Uno dei pochi posti al mondo dove un giocatore di promozione può ritrovarsi a sfidare un ex All-Star NBA è il playground dei Giardini Margherita di Bologna, casa dello storico torneo che dal 1982 anima le estati della Basket City.
Attorno a questo campetto, negli anni, sono nate storie diventate leggendarie, tramandate di generazione in generazione da giocatori, appassionati e spettatori. Per raccogliere e custodire questa memoria, il regista Davide Spina, con il supporto alla produzione di Undervilla, ha scritto e diretto Il campo dei miracoli, un documentario che racconta la storia del torneo e delle persone che lo hanno reso unico in Italia e nel mondo, lasciando una testimonianza destinata agli appassionati di pallacanestro, ai bolognesi e alle future generazioni, e che da qualche settimana è disponibile gratuitamente su YouTube.

In occasione della finale del torneo dei Giardini Margherita “Walter Bussolari”, in programma stasera, 16 luglio, alle ore 21, proprio ai Gardens, abbiamo raggiunto Davide Spina, per farci raccontare il progetto, il valore delle leggende del playground e perché, dopo oltre quarant’anni, il Torneo dei Giardini Margherita “Walter Bussolari” continua a rappresentare molto più di una semplice competizione sportiva.
In tante città italiane esistono playground, ma quello dei Giardini Margherita è diventato quasi un simbolo. Secondo te cosa è successo qui che altrove non è successo? Perché proprio Bologna è riuscita a trasformare un campetto in una leggenda?
Perché Bologna è la Basket City per eccellenza, ha due squadre che si sfidano con una rivalità fortissima. Qui si respira pallacanestro ovunque e questo torneo è nato in una città dove la gente è super appassionata. Il fattore pubblico è stato fin da sempre un elemento che ha aumentato la competitività del torneo, perché ai Gardens si gioca anche per conquistare gloria e reputazione. Si va in campo anche per dimostrare che il campionato dei Giardini è una realtà a sé, con regole diverse. Il bello del playground è proprio questo: sentirsi liberi di giocare in modo più spettacolare, cercando anche di emozionare un pubblico che, essendo quello della Basket City, conosce e capisce questo sport. Tutto questo ha creato il contesto ideale per far crescere il torneo, i giocatori e l’audience stessa.
Come mai hai deciso di dare un titolo così forte come Il campo dei miracoli’?
L’ho chiamato Il Campo dei Miracoli perché, per documentarmi, ho parlato anche con Alessandro Gallo, che aveva scritto degli aneddoti sul torneo e lo aveva definito proprio così. Gli chiesi se potevo utilizzare lo stesso titolo perché, secondo me, non esiste un modo migliore per descrivere quel torneo. È un campo dove succedono i miracoli: un posto in cui un giocatore di promozione può trovarsi a sfidare Sugar Ray Richardson, ex All-Star NBA, e addirittura stopparlo. Una volta che fai una cosa del genere davanti alla gente e ai tuoi amici, entri nella leggenda. Ed è un miracolo perché una situazione così non potrebbe verificarsi da nessun’altra parte: quei due giocatori, per livello, non si incontrerebbero mai. Su quel campo, invece, è successo davvero.

