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PhMuseum Days: quattro giorni di fotografia contemporanea a Bologna

28-09-2026

Di Francesca Gattini

Ci sono tempi in cui il mondo sembra andare in pezzi. E altri in cui forse il punto non è ricomporlo, ma imparare a guardare le distanze che lo attraversano.

Archipelago, tema della quinta edizione dei PhMuseum Days, parte proprio da qui: dall’idea di un presente fatto di isole autonome che acquistano senso quando entrano in relazione. Dal 1 al 4 ottobre, Bologna torna così a essere uno dei punti di osservazione sulla fotografia contemporanea internazionale, con mostre, incontri, workshop e presentazioni editoriali che attraversano conflitti, migrazioni, crisi ambientali e trasformazioni sociali. Non per offrire una lettura unica del nostro tempo, ma per metterne in connessione le molte, possibili, prospettive.

Daniel-Martinez

Una costellazione di storie che rappresentano la complessità della realtà contemporanea, tante “isole” che mantengono la propria identità pur appartenendo allo stesso arcipelago. L’arcipelago diventa così uno spazio in cui le differenze non si annullano, ma possono convivere ed entrare in relazione.

Un tema che trova espressione non solo nel programma curatoriale, ma anche nella geografia stessa del festival. PhMuseum Days prende come punto di partenza il nuovo spazio Bastardini, per poi diramarsi verso il Cortile dell’Archiginnasio, il PhMuseum Lab e le bacheche di CHEAP in via dell’Abbadia. Quest’anno, a questi luoghi si aggiungono due importanti novità: l’estensione del percorso con il circuito OFF, in collaborazione con le due realtà culturali bolognesi Fondazione Home Movies e Spazio Labo’, e l’ingresso ufficiale di Photobook Mania nel programma del festival, il 3 e 4 ottobre negli spazi di Serra Madre ai Giardini Margherita.

Max-Pinckers

Al centro del festival il nuovo spazio Bastardini, che ospita le mostre personali di sette fotografi internazionali, ognuno dei quali interpreta il tema “Archipelago” attraverso una prospettiva unica e personale. Questi sono Max Pinckers, Allegra Baggio Corradi, Jonah Samson, Daniel Martínez, Federico Clavarino, Robin Alysha Clemens e Francisco Cantón.

Nelle bacheche di CHEAP, in via dell’Abbadia, “Absolute: Tehran Cats” di Caro Mirzoyan racconta invece la Teheran contemporanea attraverso i gatti, esposizione che riflette sul contesto di controllo e sorveglianza nella città.

Al Cortile dell’Archiginnasio, quaranta artisti presentano opere stampate su grandi teli semitrasparenti, disposti in dialogo tra loro e attraversabili dal visitatore, in un’installazione che rende fisicamente visibile lo spirito del tema “Archipelago”.

Le novità riguardano anche il circuito OFF e il dialogo che vuole far conoscere ancora di più le due realtà culturali bolognesi. Fondazione Home Movies presenta il cortometraggio di Benedetta Fioravanti “Us above the brutes”, dal 2 al 4 ottobre nella Sala Berti del Refettorio delle Monache dell’ex Convento di San Mattia. Spazio Labo’, con la curatela di Laura De Marco, ospita invece “Tra noi” di Roman Manfredi, prima mostra personale dell’artista in Italia, che indaga il senso dell’identità e dell’appartenenza mettendo in relazione Regno Unito e Napoli.

Photobook Mania, invece, porta nel programma del festival l’editoria fotografica indipendente che il 3 e 4 ottobre, a Serra Madre, ospita editori, artisti, scuole e librai in un evento pubblico.

Départ-Pour-lImage-–-Maria-Siorba

Il programma rimane molto vasto, tra mostre fotografiche, workshop, incontri e altri eventi. Sono quattro giorni dedicati alla fotografia a 360 gradi e, allo stesso tempo, a un percorso che si sviluppa attraverso diversi luoghi di Bologna. 

