proprio mio al cento per cento, fatico a edulcorare i testi e sono molto sincero, potrei sicuramente scrivere molto di più ma quello che scrivo mi rappresenta. Quindi in mezzo ai miei testi non c’è esattamente una frase, sicuro è che tutto quello che ho fatto bene o male mi rappresenta, forse a volte anche troppo.

Pensa che ho scritto dei pezzi, alcuni non ancora cantati da nessuno, che sono così tanto miei, così spiccatamente personali che l’artista non sente sua la mia versione e quindi rimangono là fermi. È una lama a doppio taglio, ma credo di essere molto personale in quello che faccio. Di fatto a me non è mai capitato di scrivere e far uscire una canzone in cui ci fossero parole che non userei o non direi mai, sono uno che tende a mettere abbastanza se stesso, nel bene e nel male. Farei un po’ fatica a inserirmi in un contesto in cui non mi sento libero, diciamo così. Chi inizia a conoscermi bene mi dice spesso che si sente che è mio, si capisce che c’è dietro il mio mondo, anche se un testo lo canta un artista e l’altro, un altro ancora”.


Una frase sola che lo rispecchi in una canzone in particolare non c’è, ma sicuramente Paolo chiosa e riassume la sua poetica di autore in poche righe:

“Mi diverto e scrivo liberamente solo quando ho voglia e bisogno di essere rappresentato dalle parole. Ci tengo molto a questa roba in quanto autore, quello che scrivo mi porta a nuove avventure e tengo al fatto che venga capito. Dopotutto, è il mio biglietto da visita”