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Cinema dal divano

07-10-2026

Di Cecilia Depau

Tutto comincia da un film che nessuno riesce a scegliere.

È martedì sera, Alessia è a casa con i suoi coinquilini e l’idea sarebbe semplicemente quella di guardare qualcosa insieme. Inizia lo scorrimento infinito delle piattaforme, un titolo dopo l’altro, finché succede quello che almeno una volta è capitato a tutti: passa più tempo a cercare un film che a guardarlo. Alla fine, quella sera, il film non lo vedono proprio.

Alessia, però, studia cinema. E così dai coinquilini arriva una richiesta: perché non sei tu a farci scoprire qualcosa? Da quel martedì, nel 2022, nasce quasi per gioco Cinema dal Divano.

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All’inizio è esattamente quello che promette il nome: cinema visto da casa, insieme. Alessia costruisce una prima rassegna seguendo la storia del cinema e, quando dopo un anno trascorso fuori Bologna torna in città, decide di riprendere l’esperimento. Nel frattempo cambiano i coinquilini e qualcuno propone di condividere l’invito nei gruppi universitari.

È da settembre 2024 che Cinema dal Divano si apre al pubblico. Alla prima serata si presentano nel salotto di Alessia dodici persone che lei non ha mai visto prima.

«È stato molto strano, ma anche molto bello», racconta. Alcune di quelle persone diventeranno sue amiche. Altre entreranno nello staff di Cinema dal Divano, che oggi conta otto persone (Alessia Goisis, Edith Mastrovito, Alessandro Capecci, Benito Troncone, Tommaso Paci, Cecilia Zappacosta, Federica Suglia, Silvia Michetti e l’onoraria Nefeli Polymerou).

Da un’idea nata nel salotto di Alessia prende forma progressivamente un progetto collettivo, in cui ciascuno porta qualcosa di proprio: film, competenze, idee e modi diversi di raccontare il cinema.

La prima edizione si svolge davanti alla televisione di casa; solo con la seconda arriva un proiettore. Una casa, qualche sedia, un film scelto con cura e delle persone disposte a stringersi un po’ per guardarlo insieme.

Ma semplice non significa improvvisato. A raccontarlo è Cecilia, che Cinema dal Divano lo ha conosciuto anche da spettatrice. Ricorda soprattutto la sensazione provata entrando a casa di Alessia: «Ti senti veramente ospitata». Dentro un normale appartamento trova locandine, grafiche, popcorn e posti contrassegnati con i nomi di registi e registe.

Anche la prenotazione conserva qualcosa di quella dimensione domestica. Attraverso il sito del progetto, raggiungibile anche dai social (@cinemadaldivano), compare una vera e propria piantina della cucina: i posti sono numerati, ciascuno porta il nome di un regista o di una regista e chi vuole partecipare può scegliere direttamente dove sedersi.

Le grafiche e le cartoline, curate da Alessia, contribuiscono a costruire quell’identità riconoscibile che accompagna il progetto fin dalle prime serate in salotto. Nel tempo cambia anche il modo di costruire la programmazione. A ciascun componente del gruppo viene chiesto di scegliere un film: non necessariamente quello più importante, noto o raffinato, ma un titolo a cui sia personalmente legato.

Ogni serata cambia insieme alla persona che l’ha immaginata: chi propone il film lo presenta, scrive un editoriale e accompagna gli altri dentro la propria scelta.

In programma possono così convivere Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza e Il pap’occhio di Renzo Arbore. Proprio quest’ultimo ha prodotto una delle discussioni più improbabili e rappresentative dello spirito del progetto. Tra il pubblico c’erano due ragazze greche che non potevano cogliere tutti i riferimenti alla cultura italiana degli anni Ottanta. Il dibattito post-film si è così trasformato in una spiegazione collettiva dell’immaginario televisivo italiano, fino ad arrivare alla trama di Don Matteo.

Perché a Cinema dal Divano il punto non è dimostrare quanto si conosce il cinema.

«C’è molta gente che ci dice: “Io di cineforum non so parlare”», racconta Edith.

Ma qui non serve conoscere il linguaggio tecnico. Si arriva per vedere un film, certo, ma anche per stare insieme, ridere, conoscere qualcuno e dire quello che si è visto – o semplicemente quello che si è provato.

Il gruppo rivendica questa possibilità di non prendersi troppo sul serio. Durante la proiezione de Il ginocchio di Claire, per esempio, il confronto si è spostato dal linguaggio del film al comportamento del protagonista maschile e ad una scena in cui tocca il ginocchio della protagonista. C’è chi l’ha letta come una molestia e chi ne ha dato un’interpretazione differente.

Il film, insomma, diventa un punto di partenza.

Dal salotto al quartiere

A un certo punto, però, il divano non basta più.

È con TikTok che la dimensione del progetto cambia davvero. Alessia apre il profilo quasi senza aspettative e alcuni video cominciano a circolare moltissimo. Nel giro di poco tempo arriva un boom di richieste: a scrivere non sono più soltanto amici di amici o studenti di cinema, ma sconosciuti che hanno scoperto Cinema dal Divano attraverso lo schermo del telefono e ora vogliono ritrovarsi davvero in quel salotto.

Il problema è molto concreto: la cucina di Alessia ha quattordici posti – «strettini, però ci sta in qualche modo» – e le richieste sono ormai molte più delle sedie disponibili.

