Nella seconda metà del secolo scorso, mentre New York viene raccontata come “capitale del mondo” che si espande e accelera, ce n’è un’altra che non corre, non si mette in posa, non grida. È la New York di Saul Leiter, fatta di scorci, vetri appannati, riflessi e attese. Dettagli che sfuggono allo sguardo comune, frammenti che, come tessere di un mosaico, ricompongono il suo quartiere restituendo una città quasi irriconoscibile.

A Palazzo Pallavicini, fino al 19 luglio 2026, una grande mostra racconta uno dei fotografi più poetici del Novecento. Un autore che ha trasformato l’imperfezione in linguaggio e il quotidiano in visione. Realizzata da Vertigo Syndrome e curata da Anne Morin, l’allestimento riunisce 126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali d’epoca, un documento filmico e le illustrazioni di Roby il pettirosso. Tra materiali d’archivio, colori vellutati, dipinti e immagini monocromatiche, Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia restituisce il ritratto di un artista schivo, capace di vedere dove gli altri passano oltre.

“Mi interessa di più fotografare una goccia di pioggia su una finestra che una persona famosa”, dice Leiter. Ed è proprio da qui che prende forma il percorso espositivo.
“All’ingresso abbiamo costruito una finestra su cui scorre la pioggia e dietro una grande fotografia di New York. È l’elemento chiave del suo sguardo: osservare il mondo da dentro, attraverso un filtro. E quel filtro è la chiave del suo modo di guardare la realtà”, racconta Chiara Spinnato di Vertigo Syndrome, azienda specializzata nell’ideazione e produzione di mostre ed eventi espositivi.
La mostra è un invito a rallentare e a imparare di nuovo a guardare. Dipinti e fotografie si alternano senza separazioni rigide: niente divisioni tra colore, bianco e nero o pittura. Tutto è mescolato, come nella pratica stessa di Leiter.

In un’intervista proiettata in mostra, lo stesso autore, ormai anziano, si racconta nel suo studio: uno spazio in cui fotografie, dipinti, oggetti e letture convivono. Ammette di non essere facilmente inquadrabile. Non ha mai cercato di diventare “un certo tipo” di autore, né di costruirsi un’identità precisa. “Più che non essere inquadrabile in una categoria fotografica canonica, Saul Leiter è inquadrabile solo in se stesso”, aggiunge Chiara.
Guardando i suoi lavori, il dialogo tra pittura e fotografia è evidente. Forme, colori, composizioni: tutto rimanda a una sensibilità pittorica, anche nelle immagini in bianco e nero. Il passaggio tra i due linguaggi è continuo.

“Leiter è spesso definito uno street photographer, ma il cuore della mostra è costituito anche da fotografie intime, realizzate nel suo appartamento, con modelle o donne a lui vicine. Per anni le ha tenute nel cassetto, poi è tornato su quelle immagini intervenendo pittoricamente. Alcune opere nascono proprio da questo processo. È come se rielaborasse il proprio lavoro a distanza di tempo”. Molti visitatori, come racconta Chiara, hanno la sensazione di entrare nella mente dell’artista, nel suo laboratorio creativo.
Saul Leiter nasce in una famiglia ebrea a Pittsburgh. Il padre vorrebbe che diventasse rabbino. Ma lui sceglie un’altra strada: rompe con la famiglia e si trasferisce a New York. Qui inizia a fotografare con una macchina regalata dalla madre, quasi come un incoraggiamento.
“Nelle sue immagini la figura umana è spesso indiretta, ridotta a sagoma o a presenza marginale. Potrebbe essere anche un riflesso della tradizione ebraica, che scoraggia la rappresentazione diretta del corpo umano”, spiega Chiara.
Leiter esce senza un progetto preciso. Cammina, osserva, raccoglie frammenti. Come un flâneur, attraversa la città senza cercare soggetti celebri. “Anche Vivian Maier faceva lo stesso: uscire per osservare, per cercare dettagli”.
La sua è una scelta di vita oltre che artistica. “Leiter dice di aver impiegato tutta la vita per diventare uno sconosciuto”. In Italia lo è ancora, altrove meno. Ma questa invisibilità è coerente con il suo modo di stare al mondo.

