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Cucito di strada. La storia di Penelope

22-12-2017

Di Leonardo Vicari

Cucito di strada. La storia di Penelope

L’occhio umano è decisamente più allertato a scorgere qualcosa di diverso, anomalo, fuori contesto, rispetto alla memoria fotografica abituata alle immagini di routine. Quel lunedì di agosto fu come esercitarsi con le vignette senza tempo delle riviste dedicate all’enigmistica: trova-le-differenze. Immaginatevi il Mercato della Terra di via Azzo Gardino e Piazzetta Pasolini. Sì, quello che ha cambiato nome in “Mercato Ritrovato”, ma per un bolognese le cose che vengono timbrate restano condannate, imperiture, ad essere chiamate allo stesso modo: strade, palasport, centri commerciali, osterie, discoteche…  Immaginatevi anche le bancarelle disposte sempre nello stesso ordine, l’odore di pesce veniva da sinistra appena entrati, la birra artigianale dalla parte opposta, di fianco agli spiedini di carne, mentre formaggi e gelati stazionano uno di fronte all’altro appena dentro l’arco d’ingresso. Ogni lunedì uguale a sé stesso, come i lunedì sanno essere.

Mi stranì accorgermi di un tavolino più minuto degli altri, di una macchina da cucire, e di una sarta indaffarata a lavorarci dietro. Con coraggio e rassicurante inconsuetudine. Chi cuoce, chi cuce: connubio d’altri tempi. “Penelope Recupera” intitolava la minimale locandina di fronte al piccolo e improvvisato atelier.

“Ero l’assistente del direttore di un’azienda, dopo due lauree e 30 anni passati in giro per il mondo”. Il suo nome è un altro, ma “dopo il fallimento del mio ex posto di lavoro, e due lutti quasi concomitanti, mi sono dovuta ricucire, riparare. E reinventarmi. Mi sono cercata, e ho trovato anche Penelope”.

La disoccupazione improvvisa? Un dramma a livello generale, ma pure un segno: “40 anni e un curriculum che mi permetteva tranquillamente di ripropormi altrove: stesse mansioni, stesse certezze economiche. Eppure non c’ho pensato minimamente…mi sono iscritta ad un corso di cucito!”.

130 euro per 6 lezioni. Finito quello, via con un altro, poi un altro ancora. “Ho l’animo contadino, sapevo stare chiusa in un ufficio ma intanto vendemmiavo e facevo il pane per allentare le briglie alla mia creatività”.

Il passo più grande? Iscriversi alla scuola sartoriale. 2 anni di impegno, a quasi 45: “un giorno come un altro un signore entra in aula, ha un abito da mettere a posto e chiede se oltre ad insegnare, lì c’è qualcuno che può dargli una mano. E la “prof” indica proprio me, davanti a tutte le compagne, brave e giovani..”. Fu il primo sconosciuto per cui Penelope eseguì un lavoro. “Ci venimmo incontro, come gli intricati intrecci di ago e filo degli strumenti di cui faccio uso”.  

Ulteriore scintilla, un dono inaspettato.. “Una conoscente perse anche lei la mamma, e mi regalò la mia prima Necchi, che aveva acquisito in eredità. Ora ne ho 4, mi circondano la stanza di casa che ho adibito a laboratorio”. Nella sua Itaca, Penelope riutilizza stoffe, crea portachiavi, custodie per occhiali, borse. E trasforma. “II re-fashion è la mia missione.. abbiamo armadi pieni di roba che non useremo più, con quel materiale facciamoci altro!”.

Feci spazio ai clienti del mercato, e aggiunsi “Penelope Recupera” su Facebook dove posta le sue creazioni ed i prossimi eventi a cui partecipa con il suo cucito di strada. “La prima volta a Castiglione dei Pepoli non mi conosceva nessuno: beh.. a fine giornata non mi rimase neanche una toppa.. Bologna e provincia si confermano molto ricettive al contatto con ciò che è nuovo!”

Nel salutarmi mi ricorda da dove viene, e dove sta andando: “Non faccio vestiti. Io ripararo. Aggiusto, recupero, sistemo quello che c’era già. Come ho fatto con me.

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