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Da Kurt Cobain a Amy Winehouse. In mostra da Ono Arte il “Club 27”

12-12-2018

Di Beatrice Belletti
Foto di Beatrice Belletti

Da Kurt Cobain a Amy Winehouse. In mostra da Ono Arte il “Club 27”

La vita, la leggenda, la morte. Ono Arte Contemporanea celebra le icone del famigerato “Club dei 27”.

“If you die you’re completely happy and your soul somewhere lives on. I’m not afraid of dying. Total peace after death, becoming someone else is the best hope I’ve got” (se muori sei completamente felice e la tua anima vive da qualche parte lassù. Non ho paura di morire. La pace totale dopo la morte, diventare qualcun altro, è la speranza migliore che ho). Kurt Cobain

Giovedì 13 dicembre inaugura alla galleria Ono Arte Contemporanea la mostra Il Club 27: Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse, Brian Jones, Jean Michel Basquiat, aperta al pubblico fino al 24 febbraio. In esposizione e vendita un collettivo di fotografie che celebra attraverso il mito mediatico del cosiddetto “Club dei 27” alcuni tra i più importanti artisti della storia della musica deceduti alla stessa età, 27 anni, spesso a causa di abuso di droga e alcol, di omicidio o suicidio.

 

La mostra, composta da 40 opere, alcune esposte in esclusiva italiana, di Jill Furmanovsky, Michael Lavine, Charles Peterson, Jan Persson, Terry O’Neill, Baron Wolman, Lee Jaffe, James Fortune, Guy Webster, è un pretesto per “ragionare sul concetto di icona, tanto bistrattato, tanto ripetuto, talvolta anche un po’ vuoto di significato, però molto contemporaneo” Spiega Vittoria, responsabile stampa di Ono Arte, che ci ha aperto le porte della mostra in anteprima e con cui abbiamo fatto una chiacchierata attorno ai concetti di fama ed arte.

“Al giorno d’oggi siamo tutti oberati da immagini, tutti viviamo i nostri 15 minuti di fama, è vero che nascono con Warhol, però stiamo ancora vivendo un lungo post-modernismo e in Italia c’è ancora da riflettere su cosa l’immagine donata al pubblico possa fare ad un essere umano”.

Nella mostra collettiva non si celebra solo l’artista, “sono storie sociali”, perché per indagare il mito occorre tenere conto del contesto che l’ha creato. “Notiamo un fil rouge in ogni grande movimento e personalità, c’è sempre un fattore socio-economico scatenante, dalla Seattle di Kurt Cobain, all’universo post-bellico di ricostruzione dei Beatles, il punk degli anni 70, con la crisi Thatcheriana e gli anni di piombo in Italia, e ancora prima i figli dei fiori nel 1969 e le istanze sociali che seguono, quali The Black Panthers, c’è sempre qualcosa dietro, c’era il desiderio e necessità di cambiare una cultura. L’icona è figlia dell’epoca e del luogo in cui nasce, e a noi interessa parlare di quello” .

Oltre alla tendenza ad iconizzare le figure, spesso post-mortem, si tende a creare il mito intorno ad uno stile di vita, in realtà complesso e distruttivo, che è spesso una delle principali cause delle tragedie che avvolgono l’industria musicale.

“Kurt diventa icona ben prima di morire, al tempo stesso forse muore perché il suo rapporto con la fama era del tutto distruttivo, altri artisti sono riusciti a salvaguardare la propria fama. Bowie è sempre stato molto attento a tutelare sé e le persone intorno a lui, ad esempio il rapporto che lui aveva con Iggy Pop, l’abbiamo indagato in diverse mostre, è una storia eccezionale in cui lui recupera un Iggy Pop distrutto dalle droghe e precursore di un punk che non era ancora arrivato. Insieme lavoreranno e vivranno a Berlino per 5 anni, creando tra gli album più belli di Bowie (Berlin Trilogy 1977-79) e importanti di Iggy (The Idiot 1977). Il momento di Bowie che fugge a Berlino, è una fuga dalla fama, ma ognuno è schiavo della propria personalità e del proprio essere. È difficile capire quanto sia la macchina (noi stessi in primo luogo, ma anche l’industria, gli eccessi) e quanto sia un fattore di inclinazione personale”.

Quasi stigmatizzato, sembra rimarcarsi lo stereotipo per cui quello stile di vita, in quella nicchia musicale vada vissuto all’estremo, senza mezze misure. Traslando il discorso ai giorni nostri, il mainstream è più protetto del rock-n-roll?

“Può essere che l’abbiano creduto anche loro, prima ancora del pubblico, però obiettivamente credo che ad oggi l’entourage di un artista globale vada anche dietro all’idea di salvaguardia dell’essere umano oltre che del performer”.

Parlare del club dei 27 non vuole essere una celebrazione morbosa o voyeur ma è un aprire un dialogo su cosa avrebbero potuto dare questi artisti, quanto stessero soffrendo a livello umano, avendo raggiunto la celebrità in uno stadio di formazione artistica e personale e probabilmente con la pressione di dover dare sempre di più, “il caso di Amy Winehouse, il più recente, ne è un esempio lampante ed è probabilmente quello più legato alla persona, tornando in parallelo a Kurt Cobain, lui non aveva una struttura effettiva, tra la casa discografica ed un management, che fosse a sorvegliare, a maggior ragione negli anni 60”.

Qual è il rapporto tra i due media: fotografia e musica?

“È un rapporto privilegiato, la musica ha sempre permeato storicamente, ma non è mai stata rappresentata visivamente come da quanto è nata della fotografia, fino ai primi del 900 le personalità importanti venivano dipinte. La fotografia ha permesso una diffusione maggiore e c’è stata un’unione di anima tra i due media”. 

Vittoria continua: “il plus valore va ai fotografi che hanno seguito in backstage e nella vita privata, soprattutto con questa mostra, soprattutto se vuoi raccontare una storia” – Mi chiedo se fossero coscienti del privilegio – “ No, ma tutti i fotografi con cui abbiamo lavorato hanno testimoniato il privilegio del rapporto umano reciproco con gli artisti che seguivano, erano coetanei e all’epoca era un interscambio professionale e artistico. Non ha a che fare con le dinamiche di Stardom”, quello che vediamo è uno sguardo privilegiato, frutto di un rapporto personale “ad esempio, Charles [Peterson] ha recentemente ammesso che il ritratto scattato a Kurt con la piccola Frances Bean, fu scattato poche settimane prima che Cobain morisse, disse che quando andava a trovarlo notava che Kurt era strano, non stava bene, e che avrebbe dovuto chiamarlo per vedersi quella fatidica mattina, ma poi non l’ha fatto e non c’è stato più un domani per chiamarlo”.

Chissà se la storia si sarebbe riscritta… La morte di diversi famosi musicisti ventisettenni ha portato alla convinzione popolare che esista un “picco statistico” pericoloso. Rimane aperta la domanda su cosa avrebbero fatto negli anni a seguire. Sia Hendrix che Cobain e Basquiat, infatti, avevano progetti a breve e lungo termine e un’idea concreta di come si sarebbe sviluppata la loro arte e, di conseguenza, possiamo immaginare come questa avrebbe influito sulla cultura popolare.

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