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La Rappresentante di Lista con Go Go Diva ci mette a nudo. “Crudi? No, reali”.

20-12-2018

Di Claudia Palermo, Silvia Santachiara
Foto di Giulia Fini

La Rappresentante di Lista con Go Go Diva ci mette a nudo. “Crudi? No, reali”.

Un viaggio che passa per il Marocco, Palermo, Milano, attraverso una ricerca musicale minuziosa e aderente ad ogni brano. Go Go Diva, uscito il 14 dicembre per Woodworm Label (distr. Artist First), è l’ennesima rivelazione de La Rappresentante di Lista, band composta da Veronica LucchesiDario Mangiaracina, a cui si aggiungono Marta Cannuscio, Enrico Lupi e Erika Lucchesi.

Quest’ultimo album di inediti segue (Per la) Via di Casa e Bu Bu Sad, continuando a raccontare la complessità delle relazioni umane, oltrepassando ogni canone senza timidezze, fino a mettersi a nudo e a offrirsi senza sovrastrutture. E con la libertà di cantare anche gli aspetti più scomodi e realistici della vita.

Go Go Diva siamo noi, senza filtri, con le nostre paure, i drammi del nostro tempo, gli errori, la voglia di darsi, con i limiti e i desideri del nostro corpo.

Di ritorno dal Woodworm Festival Berlin (dove si sono esibiti anche Giancane, Fast Animals and Slow Kids, I Ministri, Andrea Appino, Mùsica Mata, Campos e Motta), li abbiamo incontrati al Kinotto Bar.

La copertina di Go Go Diva e il video del singolo che ha anticipato l’album, Questo Corpo, scoprono senza timidezze il vostro corpo, specie quello di Veronica, che però, nel video, più che una ricerca della sensualità femminile, sembra evidenziare una certa teatralità attraverso smorfie e movimenti. È una provocazione? Un modo per mettervi completamente a nudo?

“L’idea di mettersi a nudo, di offrirsi, è alla base del disco. E il riferimento è a Lady Godiva, al suo spogliarsi e usare il corpo come strumento di protesta e di lotta. Lei fu una donna che, secondo la leggenda anglosassone, cavalcò nuda per le vie di Coventry perché il marito le aveva detto che se lo avesse fatto avrebbe abbassato le tasse.

La copertina invece è il risultato di una sorta di performance che abbiamo fatto sul set di Claudia Pajewski, la fotografa che ha firmato la copertina di Go Go Diva. Raccontandole l’idea del disco, aveva pensato di fotografarci con addosso degli stracci color carne bagnati  in modo da lasciar intravedere il corpo. Durante gli scatti abbiamo sentito l’esigenza di spogliarci, era inutile fare le mezze cose, vedo non vedo!”.

Cover dell’album Go Go Diva

Questo mettervi a nudo rispecchia la generosità del Teatro, realtà da cui effettivamente siete partiti.

“Sì, sicuramente il teatro ha questo tipo di modalità quando si affronta un lavoro che parte dal corpo, ha la necessità di trovare la nudità, la verità anche nella finzione. Ma vogliamo anche raccontare il senso di libertà che si prova a essere nudi, la mancanza di sovrastrutture, e la sessualità che c’è tra le persone allontanandoci dai canoni attraverso cui viene rappresentata spesso nella musica indipendente degli ultimi anni”.

Questo corpo l’avete definito una sorta di manifesto. Si dice che in fondo tutto passi dal corpo, dal “sentire” prima di essere “pensato”. Cosa ci dice il corpo?

“Il corpo è lo strumento che dà un’avvisaglia su quelle che sono le sensazioni più vere. Non tradisce, non rifugia i sentimenti, al contrario li sbatte in faccia e nello stomaco. Il corpo non può non fare i conti con le situazioni che viviamo, per questo è lo strumento più sincero che abbiamo per poter vivere la vita. Con lui ci muoviamo, respiriamo, capiamo quali sono i nostri desideri, ciò che ci fa ribollire dentro, che ci fa arrabbiare”.

In Questo corpo dite: “Io mi riprendo quello che mi hai portato via” e “Quello che hai voglia di dare non lo puoi trattenere”. Ricorrono spesso le espressioni “dare”, “riprendere”, “portare via”, quasi come se il corpo fosse un sistema aperto da cui passa tutto, ma alla fine ci si riappropria sempre del proprio sentire. È così?

“Esattamente, si può definire come un dispositivo attraverso il quale si dà e si riceve”.

Ci sono anche frasi dure, crude, come “Questo corpo che è stato una festa! Pieno di falsi amori, pieno di peli”. L’amore che cantate non è un sentimento semplice.

“Molti ci dicono che è un brano crudo, ma crudo cosa?! È reale. Chi è che non ha i peli? Tutti li abbiamo, ma se lo dice una donna di sé stessa è strano, se lo dice un uomo è fico”.

The Bomba invece cos’è?

“È un pezzo punk attraverso il quale ce ne freghiamo dei canoni musicali di questo disco e in cui affrontiamo tematiche diverse tra loro, dal muro di Trump, alla maternità, alla bomba del coreano, e ne parliamo come ci piace fare da sempre, come una filastrocca”.

Nel brano Il panico si legge un fenomeno purtroppo attuale che può trasformare momenti di gioia in tragedie vere e proprie: “Le urla strazianti sono compleanni” “Le bombe giù in centro il capodanno cinese”.

“Ci siamo ispirati a quello che è successo a Torino in Piazza San Carlo durante la proiezione di una partita partita mentre la piazza era gremita. Poi purtroppo, prima che uscisse il disco, anche in provincia di Ancona è successo un disastro durante un concerto. Il brano riprende la paura dei nostri tempi, la capacità che abbiamo di esplodere nel panico più omicida”.

Rispetto al brano Poveri noi, quando siamo poveri davvero?

“Il testo lo dice: ‘Solo un passo verso di noi, se non va così poveri noi’. Dovremmo riuscire a restringere quello spazio che ci divide, avvicinarci all’altro, conoscere l’altro, avere sempre un piano d’ascolto molto alto nei confronti di chi ci circonda”.

Siete la testimonianza che tra un album e un altro prendersi il proprio tempo è necessario per crescere, arricchirsi e dar vita ad un lavoro diverso, nuovo, più completo, con una ricerca musicale ancora più minuziosa.

“Per noi è stato necessario dedicare a questo disco un bel po’ di tempo, abbiamo avuto la necessità di ogni minuto dedicato alle canzoni. Magari ci sono artisti che in un mese danno vita ad un disco clamoroso, ma non è il nostro caso. Ci siamo presi il nostro tempo andando in Marocco per liberarci la mente, a Palermo dove nello studio Fat Sounds, insieme a Roberto Cammarata, abbiamo fatto una ricerca minuziosa dei suoni per ottenere quello giusto adatto ad ogni parte, a Milano con Fabio Gargiulo per dedicarci alle voci, al modo di interpretare, di masticare le parole, è stata quasi una ricerca attoriale.

Crediamo che Go Go Diva sia il lavoro di una grande squadra, siamo partiti dalle canzoni per creare un immaginario, e la cosa che ci appaga di più è che l’unione di questo team ha dato vita a qualcosa di positivo che ci piace molto”.

La band tornerà a Bologna il prossimo anno per esibirsi sul palco del Locomotiv Club, l’appuntamento è già fissato per il 23 marzo.

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