Abbiamo raggiunto Giuseppe Oliverio, direttore artistico dei PhMuseum Days 2026, per farci raccontare il festival e il tema di questa quinta edizione.Un punto di partenza in più per entrare nel festival e guardare alle opere attraverso la lente del confronto e del dialogo.

Da dove nasce la scelta di “Archipelago” come tema di questa quinta edizione? E cosa ti interessa mettere in discussione, o aprire, attraverso questa immagine dell’arcipelago?

La scelta del tema è sempre molto difficile perché ci piace che il festival non sia disconnesso dalla realtà e da quello che succede nel mondo. Quest’anno, date le forti tensioni che ci sono sia a livello geopolitico che locale, abbiamo pensato a un tema che potesse creare un confronto e un dibattito più propositivo. L’idea è quella di accettare le differenze, le “isole culturali” del nostro tempo, e utilizzare il mare che le divide come punto di scambio e di confronto. I lavori presentati mettono in discussione le nostre condizioni e alcuni stereotipi, cercando di farci capire che il nostro punto di vista è soltanto uno dei tanti possibili. Ci invitano quindi a cercare di comprendere quello dell’altro e, in una certa misura, ad accoglierlo.

Caro Mirzoyan – Absolute_ Tehran Cats

In un’epoca segnata da conflitti, migrazioni, crisi e profonde trasformazioni, quanto è importante poter proporre, attraverso l’arte, una narrazione alternativa, capace di immaginare una forma di coesistenza che non si fondi sulla separazione e sulla definizione di confini?

Secondo me è una grande opportunità. Il ruolo dell’arte è spesso quello di anticipare un po’ il futuro, oppure di comprendere o criticare in maniera più profonda il presente. Abbiamo il privilegio di vedere tanti artisti che portano avanti queste ricerche con attenzione e sensibilità nel corso degli anni, facendo ricerca e cercando di capire quale sia la strategia visiva più appropriata per esprimere un certo concetto o una certa critica. È anche uno dei motivi per cui esiste questo festival: ci aiuta a vedere le cose in maniera diversa e con tempi diversi rispetto a quelli con cui ci informiamo quotidianamente. Non sono notizie scritte mentre gli eventi accadono e consumate in poco tempo, ma riflessioni di lungo periodo. E avvengono in uno spazio fisico, dove bisogna essere presenti e dove si ha la possibilità magari di stare anche venti minuti davanti a un lavoro, invece di pochi secondi, come succede spesso online.

2023 – Ram_4.0 (Sara Bastai)

Per sua stessa natura, la fotografia è una porzione di realtà racchiusa in un’immagine, che molto spesso immaginiamo come statica. Cosa la rende invece un linguaggio adatto a raccontare la visione dinamica di questa edizione, che cerca di costruire narrazioni alternative e molteplici? Penso, per esempio, a progetti come quelli di Max Pinckers o Allegra Baggio Corradi 

La fotografia si è diffusa moltissimo ed è entrata profondamente nelle nostre vite, anche attraverso i social, e gli artisti hanno iniziato a sviluppare sempre di più il linguaggio. Quest’ultimo è diventato più sofisticato anche perché esiste un gioco implicito tra il fotografo che lavora con le immagini e noi, che siamo sempre più abituati a vederle, analizzarle e a capire la relazione tra un’immagine e una determinata sequenza. Magari all’inizio bisogna concentrarsi, leggere il testo o parlare con qualcuno per entrare nella logica e nella critica dell’artista. Quello che lasciano, però, è l’opportunità di riflettere su certe cose senza prenderle come una verità o come una descrizione fedele della realtà: sono uno spunto, un’osservazione, una critica.

