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Agnès Varda al Modernissimo: il cinema che ha cambiato lo sguardo sulle donne

08-03-2026

Di Laura Bessega

“Sessant’anni di creazione e pesano meno di due chili”. Così irrompe ironicamente davanti a una platea una novantenne vivacissima, mentre solleva una scatola piena di DVD con tutti i suoi film. Ha un curioso caschetto bicolore, bianco e castano, che ricorda  uno zucchetto papale. Al TEDx tutti ridono. Lei guarda una signorina seduta tra il pubblico, vestita di rosso, e le porge la scatola: “Questa puoi tenerla tu”.

Agnès Varda, spesso presentata come la regista della Nouvelle Vague, definizione che le è stata attribuita ma nella quale non ha mai amato riconoscersi pienamente, non era soltanto una persona ironica. È stata anche la prima donna a ricevere l’Oscar alla carriera, oltre a essere premiata nei più importanti festival cinematografici del mondo, da Cannes a Venezia, da Berlino a Locarno. Fotografa, cineasta, artista visiva, è stata anche una figura profondamente impegnata sul piano civile e femminista.

Da poco ha inaugurato una mostra monografica a lei dedicata dal titolo Viva Varda! Il cinema è donna, allestita alla Galleria Modernissimo, nel sottopasso di Palazzo Re Enzo a Bologna. Curata da Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda e le scenografie di Giancarlo Basili, l’esposizione è prodotta dalla Cineteca di Bologna insieme alla Cinémathèque française, con il sostegno del Comune di Bologna, della Regione Emilia-Romagna e del Ministero della Cultura. La mostra sarà visitabile fino al 10 gennaio 2027. Per ulteriori informazioni e orari di visita si rimanda al sito.

Tra fotografie, estratti di film, installazioni, oggetti di scena e materiali d’archivio, il percorso restituisce il ritratto di un’artista poliedrica e curiosa del mondo, una viaggiatrice instancabile che ha attraversato oltre sessant’anni di cinema mantenendo sempre una radicale libertà creativa.

Pur diventando una figura simbolo della Nouvelle Vague, Varda è sempre rimasta una voce indipendente. Ha amato la pittura, i gatti e il teatro, è stata la compagna e poi moglie del regista Jacques Demy e ha attraversato ambienti artistici e culturali molto diversi, incontrando personalità come Fidel Castro, Jim Morrison, Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Madonna e Jean-Luc Godard.

Nei suoi film Varda mette al centro le persone reali, quelle incontrate nelle strade, nei mercati, nelle campagne. Il suo cinema nasce spesso fuori dai modelli dominanti dell’industria cinematografica. I suoi film mescolano documentario, finzione, autobiografia, installazione e fotografia. Una libertà formale che riflette anche una libertà di sguardo: Varda non accetta ruoli prestabiliti né nel cinema né nella rappresentazione delle donne.

“Come artista, la mia unica giustificazione è l’esistenza. È come essere una piccola canzone nel caos del mondo. Come donna sono sempre stata e resto femminista e ho partecipato a lotte molto concrete: il diritto di scegliere quando e se avere figli, l’uguaglianza dei diritti e dei salari, il diritto all’aborto. Come cittadina rivendico tutte le battaglie portate avanti in questi decenni per i diritti delle donne. Soffro tutti i ghetti, compreso quello femminista, e ho sofferto a lungo la grande discriminazione nei confronti delle donne che era presente nel mondo del cinema”.

Questa attenzione per la vita reale attraversa tutta la sua filmografia. Durante un TEDx, dopo aver mostrato una scena di Cléo dalle 5 alle 7, in cui la protagonista osserva un artista di strada che ingoia tre rane e poi fa uscire un getto d’acqua dalla bocca, Varda commenta: «La realtà è davvero molto interessante».

Cléo dalle 5 alle 7 (1962) è uno dei suoi film più celebri e anche uno dei più profondamente legati alla riflessione femminista. Il film segue in tempo quasi reale due ore nella vita di una cantante parigina che attende l’esito di un esame medico. Nel corso di questa attesa, lo sguardo della protagonista cambia: da oggetto osservato dagli altri diventa progressivamente soggetto capace di guardare se stessa e il mondo.

Girato per le strade di Parigi con uno stile che mescola realismo e costruzione narrativa, il film è un racconto sull’ansia, sul tempo e sull’immagine femminile, restituendo alla protagonista una soggettività che va oltre l’apparenza.

È un film di finzione ma anche un ritratto reale della vita pagina e il critico Georges Charensol lo definì “un vero film moderno” e aggiunse:” novanta minuti nella vita di una donna parigina possono contenere le inquietudini di un’intera nazione”. Girato a Parigi in bianco e nero, con un budget di circa 80000 dollari, racconta la paura che emerge in quegli anni nella società e che ancora oggi rimane. Il cancro.

Con Le bonheur (1965), uno dei suoi film più enigmatici e inquietanti, Varda racconta invece la storia di un uomo che ama due donne e che, quando una muore, semplicemente la sostituisce con l’altra. Attraverso colori luminosi e un’apparente serenità domestica, la regista smonta l’idea stessa di felicità borghese, mostrando le crepe nascoste sotto una superficie perfetta.

