C’è un tour che è entrato nella storia della musica: l’ultima, indimenticabile tournée dei Queen con Freddie Mercury. Il Magic Tour attraversò l’Europa davanti a oltre un milione di spettatori e si concluse il 9 agosto 1986 a Knebworth Park, con un concerto destinato a diventare leggendario. La band arrivò a bordo di un elicottero decorato con la grafica di A Kind of Magic. A seguire quel viaggio c’era anche Torleif Svensson che, su invito del manager Jim Beach, documentò il tour con la sua macchina fotografica, custodendo poi per decenni quegli scatti nel proprio archivio personale.

A quarant’anni dal Magic Tour, gli scatti del fotografo svedese di fama internazionale sono esposte per la prima volta in Italia, a Bologna, al Museo della Musica (Strada Maggiore 34) all’interno della mostra “QUEEN The Last Tour”, documentando l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon. L’esposizione è curata da Pascal Casadei van Raamsdonk in collaborazione con A Piece of His Own, e sarà visitabile fino all’11 ottobre 2026.
Trentasette stampe fotografiche, rimaste per decenni nell’archivio personale di Svensson, riprendono Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Negli scatti c’è tutta la potenza scenica delle performance e l’energia del pubblico. Non semplici fotografie di scena, ma veri e propri frammenti di storia di una delle band più iconiche di tutti i tempi.

Sono mostrate insieme ad alcuni memorabilia della band, anche inediti: strumenti, vestiti e accessori. Delle “reliquie laiche”, che aprono stanze laterali, più intime e vicine, esposte in dialogo con la collezione storica del museo della Musica. Un percorso che è anche un’indagine sull’iconografia musicale per invitare a riflettere sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo.
La passione di Freddie Mercury per l’arte e l’antiquariato incontra così quella di padre Martini, mentre tra gli strumenti antichi del museo sono esposti alcuni cimeli legati ai Queen: un piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, una replica ufficiale della Red Special autografata da Brian May e una moneta sixpence utilizzata dal chitarrista come plettro durante i concerti. C’è anche il momento di rinascita artistica seguito al Live Aid del 13 luglio 1985 rappresentato dalla canotta arancione Rapax C.B. n. 4 indossata da Mercury, proveniente dall’asta dei suoi oggetti personali, e la maglietta Machline, apparsa nel backstage, mentre la t-shirt Champion racconta invece il viaggio di Mercury in Giappone durante il Works Tour del 1985.

Due dei pezzi più iconici provengono infine dalla collezione personale di Cesare Cremonini: la camicia indossata da Freddie Mercury durante l’arrivo in elicottero a Knebworth Park, il 9 agosto 1986, e la celebre canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco di quello che sarebbe stato l’ultimo concerto dei Queen con Mercury.
Sono in programma anche visite guidate con Bernardo Lo Sterzo: domenica 20 settembre ore 11.00 e ore 15.30 e sabato 10 ottobre 2026 ore 11.00 e ore 15.30. Qui per prenotare.
Abbiamo raggiunto il fotografo Torleif Svensson per parlare di cosa significhi fotografare un’icona, del rapporto di fiducia necessario e di quanto il tempo possa cambiare il valore e perfino il senso di un’immagine.

Torleif_Svensson
Lei ha attraversato l’intera transizione dalla pellicola al digitale, fotografando i Queen quando l’analogico era l’unica strada possibile. Oggi la fotografia digitale ha di fatto sostituito quella analogica nella pratica quotidiana, eppure la pellicola sta vivendo una vera e propria riscoperta, quasi diventando un prodotto di tendenza, di consumo, più che una scelta tecnica consapevole. Lei, che ha vissuto l’analogico come necessità e non come moda, come giudica questo ritorno? Quali sono, secondo la sua esperienza diretta, i vari pregi e difetti dei due mondi, al di là dell’estetica nostalgica che oggi va per la moda?
Non provo nostalgia per la pellicola. Quando fotografai i Queen nel 1986, la pellicola era semplicemente ciò che avevamo a disposizione. Lavoravo con due Nikon F3 motorizzate e una Hasselblad, utilizzando soprattutto pellicola diapositiva Kodak Ektachrome. Non sapevi mai esattamente cosa avevi ottenuto finché i rullini non venivano sviluppati.