Max Pinckers, per esempio, nel suo lavoro scatta la stessa scena con tre telecamere contemporaneamente, da tre punti di vista diversi. Ci permette così, in maniera abbastanza diretta ma anche geniale, di comprendere come un’immagine sia in realtà una descrizione parziale di uno spazio, di un gesto, di un momento, e come il significato possa cambiare drasticamente in funzione del punto di vista. Anche il lavoro di Allegra Baggio Corradi, nato da un processo collaborativo con una comunità di neo-immigrati a Londra, riguarda la creazione di un Pictionary, un vocabolario per immagini in cui parole dal doppio significato vengono espresse con immagini. Jonah Samson usa fotografie provenienti da archivi stampa e giornalistici, che apparentemente non c’entrano nulla con l’altra, per creare una narrazione ispirata ai due personaggi minori dell’Amleto di Shakespeare. Usa visivamente un arcipelago di immagini che lo spettatore sarà invitato a interpretare un po’ come preferisce.

Max-Pinckers

Il tema di Archipelago non riguarda soltanto i contenuti delle mostre, ma si riflette anche nella geografia stessa del festival di Bologna con il nuovo spazio Bastardini come centro, il Cortile dell’Archiginnasio, il PhMuseum Lab, le bacheche di CHEAP e, quest’anno, anche il circuito OFF e Photobook Mania. Come pensi che questo percorso attraverso la città possa diventare parte dell’esperienza del festival?

Come i lavori sono opportunità per riflettere sul proprio punto di vista e sulle proprie convinzioni, magari provando a scardinarle e rivalutarle, anche il fatto che ci siano tante location in città è un altro modo per invitare lo spettatore a uscire dal quartiere in cui vive e dalle zone che è abituato a frequentare, per vedere altri luoghi e magari fare una camminata diversa da quella che fa tutti i giorni, oltre che conoscere altre realtà. È interessante che ci sia il circuito OFF con Fondazione Home Movies e Spazio Labo’, la mostra collettiva all’Archiginnasio, nel cuore della città, e le bacheche di CHEAP, che magari uno vede spesso in giro per la città ma sulle quali non si è mai soffermato a chiedersi cosa siano e quale sia il loro obiettivo. Questa dislocazione geografica, che va da ovest a est e dal centro verso sud, fino alle Serre, cerca quindi di dialogare con il tema in un modo diverso.

2022 – Umbai (Munirah Almeri)

Quest’anno avete ampliato ulteriormente il festival con la nascita del circuito OFF che coinvolge le due realtà culturali già esistenti sul territorio, tra cui Fondazione Home Movies e Spazio Labo’. Cosa possiamo aspettarci da queste nuove collaborazioni?

Secondo me è molto bello vedere delle realtà che lavorano nel mondo dell’arte in città da tempo con un certo impegno. A me interessa che il nostro pubblico abbia un’occasione in più per avvicinarsi alla loro programmazione e che, viceversa, ci sia la voglia di conoscere anche la nostra realtà. Con un angolo parzialmente diverso, questo permette a chi viene al festival di ampliare ulteriormente i propri orizzonti e di vedere le tante facce che la fotografia al giorno d’oggi può assumere. Quindi insomma, cerchiamo di far vedere quanto possa essere bella e divertente la fotografia contemporanea.

Con la buona riuscita della prima edizione di Photobook Mania, che riproponete anche quest’anno, cosa pensi abbia suscitato l’interesse del pubblico verso il mondo dell’editoria fotografica indipendente? E cosa cerca oggi il pubblico in un photobook?

L’anno scorso sono venute veramente tante persone e chiedendo dei feedback erano tutti molto contenti. In questo mondo digitale, il formato tradizionale del libro rimane molto attuale, perché ti dà la possibilità di staccarsi dallo schermo di vedere le cose con più calma e spesso i fotolibri sono anche degli oggetti molto belli. Una persona può portarsi a casa qualcosa di culturale e visitare allo stesso tempo un ambiente mega trend con ragazzi ed editori che mettono insieme la fotografia, il design e la ricerca proprio come le altre figure creative.

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