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Dall’altra parte dello specchio. Shattered Decay, la mostra in via del Pratello tra AI e video installazioni

20-03-2025

Di Laura Bessega

Cosa succede quando il riflesso nello specchio non restituisce più la nostra immagine, ma una versione alterata, distorta, forse più autentica di quella che crediamo di conoscere?

ROOF Videodesign porta questa domanda al centro della sua nuova mostra Shattered Decay, nata da un’idea di Shasa Benati, che si terrà a partire dalle 18:00 questo sabato, 22 marzo, in concomitanza con il Cosmoprof a Bologna in via del Pratello 21/2.

Lo studio di creazione di contenuti digitali offre un’esplorazione tra tecnologia, arte digitale e intelligenza artificiale, in cui lo specchio diventa portale, illusione e rivelazione. Attraverso installazioni interattive e opere generate dall’AI, il collettivo trasforma il proprio studio in uno spazio in cui la percezione di sé si frammenta e si ricompone.

Roof Artwork: Echoes di Christoph Grigoletti

Ma cosa c’è davvero dall’altra parte dello specchio? La risposta non è univoca, e il confine tra il reale e il digitale si fa sempre più sottile. L’arte digitale è davvero meno autentica di quella tradizionale? Quale sarà il futuro della creatività nell’era dell’intelligenza artificiale? E, soprattutto, chi siamo quando il nostro riflesso ci restituisce una versione diversa di noi?

In questa intervista, i membri di ROOF raccontano la genesi della mostra, il loro rapporto con l’AI e il futuro della digital art in Italia.

Che cosa c’è dall’altra parte dello specchio?

Christoph: cosa c’è dall’altra parte dello specchio? Ci sono tante cose dall’altra parte dello specchio. Realtà diverse, mondi paralleli, versioni di sé. Sogni di come vorremmo essere, porzioni di realtà mischiate a porzioni di realtà vissuta e sognata. Dietro lo specchio c’è un viaggio onirico. Il nostro.

Com’è nato il concept di questa mostra e perché avete scelto di esplorarlo attraverso la tecnologia? Come siete entrati in contatto con Shasa Benati?

Luca: l’idea invece nasce quasi totalmente da Shasa. Ci siamo conosciuti durante il tour di Salmo l’estate scorsa. Da lì ha iniziato a interessarsi al nostro mondo, a capire cosa fosse celato dietro il video, l’AI, la Digital Art. Shasa è stata la nostra stella polare in questo progetto! Grazie a lei abbiamo creato e organizzato un filo conduttore all’interno della mostra. Shasa è stata capace di modulare e incanalare il nostro flusso lavorativo fatto di esplosione artistica e sperimentazione in quello che presenteremo sabato. Forse la mia frase è scontata, ma senza di lei tutto davvero questo non sarebbe stato possibile.

Per quanto riguarda noi invece, per lavoro,  creiamo video e contenuti. È il nostro mezzo.

Il concept è partito dall’idea di mostrare cosa c’è dall’altra parte e l’abbiamo fatto cercando di esplorare un nuovo campo, quello della video digital art, mettendola un pò a nudo. Mostrare il lato che non si vede usando le ultime tecnologie disponibili sul mercato, ovvero l’intelligenza artificiale. Volevamo far capire che non è un’entità lontana, un mostro.

Dietro  ci sono persone che studiano, lavorano, ragionano, mettendo insieme i pezzi e cercando appunto di tirare fuori qualcosa di artistico, di creativo. L’intelligenza artificiale negli ultimi anni è stata bersagliata da parte delle persone. Alcune si sono schierate contro, altre a favore, ma non le ha lasciate indifferenti.

Quando si parla di AI, molti immaginano enormi data farm sperdute chissà dove nell’Est Europa: vasti magazzini industriali pieni di schede grafiche che renderizzano senza sosta. In realtà, dietro questa tecnologia in continua e rapida evoluzione, ci sono persone come noi, che cercano di mettere insieme i tasselli di un nuovo linguaggio artistico e di questa tecnologia in continua e rapida evoluzione.