La fotografia digitale ha cambiato quasi tutto. Vedi immediatamente il risultato, puoi lavorare in condizioni di luce molto scarsa e puoi scattare praticamente tutte le fotografie che vuoi. Dal punto di vista tecnico, per molti aspetti è molto più semplice. Ma anche i limiti della pellicola influenzavano il mio modo di lavorare. Avevo 36 pose per rullino e, con la Hasselblad, ancora meno. Non potevo semplicemente continuare a scattare senza fermarmi. Dovevo osservare ciò che stava accadendo, anticipare il momento e decidere quando premere il pulsante di scatto.
Una nuova generazione sta riscoprendo la pellicola, ma non credo che una fotografia diventi più artistica o più autentica semplicemente perché è stata scattata su pellicola. La macchina fotografica è uno strumento. È sempre il fotografo a dover creare l’immagine. Per la fotografia di concerto continuo comunque a preferire l’aspetto della pellicola. Mi piace la grana. Per me ha un carattere che i pixel digitali non riescono del tutto a restituire.
Anche la luce è cambiata. Oggi nei concerti si usa moltissimo l’illuminazione a LED. Quando fotografavo negli anni Ottanta, invece, c’erano enormi fari al tungsteno. Erano incredibilmente caldi, ma davano anche alla pellicola una luce calda e una ricchezza di colori che ancora oggi trovo difficile riprodurre in digitale. Quindi, per me, non si tratta soltanto di pellicola contro digitale. È cambiato tutto il palco.
Le fotografie sono rimaste chiuse nel suo archivio per oltre trent’anni prima di diventare un libro e una mostra. Come fotografo, come si affronta la selezione di trentasette immagini da un intero archivio di un tour? Cosa l’ha guidata nello scegliere quali scatti raccontassero davvero quella storia, e cosa ha lasciato fuori?
Non ho selezionato da solo le 37 fotografie. Le opere appartengono a un collezionista privato che mi permette di utilizzarle per la mostra, quindi la collezione è in parte già definita. Lui ha scelto alcune immagini che probabilmente io non avrei selezionato, mentre io ho potuto inserirne altre che per me erano particolarmente importanti. Credo che la combinazione finale funzioni molto bene. Quando fotografavo i concerti, non mi interessava documentare tutto ciò che accadeva dall’inizio alla fine. Cercavo singole immagini che potessero funzionare autonomamente. Cercavo la luce, l’espressione, il movimento e la composizione. Mi piaceva anche sperimentare. Volevo fotografie che potessero rimanere interessanti anche senza sapere esattamente da quale concerto provenissero.
Un vantaggio che ho avuto con i Queen è stato poter vedere lo spettacolo molte volte. Il Magic Tour era piuttosto rigidamente coreografato. Freddie faceva spesso determinate cose quasi nello stesso momento del concerto. Per esempio, c’era un punto in cui beveva dell’acqua e poi la spruzzava sul pubblico. Dopo alcuni concerti sapevo già che quel momento sarebbe arrivato. A ogni concerto mi venivano nuove idee su ciò che avrei potuto provare la volta successiva. Potevo cambiare posizione, cambiare obiettivo, usare la Hasselblad oppure tentare qualcosa di completamente diverso.
La mostra di Bologna non segue un ordine cronologico. Uso le fotografie, insieme ai brevi testi collocati accanto a ciascuna immagine, per raccontare la mia storia attraverso piccoli frammenti: come ho incontrato per la prima volta i Queen, come ho conosciuto Brian, perché l’Africa fa parte di questa storia e alcuni episodi accaduti durante il tour. Per me è importante anche il modo in cui le fotografie vengono esposte. Voglio che le persone abbiano la sensazione di essere entrate nell’arena del concerto. La sala dovrebbe essere buia e dovrebbero essere illuminate soltanto le fotografie. Porto personalmente l’illuminazione per le mie mostre e faccio in modo che la luce sia tagliata con precisione intorno a ogni cornice. La luce era fondamentale quando ho scattato queste fotografie ed è altrettanto importante quando le espongo.
Quando hai terminato il percorso della mostra, non hai semplicemente visto 37 fotografie. Hai anche seguito una parte della mia storia personale con i Queen e, in particolare, con Brian. Ho ormai pubblicato circa 300 fotografie dei Queen nei miei due libri, Queen – The Last Tour e Queen – Magic Continues. Credo che siano abbastanza. Il primo libro è esaurito, a parte alcune copie numerate e firmate. Intendo venderle a scopo benefico, destinando il ricavato anche al Save Me Trust di Brian e ad associazioni che lavorano nella prevenzione dell’HIV/AIDS. Queen – Magic Continues arriverà presto a una seconda edizione. Ho anche dato alle fotografie titoli tratti dalle canzoni dei Queen. I titoli aggiungono un ulteriore livello al racconto.

