Chiunque abbia frequentato un liceo classico ricorda il detto Panta rei di Eraclito, filosofo greco vissuto tra il VI e il V secolo a.C. Un’espressione che si è radicata nel linguaggio comune, anche quando assume un tono colto. È quasi un cliché linguistico. Spesso usata, e abusata, per dire che nulla è permanente e che tutto cambia, significa letteralmente ogni cosa scorre. Ma il pensiero del filosofo è meno sbrigativo e più complesso di quanto sembri.
Per Eraclito il mutamento non è ciò che rende le cose instabili. La trasformazione non è caos. Al contrario è il principio stesso della loro esistenza. Un fiume è tale proprio perché l’acqua scorre e, scorrendo, lo modifica. Ne modifica il letto, gli argini, le insenature. Ma se si fermasse, non sarebbe più un fiume. Così, ciò che cambia non si dissolve, ma permane in una tensione continua tra opposti. Siamo e non siamo, dice Eraclito. Per lui, è questa armonia contrastante a tenere insieme il mondo.

Ed è da qui che prende forma Risonanza: l’armonia degli opposti, la mostra fotografica di Michele Levis, in cui l’acqua è non solo soggetto, ma un vero principio attivo di trasformazione. Un elemento che cambia la percezione e che non si lascia fissare, mettendo in crisi l’idea stessa di immagine come qualcosa di stabile e definitivo.
Lo Spazio b5, fondato dall’architetto Lorena Zuniga Aguilera e da Michele Levis, è un hub creativo e multidisciplinare dove arte, design, architettura e fotografia si incontrano. Dal 4 febbraio al 7 marzo, in vicolo Cattani 5b, presenterà la personale del fotografo veneziano. In occasione di Art City 2026, quarantasette immagini in bianco e nero, tra nicchie e antichi pozzi, occuperanno la galleria, arricchite da due tavole tattili che permetteranno anche a un pubblico di persone cieche e ipovedenti di immergersi nella mostra, attraverso un’esperienza materica e sensoriale. L’intervento è curato dai progettisti Stefano Manzotti e Michele Piccolo di Studio Manforte, che opera da diversi anni nel campo dell’accessibilità culturale.
L’inaugurazione è prevista per mercoledì 4 febbraio 2026 alle ore 19.00. L’esposizione sarà aperta dal 5 febbraio al 7 marzo 2026 con ingresso gratuito. Per orari di apertura e ulteriori informazioni contattare lo Spazio b5 al numero 051 0566878 o scrivere un’email a info@spaziob5.com.

Michele Levis usa la fotografia per osservare come la realtà cambi continuamente. Sceglie l’acqua come materia, ma anche modello di pensiero, non per rappresentarla ma per lasciarla agire sulla percezione di chi guarda. Non vuole descrivere o spiegare, ma essere testimone. L’immagine è evento, non rappresentazione. Non fissa istanti, né racconta storie. La fotocamera è dispositivo di ascolto, non di registrazione. La fotografia è relazione, non documento. E in questo progetto abbandona la sua funzione descrittiva per farsi esperienza. Infine, l’acqua, lungi dall’essere soggetto o elemento simbolico della mostra, è strumento di mutazione. Diventa soglia tra forma e dissoluzione, ma la sua natura instabile mette in crisi l’idea stessa di confine.