Abbiamo usato il nostro background creativo per esplorare cosa c’è non solo dietro lo specchio, ma anche dietro il processo stesso di creazione. L’intelligenza artificiale non prende decisioni al posto nostro: è solo un mezzo, uno strumento attraverso cui possiamo esprimerci.

Secondo voi quale sarà il ruolo del dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’arte nei prossimi anni? Sta nascendo o è già nata una nuova estetica?

Christoph: questa è una domanda molto interessante, ne parlavamo proprio ieri tra di noi. L’intelligenza artificiale, che si tratti di una generazione visiva o testuale, di un chatbot o di qualsiasi altro sistema, viene istruita su dati esistenti: fotografie, testi scritti, dipinti, documenti di vario genere, tutto materiale creato dall’uomo.

Il problema che potrebbe emergere nei prossimi anni è che queste AI verranno addestrate su contenuti generati a loro volta da altre AI, creando un ciclo chiuso. Questo creerà un loop infinito che potrebbe portare a un livellamento dell’output, con risultati sempre più uniformi e prevedibili. L’elemento di imprevedibilità e originalità potrebbe ridursi, dando vita a una produzione standardizzata.

È un tema che sfiora quasi la filosofia: se istruiamo un’intelligenza artificiale con dati prodotti da un’altra intelligenza artificiale, dove finisce la realtà? Rischiamo di costruire un mondo sempre più artificiale, privo di nuove contaminazioni umane? Credo che questa sarà una delle questioni centrali del dibattito futuro.

ManWalking

Visto che c’è ancora questo timore che la digital art venga vista un po’ meno autentica rispetto alle forme tradizionali di arte, voi pensate che la scena digitale abbia abbastanza spazio per emergere qui a Bologna? E come vedete il futuro della Digital Art nel contesto italiano? C’è abbastanza interesse o siamo ancora indietro rispetto ad altri paesi?

Luca: la prendo un po’ larga: prima dell’evento degli NFT c’erano due mondi, uno digitale che non aveva valore, serviva per uno scopo, per illustrare un moodboard, per un film, per concept designers e poi c’era l’arte quella vera, materica, tangibile, che aveva un suo mercato, un suo valore, i suoi meccanismi. Con l’avvento degli NFT, anche la digital art è riuscita ad accedere a una propria posizione nel mercato artistico. Le copie digitali hanno acquisito valore per una serie di fattori. Tuttavia, il mercato iniziale era fortemente gonfiato, creando una bolla speculativa che alla fine si è ridimensionata.

Il mercato dell’arte tradizionale è spesso stato anche un terreno di investimento finanziario e speculazione. Cosa sta succedendo con la digital art e l’AI?

Luca: il mercato dell’arte è stato spesso un terreno di investimento e speculazione, e oggi la digital art si sta ritagliando uno spazio proprio, anche grazie alle basi tecnologiche che offre, come nel diritto d’autore per la musica.

Secondo me c’è una rivoluzione in corso e con l’avvento dell’AI, che non è una moda passeggera, la tecnologia si fa strumento.

Avrà secondo me un suo mercato e si mescolerà con quello già esistente digitale.

E poi non sempre l’intelligenza artificiale è il metodo più veloce o efficace per ottenere un risultato. Spesso siamo costretti a integrarla coi metodi più tradizionali e sono comunque sempre necessari degli aggiustamenti.

Quindi, secondo me, in questo campo, siamo a buon punto in Italia. A livello mondiale invece i tre paesi che utilizzano l’AI in modo più innovativo e diffuso sono Israele, Canada e Cina. Quindi l’Europa rimane sempre un po’ indietro.

Aggiungo che, a livello scolastico, stiamo finalmente assistendo all’introduzione di un’educazione di base sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per creare arte.

