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“Ribelli contro il tempo”, i volti delle rivolte studentesche nelle fotografie di Michele Lapini

04-09-2018

Di Luca Vanelli

“Ribelli contro il tempo”, i volti delle rivolte studentesche nelle fotografie di Michele Lapini

I nostri volti mutano inesorabili nel tempo e si modificano come le montagne, erosi dal sale, dal vento e dalla stanchezza. La voglia di ribellarsi e di cambiare le cose, però, se te la trovi dentro difficilmente se ne va. E di solito quella voglia si pianta nei nostri occhi, che non cambiano quasi mai.

Michele Lapini, giovane fotografo freelance, ha deciso di immortalare, nel fotoreportage Ribelli contro il tempo / 1977-2017,  i volti di quei ribelli che nelle rivolte studentesche del ’77 a Bologna hanno visto cambiare la propria vita. Le facce, più o meno note, sono cambiate; quegli occhi invece sono ancora ribelli.

È difficile andare ad una manifestazione a Bologna e non vedere Michele: dove succede qualcosa lui è presente con la sua macchina fotografica. E lui con la sua macchina non vuole cambiare il mondo, ma “far vedere perché il mondo deve essere cambiato”.

Corteo per i 40 anni dall’assassinio di Francesco Lorusso in via Mascarella. Bologna, 11 marzo 2017 © Michele Lapini

Da dove nasce l’idea per questo progetto?

“Quando si arriva a Bologna per la prima volta, le rivolte del ’77 sono una di quelle cose che ti si materializzano davanti: se passi in Mascarella pensi a Lorusso, se vai in Zamboni ti saltano in mente le foto dei carri armati e delle barricate. L’idea quindi nasce dal voler celebrare il quarantennale delle rivolte del ’77, che a Bologna hanno rappresentato uno dei momenti più forti di conflitto tra Stato e movimenti studenteschi e hanno segnato profondamente la militanza politica delle persone coinvolte”.

Cosa volevi mostrare fotografando i volti dei protagonisti?

“Mi interessava dare vita ad un’istantanea a quarant’anni di distanza; dare un nome e un volto alle persone che in quegli anni erano in piazza e che ancora oggi non hanno mollato. Ognuno a suo modo continua a portare avanti le lotte di allora: sono ancora ribelli”.

Chi ti ha aiutato nella realizzazione del progetto?

“Ho avuto la fortuna di conoscere Valerio Monteventi che mi ha fatto da talent scout, andando a scovare le persone attivamente coinvolte nelle rivolte. Il titolo originale era “Ribelli senza tempo”, poi con Valerio si scherzava e si pensava che in realtà, vedendo i volti così cambiati, è stata una ribellione anche contro il tempo, così abbiamo cambiato nome. Un rammarico che mi porterò sempre dietro è quello di non esser riuscito a fotografare Claudio Lolli, grande protagonista di quel periodo”.

Un’intera sezione del tuo sito è dedicata alla “Social Photography”: cosa può fare davvero la fotografia al servizio delle ingiustizie del mondo che viviamo?

“A questa domanda preferisco risponderti con una citazione di Abbas Attar, fotografo iraniano scomparso di recente: ‘We photojournalist are not changing the world. All we can do is show why this world has to change, sometimes’. Quindi noi fotogiornalisti non dobbiamo pensare di cambiare il mondo, ma il nostro
lavoro è far vedere perché il mondo deve essere cambiato: mostrare quella parte di realtà che evidenzia le condizioni in cui viviamo e perché necessitano di un cambiamento”.

Cronaca di due sfratti. Bologna, via Carracci. 07 marzo 2017 © Michele Lapini

Cos’è allora per te la fotografia?

“Io, sia per i miei studi che per il mio passato, ho sempre inteso la fotografia come una forma di denuncia, di
lotta, una pratica da mettere in campo. Per me la fotografia non è assolutamente autoreferenziale, è una forma di restituzione di quello che vedo e che vivo. C’è chi restituisce la propria visione del mondo con disegni, parole, video: io provo a farlo con la fotografia”.

Corteo per la libertà di dimora. Bologna, 26 settembre 2015 © Michele Lapini

Oggi vediamo foto anche molto violente e crude girare nel web. Credi che la forza di queste immagini possa davvero scuotere le persone o al contrario tutto questo porta ad una svalutazione delle immagini e delle nostre emozioni?

“Io penso che in questo momento siamo totalmente assuefatti da queste immagini: lo scatto singolo ormai racconta poco o nulla e non ci trasmette più emozioni. La fotografia del piccolo Aylan dopo due giorni era caduta nel dimenticatoio e ha fatto sì che le successive immagini dello stesso tipo fossero totalmente depotenziate. Siamo di fronte ad una pornografia dell’immagine: l’abuso e l’estrema circolazione di queste immagini porta ad un punto in cui il cervello si anestetizza, senza più riuscire a provare empatia”.

C’è una soluzione a tutto questo?

“La soluzione non so se esiste in questo momento. Credo che la nostra sfida, come fotogiornalisti, sia quella di riuscire ad andare oltre l’estetica della singola immagine. Bisogna cercare di raccontare delle storie complete, più ampie, per cogliere aspetti personali e profondi rispetto alla “superficialità” dello scatto
singolo. Bisogna far sì che le persone, invece di continuare a scorrere, si soffermino. Dobbiamo essere bravi noi a fotografare, a saper cogliere il giusto momento, a saper scegliere gli scatti giusti e restituire quello che abbiam visto e provato attraverso la fotografia”.

Sgombero dell’ex-Dima in via Emilia Levante. Bologna, 2 maggio 2015. © Michele Lapini

La biblioteca del 36 di via Zamboni dopo l’irruzione delle forze dell’ordine. Bologna, 10 febbraio 2017 © Michele Lapini

La fotografia può essere davvero imparziale?

“Penso che anche chi si dichiara imparziale alla fine compia sempre una scelta quando seleziona lo scatto, il momento, la posizione: la realtà che restituisce non è mai neutra. Soprattutto in questo periodo e in determinate situazioni credo sia assolutamente necessario prendere una posizione. È vero che siamo fotogiornalisti, ma siamo anche esseri umani: non posso spogliarmi di tutte le mie convinzioni e non posso dimenticarmi della mia essenza umana quando ho la macchina in mano”.

Che rapporto hai con Bologna? Ti ha aiutato nella tua attività di fotografo?

“Sono arrivato a Bologna per fare la specialistica, e da quel momento ho anche iniziato a buttarmi più sul serio nel campo della fotografia. Bologna mi ha dato tanto: è stata la città in cui ho potuto seguire in maniera più costante e coerente le mobilitazioni dell’Onda, il tema della casa. Ho iniziato a lavorare con Zic, quotidiano online autogestito, e vedere le mie foto online era un’emozione, mi faceva sentire utile. Tutt’ora Bologna la considero una città molto bella, con tutte le sue contraddizioni, e che mi da ancora oggi moltissimi stimoli: è una città viva, in cui succede sempre qualcosa da raccontare”.

Michele Lapini – Foto di Max Cavallari

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