Fotografare Freddie Mercury da vicino, sul palco, significava anche costruire una forma di fiducia con lui e con la band. Come si conquista quella vicinanza senza diventare invadenti? C’è stato un momento in cui ha sentito che stava per scattare “la” fotografia, come quella con la corona a Knebworth?
Non ho mai cercato di avvicinarmi personalmente a Freddie solo per poterlo fotografare. Non ne avevo bisogno. Il mio rapporto era soprattutto con Brian. Brian era particolarmente curioso di vedere cosa stessi facendo con la Hasselblad. Era una macchina fotografica grande da portare a un concerto rock e molto diversa dalle Nikon che utilizzavo insieme a quella. Voleva che sviluppassi i rullini durante il tour perché desiderava vedere i risultati. Guardavamo insieme le diapositive. Più di una volta io e Brian siamo andati nel camerino di Freddie per mostrargli le fotografie.
Il manager dei Queen, Jim Beach, mi aveva concesso qualcosa di molto insolito per un fotografo di concerti. Potevo fotografare per tutta la durata degli spettacoli. Normalmente i fotografi avevano a disposizione le prime tre canzoni dalla zona sotto il palco e poi dovevano uscire.
Io potevo restare. Questo cambiava tutto. Avevo tempo. Non dovevo lottare per ottenere una fotografia nei primi dieci minuti né cercare di attirare l’attenzione di Freddie. Potevo osservare, aspettare e scattare quando arrivava il momento giusto. E no, quando fotografai Freddie con la corona e il mantello a Knebworth non pensai di aver scattato “la” fotografia. Avevo già fotografato la stessa sequenza in diversi concerti precedenti.
Quello che rese Knebworth diverso fu qualcosa che allora non potevamo sapere. Sapevamo che sarebbe stato l’ultimo concerto del Magic Tour. Non sapevamo che sarebbe stato anche l’ultimo concerto di Freddie con i Queen.
Lei ha detto che la foto di Knebworth ha acquisito oggi una profondità che nessuno poteva percepire nel 1986. Da fotografo, quanto conta il tempo nel dare significato a un’immagine? Pensa che uno scatto possa davvero “completarsi” solo con la distanza storica, o è qualcosa che si può intuire già nell’istante dello scatto?
Le fotografie possono cambiare con il tempo. O meglio, cambia il modo in cui le guardiamo.
Quando premo il pulsante di scatto, conosco soltanto ciò che sta accadendo in quel momento. Non so che cosa quella fotografia potrà significare tra dieci o quarant’anni. Quando fotografavo i Queen pensavo all’immagine: alla luce, all’espressione di Freddie, al suo movimento e alla composizione. Non stavo pensando alla storia del rock. Cercavo semplicemente di realizzare una buona fotografia. Oggi guardo alcune di quelle immagini in modo diverso.
La fotografia non è cambiata. Ma oggi conosco cose che non sapevo quando ho premuto il pulsante di scatto. È per questo che alcune fotografie diventano più importanti con il passare del tempo. Puoi scattare una fotografia in una frazione di secondo, ma non sempre sai davvero che cosa hai fotografato fino a molti anni dopo. A volte è la storia stessa a diventare parte dell’immagine.

Se Svensson è lo sguardo che ha fermato quei momenti, Pascal Casadei van Raamsdonk è il curatore di QUEEN The Last Tour, la figura che ha lavorato sulla sua riemersione e sulla costruzione del racconto contemporaneo della mostra. Con lui siamo entrati dietro le quinte del progetto: dalla riscoperta dell’archivio alla ricerca dei memorabilia, fino al dialogo tra la storia dei Queen, le collezioni del Museo della Musica e la città di Bologna.
La mostra porta per la prima volta in Italia gli scatti di Torleif Svensson dedicati al Magic Tour del 1986. Come furono riscoperti dopo essere rimasti per decenni nel suo archivio e come è nato il vostro rapporto di collaborazione?
La storia di queste fotografie è affascinante proprio perché per moltissimo tempo sono rimaste quasi fuori dalla storia ufficiale dei Queen. Dopo il Magic Tour, alcune immagini furono utilizzate dalla band, ma la grande maggioranza rimase nell’archivio personale di Torleif per oltre trent’anni. Lui continuò la propria carriera fotografica e per molto tempo non tornò davvero su quel materiale.