“Provai a essere una femminista gioiosa», raccontava Varda, «ma ero molto arrabbiata. Gli stupri, la violenza domestica, le mutilazioni genitali, gli aborti clandestini… giovani donne all’ospedale per il raschiamento e giovani specializzandi che dicevano: senza anestesia, così imparerai!”

Il suo impegno politico non è rimasto mai astratto. Nel 1971 è stata tra le firmatarie del celebre Manifesto delle 343, scritto da Simone de Beauvoir, nel quale centinaia di donne francesi tra cui anche Simone de Beauvoir, Catherine Deneuve, Jeanne Moreau, hanno dichiarato pubblicamente di aver abortito, esponendosi alle relative conseguenze penali. Un gesto di disobbedienza civile che ha contribuito alla nascita della legge Veil del 1975, che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza in Francia.

Nel 1975 Varda ha realizzato anche il documentario Réponse de femmes: Notre corps, notre sexe, un cortometraggio televisivo che affrontava apertamente il tema del corpo femminile e dell’autodeterminazione che si rivela ancora oggi attualissimo. Mandato in onda in prima serata, ritraeva i corpi femminili e parti nude, subito tagliati, ha suscitato egualmente molto scalpore per la franchezza con cui mostrava corpi e parole fino ad allora censurate.

Pellicole come L’une chante, l’autre pas (1977), Senza tetto né legge (1985) e Jane B. par Agnès V. (1988) continuano a interrogare il rapporto tra libertà individuale, identità e condizione femminile. Le protagoniste dei suoi film sono spesso figure erranti, donne che cercano uno spazio di autonomia in un mondo che tenta continuamente di definirle. Mescolando documentario, finzione, autobiografia, installazione e fotografia, Agnes dà forma a una libertà di forma che è anche libertà di posizione. Non accetta i ruoli prestabiliti né nel cinema né nello sguardo sulle donne.

Guardare Varda oggi è un atto di resistenza. È un modo per ricordarci che esistono ancora film che non ci dicono quello che dobbiamo pensare, ma ci aiutano a sentire, ci accompagnano nel nostro percorso di comprensione di noi stessi e del mondo.

Durante tutta la durata della mostra, il Cinema Modernissimo propone anche la rassegna Viva Varda! La femme à la caméra, un ciclo di proiezioni che mette in dialogo i film della regista con opere di altre autrici di generazioni diverse. Un modo per mostrare come la sua eredità continui a influenzare il cinema contemporaneo.

L’esposizione bolognese dialoga inoltre con la mostra Agnès Varda. Qui et là, entre Paris et Rome, allestita a Villa Medici a Roma e visitabile fino al 28 maggio. Le due mostre costruiscono insieme un unico ritratto dell’artista.

Il percorso dell’esposizione è articolato in diverse sezioni che raccontano i temi centrali del lavoro di Varda: il rapporto con l’arte e la politica, la sua idea di cinécriture,  il processo creativo del film come forma di scrittura, le relazioni artistiche e personali che hanno segnato la sua vita, la curiosità per i movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta, l’impegno femminista e la lotta delle donne fuori e dentro il cinema e il legame profondo con l’Italia.

Il rapporto tra Agnès Varda e Bologna è infatti più stretto di quanto si possa immaginare. La regista ha visitato la città diverse volte, seguendo personalmente il restauro dei suoi film e partecipando al festival Il Cinema Ritrovato, dove ha tenuto anche alcune masterclass.

Il direttore della Cineteca Gianluca Farinelli ricorda un episodio del 2013. Durante la proiezione in Piazza Maggiore di Hiroshima mon amour di Alain Resnais, amico di Varda e montatore del suo primo film, la regista gli confessa, tra ironia e ammirazione, di non aver mai realizzato un film così bello. «E poi», aggiunse scherzando, «un mio film non sarà mai proiettato qui in questa piazza».

Si sbagliava. Solo quattro anni dopo, proprio in Piazza Maggiore, è stato presentato Visages Villages, uno dei suoi ultimi lavori, realizzato insieme all’artista francese JR. È lo stesso anno in cui Agnès Varda ha ricevuto l’Oscar alla carriera, consegnatole da Angelina Jolie.

Aveva quasi novant’anni. Ormai anziana, è sempre stata un’artista fiera d’invecchiare che è riuscita a reinventare la propria immagine.

E a proposito di immagini, è bene ricordare queste sue parole molto attuali: “Sia l’immagine fotografica che quella in movimento mi interessano moltissimo. Ritengo che sia necessario lavorare molto sull’immagine proprio perché ne siamo bombardati, dalla televisione alla pubblicità. E queste immagini da cui siamo bombardati spesso sono svuotate del loro senso. Certo ce ne sono di tremende, come quelle che ci sono giunte recentemente dal Pakistan e dal Cachemire, che ovviamente non sono svuotate di senso. Spesso però da questo emerge tutta la crudeltà di questa società che le trasmette per cinque minuti insieme a due imbecilli di politici che chiacchierano e si esibiscono, per poi magari mandare di seguito una sfilata di moda. Ecco quindi che quelle immagini, giustamente tremende, annegano in questo vomito di altre immagini senza senso che è la televisione. L’unica cosa che l’artista può fare è, con modestia, cercare di creare un piccolo spazio di circolazione di emozioni e idee”.

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