Cinema dal Divano cerca così un nuovo spazio e lo trova nel cuore del quartiere San Donato: la Casa di Quartiere Graf.

Qui, nella primavera del 2026, prende il via la prima edizione di Couch Potatoes!, un nuovo format realizzato in collaborazione con il Graf che trasforma per una sera la Casa di quartiere in una sorta di studio televisivo dal vivo.

L’idea è costruire la serata come un palinsesto ispirato alla televisione italiana, quasi un’Eredità in versione cinefila. Si comincia con il telegiornale, poi entrano in scena Alessandro e Benito e parte un quiz a squadre fatto di indizi, televoto e piccoli colpi di scena attraverso cui il pubblico prova a capire quale sarà il film della serata.

Persino le interruzioni pubblicitarie diventano parte del gioco: al posto degli spot arrivano i cortometraggi di registi e registe emergenti, raccolti anche attraverso la collaborazione con Cortocircuito. Infine arriva la “prima serata”, viene assegnato l’immancabile Telegatto e si scopre il film, rimasto fino a quel momento “a scatola chiusa”.

Anche per partecipare agli appuntamenti al Graf si passa dal sito, ma senza posto assegnato: gli eventi sono gratuiti, con possibilità di lasciare un’offerta libera, e la prenotazione serve soprattutto a segnalare la propria presenza, permettendo al gruppo di avere un’idea del numero di partecipanti. 

Per chi torna c’è anche una tessera fedeltà, su cui collezionare i timbri delle serate fino a conquistare uno degli sticker del progetto. Qualcuno, nel gruppo, scherza: «Io sono qui solo per il mio sticker».

Nell’ultima serata della rassegna al Graf circa cinquanta persone si ritrovano nello spazio: viene proiettato Eresia, il cortometraggio di Simona Rurale, e il film della serata è Suspiria.

Un bel salto rispetto alle dodici persone sconosciute che, nel 2024, si erano strette nel salotto di Alessia.

Il cinema di chi passa di lì

Al Graf non arrivano soltanto studenti universitari o appassionati. La Casa di quartiere ha già una propria comunità e c’è chi può imbattersi in una proiezione quasi per caso.

Durante le serate estive ci sono bambini che giocano nella piazza, si affacciano incuriositi, entrano e iniziano a ballare davanti allo schermo. Ci sono due signore di settanta, forse ottant’anni, che cominciano a frequentare le proiezioni e finiscono per invitare i ragazzi a casa propria: hanno una grande collezione di DVD e vogliono mostrargliela.

E più cambiano le persone, più cambiano anche i film.

Non quelli sullo schermo, naturalmente, ma quelli che emergono dalle conversazioni. Intorno alla stessa proiezione si ritrovano percorsi e sensibilità differenti: c’è chi nota una scelta di regia, chi collega una scena a ciò che studia, chi porta una lettura storica o sociale e chi racconta semplicemente che cosa quel film gli ha fatto provare.

Un’impressione non deve trasformarsi per forza in un’analisi per poter essere condivisa. La persona seduta accanto può aver visto qualcosa di completamente diverso.

Guardare insieme, allora, non significa soltanto vedere lo stesso film nello stesso momento. Significa scoprire anche il film che hanno visto gli altri.

Un’estate di cinema e musica

Durante l’estate appena trascorsa Cinema dal Divano sperimenta una terza strada: Muto!Live, una rassegna dedicata al cinema muto accompagnato da musica eseguita dal vivo.

L’idea parte ancora una volta in maniera semplice: Bologna è piena di artisti, racconta Edith, quindi perché non mettere in comunicazione linguaggi diversi?

Per le proiezioni coinvolgono Giulio D’Alfonso, in arte Dalfoh, che per ciascun film compone una colonna sonora elettronica originale e la esegue dal vivo. Niente giochi o film da indovinare: cinema e musica si incontrano nello stesso spazio e, dopo la proiezione, la serata continua ai tavolini all’aperto.

Dai cortometraggi ospitati durante Couch Potatoes alla musica di Muto!Live, Cinema dal Divano diventa così anche uno spazio di attivazione per artisti e progetti del territorio: un luogo in cui portare un corto, una musica o un’idea e incontrare altre persone.

Si riparte da casa.

Con l’arrivo dell’autunno Cinema dal Divano torna ai due luoghi intorno ai quali il progetto è cresciuto.

Il primo appuntamento di Cinema dal Divano è martedì 13 ottobre, nella casa di Alessia. Couch Potatoes riparte invece venerdì 30 ottobre al Graf. Le due rassegne proseguiranno poi rispettivamente con un appuntamento al mese.

Due spazi diversi: uno conserva la dimensione raccolta e domestica del cineforum originario, l’altro quella più aperta e imprevedibile della Casa di quartiere. Ma il gesto da cui partono è lo stesso: mettere qualcosa sullo schermo e vedere cosa succede quando intorno si ritrovano delle persone.

E forse l’immagine che racconta meglio cosa è diventato Cinema dal Divano è proprio quella delle due signore incontrate al Graf. All’inizio di questa storia c’erano alcuni ragazzi seduti in una casa che non riuscivano a trovare un film da guardare. Qualche anno dopo, sono due donne del quartiere a dire loro: venite a casa nostra, abbiamo dei film da farvi vedere.

In mezzo c’è uno schermo. Intorno, nel frattempo, si è formata una comunità.

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