Un esempio che ci riguarda da vicino è il percorso avviato da Mikkel all’interno dell’accademia, dove sta insegnando l’uso di nuovi tool e tecnologie. Per il momento, però, l’intelligenza artificiale ne è rimasta esclusa. È stato contattato per aiutare gli studenti ad ampliare il proprio portfolio, introducendoli a nuove attrezzature e software, che stanno contribuendo a ridefinire il loro workflow creativo e lavorativo.

Roof Artwork di Luca Zanna

Qual è il confine tra il riflesso e la realtà nellera digitale? La tecnologia ci aiuta a vedere più chiaramente o introduce nuove distorsioni?

Luca: la tecnologia, a mio avviso, ci permette di vedere con chiarezza ciò che vogliamo costruire ed esporre, ma allo stesso tempo introduce un nuovo livello di interpretazione. Sta a noi mantenere un certo mistero, una dimensione effimera che conservi una poeticità intrinseca. Un po’ come una pennellata su una tela intonsa: dietro quel gesto apparentemente semplice si nasconde un intero universo di significati.

Con la digitalizzazione, questo processo non scompare, cambia solo il modo in cui lo poniamo. Mi piace pensare alla relazione tra la pennellata e il pixel: un passaggio di testimone tra strumenti diversi, ma con lo stesso intento espressivo. Nessuno di noi viene da un background da pittore o scultore, eppure non usiamo il digitale per colmare una mancanza, ma per esplorare un linguaggio nuovo, più vicino alla nostra sensibilità artistica.

In fondo, è lo stesso dibattito che per anni ha accompagnato il confronto tra pittura e fotografia. Quest’ultima è stata a lungo ritenuta inferiore, fino a quando non ha trovato il proprio spazio e la propria legittimità come forma d’arte. Oggi accade lo stesso con la digital art e l’intelligenza artificiale: non si tratta di una sostituzione, ma di un’evoluzione del modo in cui creiamo, interpretiamo e percepiamo l’arte.

Certo.

Oggi la nostra identità online è una somma di dati, algoritmi e frammenti digitali. Cosa siamo diventati? Solo numeri, risorse? Quali sono i pericoli più grandi, secondo voi, nella manipolazione delle immagini e dellidentità da parte delle grandi società tecnologiche?

Christoph: credo che, alla fine, siamo semplicemente diventati dati. Il tema della privacy, che in Italia e in Europa è molto sentito, secondo me è ormai quasi irrilevante, perché, volenti o nolenti, porzioni dei nostri dati sono ovunque. Alcuni li condividiamo direttamente attraverso le nostre interazioni sui social, altri finiscono in rete magari per un semplice commento lasciato online. Ma ci sono anche situazioni fuori dal nostro controllo: una banca che subisce un furto di dati, il telefono di qualcuno che viene clonato e noi siamo nella sua rubrica… In un modo o nell’altro, siamo sempre più identificabili attraverso i nostri dati.

Faccio un esempio banale: tempo fa, ero in Abruzzo e parlavo al telefono con la mia ragazza. A un certo punto, le dico che sarei andato a comprare un paio di scarpe da ginnastica. Appena ho chiuso la chiamata, sui social mi sono apparsi annunci pubblicitari proprio di quel tipo di scarpe. Questo fa capire quanto il confine tra la nostra identità digitale e quella reale sia sempre più sottile.

Sono anni che lo noto anch’io.

Christoph: non avevo neanche mai cercato quelle scarpe online, ne avevo solo parlato al telefono con lei. Quindi si tratta chiaramente di una trasmissione vocale intercettata. Le grandi corporation si arricchiscono proprio grazie a questo: il loro valore di mercato è direttamente legato alla quantità di informazioni sugli utenti che possiedono. Pensiamo a Facebook, Twitter e altre piattaforme: il loro valore non dipende tanto dai servizi che offrono, ma dal numero di persone che li usano e dai dati che raccolgono su di loro.

Roof Artwork di P_Quintoz

Finora abbiamo parlato del valore commerciale dei dati. Ma cosa succede se, in un futuro incerto, come peraltro quello che stiamo vivendo, questi dati assumessero anche altri significati?