Nel documentario le leggende del playground occupano un ruolo centrale. Perché era importante raccontare anche queste storie, che vivono a metà tra memoria e mito?
Proprio perché tutto quello che viene raccontato nella prima metà del documentario è frutto di storie tramandate negli anni, volevo riuscire a raccogliere tutto in un documento che rimanesse nel tempo. L’idea era lasciare qualcosa agli appassionati di basket e ai bolognesi: un documentario che chiunque possa guardare gratuitamente e che racconti la storia del Torneo dei Giardini Margherita dall’inizio alla fine.
C’è una storia che, durante le riprese, ti ha fatto pensare: “Questa deve assolutamente entrare nel documentario”? Prendo come esempio la vicenda iconica fra Richardson e Ciccio che penso sia conosciuta da tutti gli appassionati di playground
Ah beh, certo. Quella tra Richardson e Ciccio, per me, è il gioiello del documentario. Quell’interazione racconta tutto: la passione per la pallacanestro e il fatto che un ex giocatore NBA voglia fare uno contro uno con un ragazzo che gioca in promozione. Il messaggio è proprio questo: al di là dei soldi, dei tabellini, delle statistiche e delle squadre, alla fine conta l’amore per questo sport.
Le storie che mi hanno colpito sono tante, anche perché abbiamo intervistato più di trenta persone e adesso dovrei fare mente locale. Però quella è sicuramente la più incredibile e quella che rappresenta meglio tutto il documentario. Uno contro uno su un pavimento di mattonelle, nemmeno sul parquet, tra due giocatori di livelli completamente diversi, con gli amici che organizzano tutto, gli mettono persino l’accappatoio come se fosse un incontro di pugilato e chiamano ad arbitrare Joe Binion. Questa storia racconta perfettamente la voglia di giocare per passione, per orgoglio e per dimostrare all’altro di essere il più forte, con o senza telecamere.

Nel film emerge chiaramente che il playground è il luogo dove si gioca prima di tutto per passione. È il posto dove puoi divertirti, provare la giocata che in campionato non faresti mai, esprimerti liberamente. Persino Nino Pellacani si faceva inserire nei contratti la possibilità di giocare ai Gardens. È questa autenticità il segreto che tiene vivo il torneo da oltre quarant’anni?
Certamente. C’è da dire che, come in tutti gli sport, la competizione è difficile da togliere dall’equazione. È chiaro che si va ai Gardens per divertirsi, ridere e stare insieme, ma è normale che, quando la partita inizia, tutti vogliano vincere. E quando l’ossigeno comincia ad arrivare un po’ meno al cervello, ci si dimentica che siamo tutti amici e si pensa solo a portare a casa la vittoria.
Secondo me è proprio questo l’equilibrio che si è mantenuto negli anni ed è il motivo per cui i giocatori continuano a voler partecipare e gli spettatori continuano ad andare a vedere il torneo. Ci si diverte, ma c’è anche la competizione. Ti affezioni a una squadra, a un giocatore, vuoi vederlo vincere, aspetti il tiro all’ultimo secondo e quel brivido che solo una partita combattuta può dare. È questo mix che continua ad alimentare il torneo dopo più di quarant’anni. Se fosse stato solo divertimento, probabilmente non sarebbe durato così a lungo.

Nel finale lasci spazio ai ragazzi e alle nuove generazioni, quasi a dire che il torneo, il playground e la pallacanestro siano qualcosa da tramandare. Cosa speri che possa provare un ragazzo, scoprendo una passione come la tua e come quella di tutte le persone che animano il Torneo dei Giardini Margherita da più di quaranta anni?
In generale credo che lo sport sia una parte fondamentale della vita. Ti aiuta dal punto di vista fisico e mentale e ti insegna tante cose che poi ritrovi anche nella vita di tutti i giorni: la fatica, il fatto che per ottenere risultati bisogna lavorare e che da soli è difficile vincere una partita, così come emergere nella vita. Da questo punto di vista lo sport è una linfa vitale per noi come esseri umani.
Spero che i ragazzi, guardando il documentario, capiscano da dove nasce il torneo e come si sia costruita questa leggenda negli anni, e che abbiano voglia di portarla avanti, replicando le imprese di chi è venuto prima di loro. Oggi è forse un po’ più complicato perché ci sono telecamere ovunque e vedo i ragazzi più trattenuti, quasi con la paura di fare una brutta figura. Una volta, se sbagliavi una giocata, ti prendevano in giro e finiva lì. Oggi tutto resta registrato. Mi auguro che questa cosa si attenui e che si possa tornare a esprimersi con la stessa spontaneità e genuinità di un tempo.

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