La svolta arrivò anche grazie a un amico che lo incoraggiò a riprendere in mano quelle immagini, a stamparle e a mostrarle. Fu anche il primo a credere concretamente nel loro valore, acquistando un’intera collezione di stampe. Credo che quella fiducia sia stata importante per Torleif: gli diede il coraggio di guardare quelle fotografie non più soltanto come un ricordo personale, ma come un patrimonio che meritava di essere condiviso.
Il nostro incontro, invece, è nato in modo molto semplice. Avevo appena concluso una mostra con Peter Hince e avevo letto sui media della mostra che Torleif stava realizzando a Londra. Ho deciso di contattarlo direttamente, gli ho raccontato il lavoro che stavo facendo con le mostre e con gli oggetti originali legati ai Queen e gli ho proposto di immaginare qualcosa insieme.
All’inizio l’idea di portare il progetto fuori da Londra non era affatto scontata. Ma parlando abbiamo capito che quelle fotografie potevano trovare una nuova vita all’interno di un progetto curatoriale più ampio. Da lì è iniziata questa avventura italiana.
Torleif Svensson ha fissato su rullino alcuni momenti cruciali della storia del rock. Perché la band scelse proprio lui per raccontare quel momento? E cosa della sua fotografia catturò soprattutto Brian May, storico chitarrista e tra i fondatori della band?
Tutto è iniziato due anni prima del Magic Tour. Nel 1984 Torleif era ancora agli inizi della propria carriera fotografica e riuscì a fotografare i Queen alla Wembley Arena. Poco dopo, però, qualcuno ruppe il vetro della sua auto a noleggio e gli rubò la borsa con l’attrezzatura e circa cinquanta rullini già impressionati. Quelle immagini andarono perdute per sempre.
Due anni dopo, nel 1986, Torleif incontrò nuovamente i Queen al Golden Rose Festival di Montreux. Vedendo Brian May nella hall dell’albergo, si presentò e i due iniziarono a parlare. La fotografia fu uno degli argomenti, ma gran parte della conversazione ruotò attorno al Sudafrica, che Torleif aveva visitato nello stesso anno in cui i Queen avevano suonato a Sun City. Emersa anche la storia dei rullini rubati, il giorno successivo Brian lo invitò a partecipare a una gita in barca sul Lago di Ginevra, così da poter continuare la conversazione.
Il momento decisivo arrivò però dopo il primo concerto del Magic Tour, che si tenne a Stoccolma. Torleif aveva un pass per il backstage e incontrò la band dopo il concerto. Il giorno successivo il manager dei Queen, Jim Beach, lo fece chiamare. Torleif portò con sé alcune fotografie realizzate in precedenza con altri artisti, comprese immagini che mostravano il lato più creativo e sperimentale del suo lavoro.
Dopo aver visto quelle fotografie, Jim Beach chiese a Torleif di seguire i Queen durante il Magic Tour, perché volevano vedere di più di quel suo modo così personale di raccontare la band. Questo gli garantì, per tutta la durata del tour, un grado di accesso e di libertà creativa piuttosto insolito.

Cosa è riuscito a cogliere del tour e della band Svensson, a differenza delle classiche Gig photography?
La differenza fondamentale è che Torleif non fotografa soltanto un concerto: interpreta visivamente ciò che accade sul palco. La classica gig photography tende spesso a cercare il momento perfetto, il gesto iconico, il musicista illuminato nel modo giusto. Nel suo lavoro c’è anche questo, ma c’è soprattutto una ricerca sull’immagine.
Durante il Magic Tour Torleif sperimenta con i tempi, il movimento, il mosso intenzionale, le sovrapposizioni e la composizione, trasformando le luci del palco e il movimento dei musicisti in parte integrante della fotografia. Per questo alcune immagini sembrano quasi uscire dalla semplice documentazione e avvicinarsi a una forma di pittura fotografica.
E credo che sia proprio questo il loro valore oggi. Non ci dicono soltanto come apparivano i Queen durante il Magic Tour, ma ci restituiscono la sensazione di energia, velocità e teatralità che caratterizzava quelle performance. Sono fotografie che documentano un evento storico, ma allo stesso tempo hanno una loro identità artistica autonoma.
Oltre agli scatti l’esposizione contiene anche diversi memorabilia. “QUEEN The Last Tour” si sviluppa anche all’interno della collezione permanente del Museo e mette in dialogo epoche diverse attraverso oggetti appartenuti a Freddie Mercury e agli altri membri della band, accanto a quelli di figure come Mozart e Rossini. In che modo queste “reliquie” diventano portatrici di memoria? E quanto contribuiscono a costruire e trasmettere il ricordo di figure entrate nell’immaginario collettivo?