Luca: è una questione che, onestamente, spaventa, soprattutto se pensiamo alla possibilità di una manipolazione finalizzata a sottrarci qualcosa. Tuttavia, l’utilizzo dei dati è anche un campo che abbiamo esplorato in una delle installazioni che presenteremo.

Uno dei nostri junior, Ulisse, ha lavorato con l’intelligenza artificiale per ricreare volti e morphing. Il morphing, uno dei primi effetti digitali sviluppati dall’industria cinematografica, permette di trasformare gradualmente e senza soluzione di continuità una forma in un’altra, come il volto di una persona che invecchia o che si trasforma in un animale o in una figura aliena.

Per questa installazione, abbiamo creato un sistema chiuso, in modo che l’AI possa attingere a un database limitato e controllato, senza espandersi in modo incontrollato nel web. Il suo compito è quello di combinare dati esistenti per generare volti di persone che, in realtà, non esistono. Potrebbe, ad esempio, prendere i miei occhi, la tua bocca e il naso di Christoph, creando così una nuova identità visiva. Se ci pensiamo, questo è un processo di sottrazione e rielaborazione dei dati, ma senza un fine dannoso.

Di fatto, si tratta di un sistema che raccoglie e mescola elementi, ma che rimane sterile, nel senso che non ha un impatto invasivo o lesivo. La differenza, però, la fa sempre l’occhio esperto. Qualcuno che lavora con l’arte e la tecnologia cerca di dare valore e significato a queste elaborazioni, e questo è esattamente ciò che stiamo facendo noi.

Ad esempio, quando abbiamo iniziato a lavorare alla mostra, molti dei nostri junior hanno presentato lavori creati con Midjourney, così com’erano stati generati dall’AI, senza alcun intervento umano. Noi senior siamo intervenuti per guidarli a dare un valore artistico a ciò che stavano realizzando.

Mi spiego meglio: puoi usare l’AI per generare un’immagine, ma è il tuo intervento che le dà valore. Il tocco umano è ciò che trasforma un risultato generico in un’opera d’arte. Il gusto personale, l’esperienza, il background fanno la differenza. E fra dieci anni, questo stesso lavoro sarà completamente diverso, perché sia la tecnologia che il nostro modo di usarla si saranno evoluti.

Ed è proprio questo che ci entusiasma: la sensazione di inseguire sempre qualcosa, di non sentirsi mai arrivati a un punto definitivo. L’arte e la tecnologia si muovono a un ritmo frenetico, e questa continua trasformazione è ciò che ci spinge a esplorare sempre nuove possibilità. Non si tratta di raggiungere una meta fissa, ma di tracciare una rotta e vedere dove ci porta.

Roof Artwork di Luca Cioci

Cambiando argomento, l’evento si svolge in concomitanza con il Cosmoprof, che è un po’ il regno della bellezza. Volevo capire come dialogano la vostra mostra e il mondo del beauty.

Christoph: torniamo un po’ al concept. Abbiamo scelto di realizzare l’evento durante il Cosmoprof proprio perché alcune delle tematiche affrontate nelle nostre installazioni si intrecciano con il mondo della bellezza. Parliamo di bellezza nell’imperfezione, di materiali e texture, e del makeup come arte e decostruzione.

Perché la bellezza nell’imperfezione? Perché vogliamo esplorare l’estetica del decadimento, della fragilità e della trasformazione. Oggi nel mondo del beauty si sta affermando sempre di più il concetto di bellezza dell’imperfetto. Noi ci inseriamo in questa riflessione, trattando il tema dell’imperfezione a modo nostro, legandolo al Cosmoprof in una chiave più artistica e concettuale. Pur essendo una fiera legata principalmente alla cosmesi, il nostro approccio è interpretativo: tocchiamo il tema, ma a modo nostro, trasformandolo in qualcos’altro.

In un’epoca in cui tutto passa attraverso i social e la pubblicità online, voi avete scelto di usare la guerriglia marketing, una comunicazione più fisica e diretta. Pensate che possa essere più efficace per un evento artistico? E perché?