“Scegliere un autore poco conosciuto in Italia è stata una scommessa. Con nomi come Steve McCurry sai già che il pubblico arriverà. Ma non è quello che ci interessa. Anche con Vivian Maier abbiamo cercato una chiave diversa. Tra i due c’è una forte affinità: entrambi hanno scelto di restare invisibili”.
Vertigo Syndrome nasce nel 2022, dopo il Covid, dall’incontro tra Chiara Spinnato e Filippo Giunti, pubblicitario. “Era un momento in cui c’era un forte bisogno di interazione”, racconta.
“Mi sono chiesto perché molte persone non vadano alle mostre. Chi le ama ci va, certo. Ma cosa tiene lontani gli altri? L’ostacolo è spesso la percezione di un forte elitarismo culturale”.
Da qui due possibili strade: creare esperienze immersive e spettacolari, oppure mantenere il rigore culturale eliminando le barriere. Vertigo Syndrome sceglie la seconda.
Nascono così gli inciampi: momenti che interrompono la passività dello spettatore e lo costringono a partecipare. “Dopo un certo numero di opere l’attenzione cala. Noi inseriamo situazioni che riattivano lo sguardo”.

Per la mostra su Saul Leiter hanno creato una serie di installazioni ispirate al suo linguaggio: veri e propri “filtri” fisici. Una parete d’acqua, vetri appannati, superfici che permettono al visitatore di fotografare come faceva Leiter.
“Ti permette di entrare nel suo modo di vedere. Capisci la sua filosofia e puoi sperimentarla direttamente, anche con un telefonino”, spiega Filippo.
Il target non è solo chi ama l’arte, ma anche chi ci arriva quasi per caso. “Il nostro obiettivo è che anche il visitatore meno interessato esca dicendo: grazie, non me l’aspettavo”.
Per questo esiste anche la formula soddisfatti o rimborsati: se la mostra non piace, il biglietto viene restituito. Quando gli chiedo quale sia la frequenza, Filippo mi dice che su una mostra con 40.000 visitatori, i rimborsi sono stati sette.
Le mostre non sono pensate come percorsi esaustivi, ma come esperienze aperte. Non seguono un ordine cronologico, ma tematico. E si ampliano nei weekend con incontri, talk ed eventi.
Il documentario su Leiter è collocato a metà percorso, in modo strategico. Chiarisce ciò che si è visto e offre una nuova chiave interpretativa di lettura. “È come quando in un film arriva un momento che ti fa capire tutto quello che è successo prima”.
E poi c’è una particolarità che solo Vertigo Syndrome ha: ogni mostra ne contiene un’altra. In questo caso, le illustrazioni di Roby il pettirosso, ispirate alle parole di Leiter, introducono il visitatore al suo pensiero. Non sono una distrazione, ma un ingresso nel suo universo.

Una scelta della curatrice è stata invece dare molto spazio anche al bianco e nero, rafforzando il senso di intimità e mostrando l’ampiezza della produzione dell’artista. Leiter è stato uno dei pionieri della fotografia a colori, ma la ha usata come un linguaggio artistico, non commerciale.

Al centro del suo lavoro c’è sempre l’imperfezione. In un panorama dominato da immagini perfette, costruite e prevedibili, le sue fotografie sembrano un controcanto. Spesso inizialmente spiazzano, poi conquistano.
“Viviamo in un’epoca di immagini perfette, anche generate dall’intelligenza artificiale. Ma la vita non lo è. Quando qualcosa in un’immagine non funziona del tutto, ma risuona con la realtà, allora diventa potente. La forza di Leiter sta proprio qui”conclude Chiara.

E aggiunge: “Il suo messaggio è accettare la vita così com’è, trovare la poesia nelle piccole cose. Lo trovo un messaggio profondamente umano”.
“A me piace cercare la bellezza nelle cose piccole”. In un mondo in cui la bellezza rincorre continuamente la perfezione, Saul Leiter va nella direzione opposta.
Non cercava il mondo straordinario.
Cercava quello che avevamo già davanti.
E che avevamo smesso di vedere.
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