È proprio questo uno dei punti centrali del lavoro curatoriale. Un oggetto non diventa importante soltanto perché è appartenuto a una persona famosa, ma perché conserva una relazione concreta con un gesto, una performance, un momento storico o un processo creativo.
Quando un plettro, uno strumento, un abito di scena o un oggetto utilizzato durante il tour vengono inseriti in un percorso coerente, smettono di essere semplici memorabilia e diventano documenti materiali della storia. Ci permettono di avvicinarci a figure che conosciamo attraverso fotografie, filmati e racconti, ma in una forma fisica e autentica.
Il Museo della Musica di Bologna rende questo meccanismo particolarmente evidente. Gli oggetti legati ai Queen convivono con testimonianze appartenute a protagonisti come Mozart, Rossini e Verdi e, sorprendentemente, non sembrano affatto fuori posto. Appartengono a epoche diverse, naturalmente, ma seguono lo stesso processo: il valore artistico del presente diventa progressivamente valore storico e culturale.
Trovo particolarmente significativo anche il caso dei libri appartenuti a Freddie Mercury. Un volume può non avere alcuna rarità bibliografica particolare e diventare comunque unico per ciò che è accaduto nelle mani del suo possessore. Un semplice dizionario Penguin dei primi anni Settanta, per esempio, acquista tutt’altro significato quando al suo interno troviamo annotazioni su termini come Innuendo o Bijoux. In quel momento non stiamo più osservando soltanto un libro, ma una traccia concreta della curiosità e del processo creativo di Freddie.
È così che questi oggetti aiutano a costruire la memoria collettiva: non sostituiscono la persona, naturalmente, ma mantengono vivo il legame tra la sua opera, il suo tempo e chi viene dopo.
Una parte fondamentale del lavoro curatoriale è stata la costruzione di una rete di collezionisti, che ha permesso di riunire oggetti e materiali provenienti da storie e luoghi diversi. Come è nata questa rete? C’è qualche incontro, scoperta o aneddoto legato alla ricerca dei pezzi esposti che le è rimasto particolarmente impresso?
La rete è nata in modo molto naturale attorno a A Piece of His Own, il gruppo privato formato da collezionisti che hanno acquistato oggetti provenienti dall’asta A World of His Own che ho creato. Da lì si è instaurato un rapporto basato soprattutto sulla fiducia e su un’idea condivisa: questi oggetti non devono restare chiusi nelle collezioni private, ma possono essere rimessi insieme e raccontati al pubblico. Un grande aiuto mi è stato anche dato dagli amministratori delle fanpages dei Queen in giro per il mondo.
Il lavoro curatoriale consiste anche nel ricomporre frammenti che nel tempo si sono dispersi tra Paesi, collezioni e proprietari diversi, per farli tornare a dialogare dentro una stessa storia. E questo richiede molta fiducia. Spesso parliamo di pezzi unici, fragili e di grande valore economico ed emotivo. Chi li presta accetta di separarsene per settimane o mesi, di farli viaggiare, assicurare, movimentare ed esporre, affidandoli completamente al progetto e a chi lo cura. È una responsabilità enorme, ma anche una delle cose più belle di questo lavoro.
Naturalmente non mancano gli imprevisti. Uno degli episodi più curiosi riguarda l’asta del microfono utilizzato da Freddie Mercury. Durante la spedizione verso l’Italia dagli stati uniti venne trattenuta in dogana perché, per la sua forma, fu inizialmente scambiata per un silenziatore per arma da fuoco. Il pacco dovette tornare indietro ed essere poi rispedito con la documentazione descrittiva necessaria, e proprio per questo l’oggetto non poté essere esposto nei primissimi giorni della mostra.
Alla fine, però, resta una cosa molto forte: oggetti dispersi in collezioni private tornano temporaneamente insieme e ricostruiscono davanti al pubblico una storia comune. E tutto questo è possibile solo perché, prima ancora degli oggetti, esiste una rete di persone che ha deciso di fidarsi. Ringrazio a tal proposito Luigi Esposito, Davide Lissandrin, Lynn Ashby Stuart e naturalmente Cesare Cremonini per la fiducia riposta in me.

Cesare Cremonini omaggia la mostra attraverso due importanti oggetti. Com’è nata questa collaborazione e quale la storia dietro quegli oggetti?
