Design & Moda

Contro gli algoritmi, a colpi di fiori: Joyful Riot, il brand streetwear che rivendica la privacy

29-04-2026

Di Sara Santori

Joyful Riot è un brand di abbigliamento streetweardove la libertà prende forma e dove la gioia diventa potere”.

Nato circa un anno fa come progetto dello studio di arte e design Gea Vision, è un brand focalizzato sull’alta qualità in ogni fase, dai tessuti, alle grafiche, alle lavorazioni. La prima collezione raccoglie 12 capi, tutti limited edition.

Abbiamo incontrato Simone Risi, direttore artistico del brand e founder CEO di Gea Vision, oltre che fotografo e curatore. Lo avevamo già intervistato un paio d’anni fa, per l’apertura della prima NFT Gallery in centro storico (ve ne avevamo parlato QUI) e scherzando gli dico che mi aspetto di rivederci tra un anno, che come minimo avrà un nuovo progetto da raccontare.

Simone è un vulcano di idee, in ambiti diversi eppure interconnessi, i progetti si mescolano, la sua visione evolve, seppur sempre fedele a sé stessa. È un entusiasta, ha voglia di condividere e di raccontare i suoi progetti e il suo modo di vedere il mondo.

Joyful Riot è coerente con il resto della nostra storia, nasce con il progetto di arte digitale generativa ‘Joyful’. Abbiamo creato 400 personaggi gioiosi, tutti uguali e tutti diversi, che abbiamo venduto come collezione. L’obiettivo era quello di investire l’intero ricavato di questo progetto d’arte blockchain, NFT, puramente tecnologico e virtuale, in un progetto che avesse una forma fisica.

A ‘Joyful’ abbiamo associato la parola ‘Riot’, che ha un’accezione aggressiva, violenta, di ribellione; volevamo che potesse portare rivoluzione rispetto al mondo street.”

I temi di dualità, contrasto e opposizione sono centrali in questo progetto e nel percorso di Simone, e tornano più volte durante la nostra intervista: “ci piace il contrasto tra queste due parole, Joyful e Riot, sia a livello concettuale, che a livello di immaginario. Abbiamo creato una collezione con approccio street ma con disegni più gioiosi, affiancando allo scenario underground più cupo qualcosa di giocoso, semplice e infantile, anche a livello visivo.” Maglie oversize, skater, ballerini hip-hop, scenari urbani, graffiti e bombolette si mescolano a fiori e all’orsetto Tod.

La parola Riot esprime anche la parte più filosofica, legata a tematiche quali la privacy e l’utilizzo dei dati, sulle quali il brand attualmente si espone con le parole e con il manifesto presente sul sito: “I tuoi dati sono tuoi. La tua identità è tua. La tua gioia è tua. In un mondo che approfitta della tua attenzione, scegliere la gioia è un atto di ribellione. In un mondo che traccia ogni tua mossa, scegliere la privacy è un atto di potere. Ogni fiore che disegniamo è un rifiuto. A essere tracciati, categorizzati, consegnare l’identità agli algoritmi.”

Sempre come parte del “riot” e della rivoluzione, alcuni capi rendono omaggio alla cultura cyberpunk dell’ecosistema bitcoin: “l’establishment ci ha abituati a vedere il bitcoin come una moneta, in realtà è una tecnologia che consente uno scambio di valori senza materiali e fonda i suoi valori sulla privacy e sulla tutela dei dati. È un’energia pulita, che si oppone ai grandi governi e al sistema delle banche.”

La stampa di una maglietta della collezione ha il riferimento esplicito ‘Bitcoin’, ha i colori in negativo, con il filtro negative il simbolo del Bitcoin diventa del suo colore arancione e l’erba da magenta a verde. Poi ci sono la maglietta e la felpa “We’re all Satoshi”: Satoshi Nakamoto è lo pseudonimo utilizzato dalla persona o dal gruppo di persone che ha inventato i Bitcoin e il primo database basato su blockchain, e la cui identità è tuttora sconosciuta.

Di nuovo si crea un contrasto: tra la massa, quella delle persone legate al mondo streetwear, e la nicchia, più nerd, legata al mondo bitcoin. “Portiamo uno stile di massa in una nicchia e una nicchia in una massa. Non nego che ci sia anche un pensiero di marketing e imprenditoriale: il bitcoin avrà sempre più voce, ma non ci sono grossi brand che si espongono. Noi giochiamo d’anticipo.

Dietro l’approccio comunicativo di Joyful Riot c’è sempre Simone, che è riuscito a dare un’identità al brand, creando un immaginario visivo ed estetico coerente. “Mi piace sperimentare con la dinamicità, ma sempre in modo ricercato. Più che la foto del singolo capo, voglio mostrare un mondo, nel quale le persone possano identificarsi. Un mondo che si connette anche alla mia fotografia, che vorrei portare in Joyful Riot, e che ho già iniziato a fare. Sono foto di nudo, non c’è neanche una maglia, ma sono coerenti con il mondo Joyful perchè si connettono allo stesso senso di libertà.”

Tra le fotografie degli shooting, diverse sono scattate a Bologna, la città è riconoscibile ma solo per chi la conosce e la vive, perchè non vengono ritratti luoghi iconici o mainstream: “nel team siamo tutti di Bologna e vogliamo portare valore alla città, rimanendo nella scena street di Bologna, che è sempre stata molto attiva. Volevamo ritornare in spazi iconici per la nostra crescita, quando da ragazzini con lo skate scoprivamo i luoghi per la prima volta.”

Una delle fotografie ritrae proprio uno skater attaccato al retro di un autobus, “sono cose che gli skater fanno, c’è un’identità, un mettersi in mostra, criticabile ma anche volutamente forte. Gli skater vedono la foto e si ritrovano, le altre persone invece vedono una scena inusuale che li attira.”

Raccontami un retroscena dello scatto, gli dico. Mi risponde ridendo: il retroscena è Manny che si attacca e l’autista che si incazza di brutto.

Il team di Joyful Riot sta lavorando ad un grosso evento: una battle per ballerini hip-hop provenienti da tutta Italia, che si terrà a Bologna, con diversi premi in palio.

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