Luca: in realtà, l’idea della guerrilla marketing è nata proprio perché questa dissonanza tra digitale e cartaceo ci affascinava molto. Ci piaceva il contrasto tra la dimensione effimera del digitale e qualcosa di fisico, di tangibile.

Nella nostra azione di guerrilla, abbiamo inserito delle lastre specchiate all’interno dei manifesti che abbiamo affisso per Bologna, accompagnandole con citazioni di musicisti, poeti e artisti. Ci interessava creare un’esperienza concreta, un intervento urbano che fosse percepibile nella realtà, mentre tutto ciò che sarà esposto nella mostra è puramente digitale e intangibile.

Crediamo che molte persone si aspetteranno di trovare specchi reali all’interno dello spazio espositivo, frammenti fisici di riflesso. In realtà, è stato un gioco di suggestione: quando entreranno, scopriranno di trovarsi in un ambiente completamente digitale, dove il vero specchio sarà rappresentato dalle installazioni interattive, che restituiranno il loro stesso riflesso in modi inaspettati.”

Quindi una sorpresa per chi verrà a vedere la mostra.

Luca: “Esatto. La comunicazione dell’evento è stata improntata sulla digital art e sull’intelligenza artificiale, e su questo siamo stati chiari. Però ci affascinava l’idea di contrapporre un’esperienza più vissuta e materica attraverso la guerrilla. È un contrasto che funziona, perché quello che il pubblico troverà qui dentro sarà completamente diverso da ciò che ha visto fuori.

Domanda esistenziale: lo specchio è un simbolo antico, legato alla verità ma anche all’illusione. Qual è, secondo voi, la più grande illusione che stiamo vivendo oggi?

Luca: l’illusione più grande è quella di apparire per ciò che non siamo. È qualcosa che passa soprattutto attraverso i social: creiamo un’immagine di noi stessi che, spesso, è distante dalla realtà. Come in questa mostra, dove il riflesso restituisce qualcosa di alterato e non del tutto autentico.

Christoph, tu cosa ne pensi?

Christoph: sono d’accordo con Luca, ma aggiungerei un altro aspetto. Lo noto, ad esempio, con mia figlia, che è una nativa digitale. Per lei e per la sua generazione, l’identità online non è un’estensione della realtà, ma una parte integrante della loro esistenza. Ciò che accade sui social per loro è reale tanto quanto quello che accade fuori.

Noi percepiamo questa dimensione digitale come qualcosa di più effimero, mentre per loro è perfettamente sovrapponibile alla realtà. E questo, inevitabilmente, cambierà il modo in cui vivranno il mondo.

E non temi che crescendo questa sovrapposizione diventi ancora più complessa da gestire?

Christoph: sì, ed è proprio questo che mi spaventa. Io ho una visione un po’ apocalittica: credo che nei prossimi 10-15 anni molte delle esperienze che oggi viviamo nel mondo reale si sposteranno sempre più nel digitale. La nostra quotidianità sarà sempre più immersa in questi schemi, e il confine tra il reale e il virtuale diventerà ancora più sottile.

A voi non sembra che molti film abbiano già anticipato tutto questo?

Christoph: sì, assolutamente. Ho avuto una discussione con un avvocato specializzato in diritto d’autore e nuove tecnologie, e lui mi diceva una cosa molto interessante: l’essere umano, storicamente, ha sempre fatto tutto ciò che poteva per autodistruggersi.

Se guardiamo ai film apocalittici, in fondo, il percorso è sempre quello: il mondo in mano alle macchine, l’uomo che si rende superfluo. Stiamo andando esattamente in quella direzione. Alla fine, potremmo diventare nient’altro che le mascotte delle intelligenze artificiali.

L’ultima domanda e rispondetemi entrambi. Se doveste lasciare il pubblico, le persone che passeranno alla vostra mostra con una domanda aperta, un interrogativo che emerge, quale sarebbe?

Luca: sei sicuro che ti stai riflettendo veramente?

Christoph: qual è il tuo vero io? Quello da questa parte o quello dall’altra?

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