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“Avevo un po’ di pessimismo arretrato”. La street art in miniatura di Claudiano.jpeg

14-01-2022

Di Nadia Ruggiero
Foto di Claudiano.jpg

«Questa malsana necessità di inventare mondi paralleli» di Claudiano.jpeg, al secolo Claudio Chiavacci, approda sui muri di Bologna. Via Zamboni, via Castiglione, via del Pratello, sono solo alcune delle strade del centro elette a domicilio di minuscoli portoni, di solito accanto a portoni veri, dove alberga una vivace e variegata compagine di omini in miniatura.

Una donna che affigge un manifesto, un rider in cerca del destinatario di una consegna, un giovane che surfa su un’Ichnusa non filtrata, ma ancora personaggi famosi e icone come i FerragnezSpiderman. Perché «i muri di Bologna hanno sempre qualcosa di ignorante da dire», come recita la scritta di fianco a uno dei minuscoli varchi.

In occasione del quarto compleanno di About, ha miniaturizzato anche la redazione.

«Come li dobbiamo chiamare per non sbagliarci?», gli chiedo. «Stickers», mi fa, dopo aver passato al vaglio – e ragionevolmente scartato – almeno un paio di ipotesi. Devo avergli messo un po’ d’ansia quando gli ho posto la domanda, si vede che ha capito che ero in cerca del nome “tecnico” per qualcosa che non ha precedenti. Non sono murales, né graffiti, né stencil. E allora chiamiamoli stickers.

Se uno mi parla di stickers, a me vengono in mente gli album Panini, quelli pieni di figurine: per riempirli dovevi piegare un angolo della tessera, infilarci dentro un’unghia e scollare la superficie adesiva. Qua l’album è una città intera, Bologna, e le pagine sono porzioni di muri, si sviluppano lungo la linea retta di grate e fondazioni esterne.

Claudiano.jpeg i suoi stickers li realizza in studio e poi si arma di colla e pennello. «Una cosa molto masochista che faccio di solito è preparare un po’ di ometti e girovagare finché non trovo il punto giusto dove incollarli. Ma può capitare anche che trovi dei luoghi che mi ispirano e ci faccia degli omini ad hoc. Generalmente vado la mattina presto, ultimamente vado la domenica alle cinque, cinque e mezzo…». Mentre mi parla, noto la camicia a fantasia. Un tocco di colore nella mise total black scelta per la giornata lavorativa, al termine della quale si è precipitato direttamente al nostro incontro.

Ma un lavoro lo street artist toscano trapiantato a Bologna non ce l’ha sempre avuto, perlomeno un lavoro degnamente e regolarmente retribuito, nonostante ne abbia fatti tanti da esaurire i job title di un’agenzia interinale: bracciante, meccanico, operaio, assemblatore di bagni chimici, lavapiatti oltremanica, cartotecnico, segretario in un’agenzia di rappresentanza. «Mi licenziavano tutti, il mio babbo mi diceva che non ero abbastanza sveglio. – confessa – A maggio, giugno dello scorso anno ero a casa pseudo-disoccupato. Mi sentivo impantanato con le idee. Erano mesi che non succedeva niente, qualsiasi cosa facessi. Ero così depresso che Bologna non mi piaceva più». E aggiunge: «Volevo tornare a sporcarmi le mani», così sono nate le miniature in giro per la città. «Avevo un po’ di pessimismo arretrato: volevo esprimerlo in maniera ironica, dissacrante. Non avevo niente da perdere e non mi interessava quello che poteva succedere. Da lì sono cominciate a succedermi solo cose belle».

Adesso una giornata di ventiquattro ore non gli basta, la testa gli frulla continuamente. Social media manager in azienda e illustratore, fotografo, cantante fuori. «Non mettere musicista, ché poi mi viene l’ansia». Con un profilo Instagram schizzato a quasi diecimila follower in pochi mesi, Claudiano.jpeg frena l’entusiasmo con continue sferzate di malcelato scetticismo e inesorabile autocritica. «Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che è instagrammabile» è il tema di uno dei suoi stickers.

Figlio dell’«eterna provincia toscana», in cui se vuoi fare l’artista sei un po’ naif, significa che non hai voglia di lavorare, non ci crede proprio che nella vita uno possa permettersi il lusso di fare un lavoro che gli piace, soprattutto avendo in tasca una laurea in Fumetto e illustrazione, conseguita all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. «La sindrome dell’impostore non mi abbandona mai», dice. Forse perché nella provincia toscana – e a dire il vero non solo lì – lavorare significa varcare la soglia di officine, campi e fabbriche, come hanno fatto i suoi genitori. Forse perché, quando arriva così all’improvviso, la felicità ci coglie impreparati. E allora meglio essere prudenti, meglio non crederci troppo. Non si sa mai…

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