Guardare le immagini di Michele Levis significa accettare l’ambiguità, fermarsi sulla linea di demarcazione tra ciò che appare e ciò che sfugge. Presenza e assenza, stabilità e movimento, interno e esterno, essere e divenire. Il dialogo tra opposti non risolve contrasti, ma mantiene in equilibrio tensioni. L’armonia non elimina il conflitto, ma ne tiene insieme le parti. Allora è chiaro che quella risonanza evocata dal titolo diventa uno spazio sottile dove i poli non si combattono ma si richiamano.
Come nasce e si sviluppa questa mostra è ora l’autore stesso a raccontarcelo meglio.
Michele, se dovessi spiegare questo progetto a qualcuno che non conosce la fotografia d’autore, come racconteresti il ruolo dell’acqua in poche semplici frasi?
Vengo da Venezia, una città per cui l’acqua ha sempre rappresentato contemporaneamente un elemento di pericolo ma anche di opportunità.
Anche il progetto Risonanza contiene in sé una duplicità: l’acqua non è un soggetto da fotografare ma un qualcosa che, nello stesso momento, separa e unisce, attraversa e mette in relazione.
In che modo l’acqua ha influenzato il tuo modo di guardare e di scattare, più che il risultato finale? Il critico Konstantinos Spyropoulos, curatore della tua mostra, afferma che la macchina fotografica smette di essere uno strumento di controllo e diventa un “dispositivo di ascolto”. È cambiato il tuo rapporto con il tempo e con l’errore lavorando in questo modo?
Se ti dovessi dire quale sia il vero protagonista di questo progetto, ma anche di quello che per me è la fotografia in generale, ti direi che è il tempo. L’acqua è solo uno dei modi attraverso cui questo diventa visibile.
In queste immagini non ho cercato il “momento decisivo”, mi sono concentrato più sull’ascolto e sulla “durata”, cioè su quel tempo in cui le cose prendono forma lentamente senza un’intenzione del fotografo.
Che poi è come dire che le domande sono sempre più delle risposte.
C’è stato qualche scatto in particolare in cui hai capito che il controllo stava interferendo con l’immagine?
Quando fotografo l’architettura sono sempre portato a previsualizzare l’immagine (composizione, illuminazione, colore…).
Qui, anche nelle immagini apparentemente più descrittive, ho lasciato prevalere l’ascolto sulla forma, il processo sul risultato.
La presenza delle tavole tattili amplia l’esperienza oltre la vista. Come viene resa l’idea di percezione fluida che attraversa tutta la mostra?
Per questo aspetto ci siamo affidati alla professionalità di Studio Manforte. La loro filosofia non si basa sul tradurre semplicemente delle immagini rendendole fruibili in modo tattile ma parte da una profonda conoscenza delle peculiarità percettive delle persone cieche e ipovedenti.
Poi mi viene da dire che il tatto introduce una variabile temporale nella fruizione delle immagini il che è proprio in linea con la filosofia di questo lavoro. Penso insomma che anche per le persone vedenti sarà interessante questo tipo di esperienza.

Credi che l’accessibilità possa essere non solo una scelta etica, ma anche un modo per ripensare il linguaggio dell’arte contemporanea?
Accostandomi un po’ a queste tematiche ho capito che la vera accessibilità, oltre all’aspetto etico, è una modalità di ricerca. Costringe chi opera nel mondo dell’arte a non dare per scontate le proprie modalità di lavoro e magari anche a ripensare il proprio linguaggio.
Pensi che oggi, in un mondo di immagini chiare, riconoscibili, consumabili e spiegabili, lasciare spazio all’ambiguità, a foto lente e non immediatamente leggibili, sia una scelta anche politica? Sia un modo per opporsi a un sistema che vuole tutto comprensibile e controllabile subito?
Sicuramente dare maggiore importanza al tempo e al percorso rispetto al risultato pronto e confezionato ha una connotazione politica. Nel senso che introduce un granello di sabbia nell’ingranaggio dell’immagine consumabile.
Opporsi alla fretta significa ridare libertà allo spettatore e contemporaneamente responsabilizzarlo.
Nel linguaggio quotidiano, la parola ambiguità è carica di valenza negativa. Qual è invece il valore positivo che assume all’interno del tuo progetto? E quanto riflette la contemporaneità che stiamo vivendo?
L’ambiguità per me è un valore perché si tratta di lasciare che un’immagine entri nel vissuto dello spettatore e segua, come l’acqua, un percorso misterioso. Che il fotografo non può predeterminare.
Per questo le fotografie che per me funzionano meglio sono quelle più ambigue, non perché manchi qualcosa ma al contrario perché contengono più livelli di senso. In questo modo hanno più probabilità di entrare in risonanza con qualche aspetto del nostro inconscio,
Se la tua mostra Risonanza. L’armonia degli opposti fosse un invito al pubblico, quale sarebbe? Guardare meglio, guardare più lentamente o accettare di non capire subito?
Inviterei a guardare senza la pressione di dover capire, concedendosi il lusso di non avere fretta e lasciando che le immagini seguano il loro percorso.

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