Il contributo di Cesare Cremonini è stato particolarmente prezioso perché i due oggetti che ha messo a disposizione sono legati direttamente all’ultimo concerto dei Queen con Freddie Mercury, a Knebworth Park il 9 agosto 1986. Si tratta della celebre canotta gialla Champion indossata da Freddie sul palco e della camicia colorata che portava durante l’arrivo in elicottero al concerto. Sono quindi due pezzi che appartengono esattamente al momento storico raccontato dalla mostra.
Abbiamo scelto di esporre questi oggetti proprio nella sala dedicata a Rossini perché l’accostamento racconta qualcosa di molto interessante. Rossini stesso, già nell’Ottocento, fu oggetto di un vero culto collezionistico: amici, ammiratori e studiosi conservarono non soltanto le sue opere e i suoi manoscritti, ma anche lettere, immagini e oggetti personali.
E c’è anche un legame musicale particolarmente suggestivo. Rossini, come Mozart prima di lui, costruì una delle sue opere più celebri attorno alla figura di Figaro, lo stesso personaggio che Freddie Mercury richiama in Bohemian Rhapsody. È un dettaglio, ma rende molto bene l’idea di una continuità culturale che attraversa epoche e linguaggi diversi.
È un fenomeno sorprendentemente vicino a ciò che accade oggi con Freddie Mercury. Quando una figura entra così profondamente nell’immaginario collettivo, anche gli oggetti che ha toccato, indossato o utilizzato acquistano un valore che va oltre la loro funzione originaria. Diventano tracce materiali della persona e della sua storia.
C’è poi un aspetto che rende la camicia ancora più significativa. Cremonini, che ha dimostrato più volte un’autentica passione per Freddie e per i Queen, l’ha indossata personalmente arrivando in elicottero all’ultima data del suo tour, riprendendo volutamente il gesto di Freddie a Knebworth. Ho trovato questa scelta una dimostrazione molto sincera di affetto e un vero omaggio di cuore.
Per questo la canotta Champion e la camicia di Freddie non mi sembrano affatto fuori posto accanto agli oggetti legati a Rossini. Al contrario, mostrano come il culto, la memoria e il collezionismo attorno alle grandi figure della musica cambino forma nel tempo, ma seguano dinamiche molto simili.
“Pura, incontaminata e piena di mistero antico”. Così Brian May descrive la città di Bologna. Quale rapporto intercorre tra l’eredità della band e questa città?
Credo che Bologna abbia una caratteristica particolare: riesce a far convivere una storia antichissima con una cultura musicale estremamente viva. È probabilmente anche questo che colpì Brian May quando, nel 2017, dopo un concerto, salì sulla Torre Prendiparte e descrisse la città come “pura, incontaminata e piena di mistero antico”.
Non è un caso che Bologna sia stata riconosciuta dall’UNESCO, già nel 2006 e prima città italiana, come Città Creativa della Musica. È un titolo che non celebra soltanto il suo patrimonio storico, ma anche la capacità di continuare a produrre musica, cultura e contaminazioni nel presente. In questo senso Bologna è quasi il luogo ideale per una mostra come Queen The Last Tour: qui l’eredità dei Queen non viene isolata dentro un contenitore dedicato esclusivamente al rock, ma entra in dialogo con secoli di storia musicale.
E c’è anche una coincidenza temporale molto bella. Questa mostra arriva nel quarantesimo anniversario del Magic Tour, nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni dalla nascita di Freddie Mercury e, contemporaneamente, i vent’anni di Bologna come Città Creativa della Musica UNESCO. Tre ricorrenze diverse che nel 2026 finiscono per incontrarsi nello stesso luogo e nello stesso racconto.
Le fotografie del Magic Tour, gli oggetti appartenuti a Freddie, Brian, Roger e John, i libri di Freddie e i memorabilia legati a Knebworth convivono con Mozart, Rossini, Verdi e con strumenti appartenenti a epoche completamente diverse. E proprio qui emergono connessioni sorprendenti: Figaro attraversa Mozart e Rossini e ricompare secoli dopo in Bohemian Rhapsody; Rossini stesso fu oggetto di un vero culto collezionistico, non così diverso, nel meccanismo culturale, da quello che oggi circonda Freddie Mercury.
Bologna, quindi, non è soltanto la città che ospita questa mostra. Diventa parte della sua narrazione. Il suo riconoscimento UNESCO racconta esattamente questa capacità: custodire una tradizione musicale straordinaria e, nello stesso tempo, continuare ad alimentarla attraverso nuovi linguaggi, nuovi artisti e nuove storie.
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