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“L’ultima diva dice addio”. Vito di Battista racconta chi perennemente ricomincia per ritrovarsi all’inizio

28-08-2018

Di Giulia Petruzzelli (Zamboni Gruppioni)

“L’ultima diva dice addio”. Vito di Battista racconta chi perennemente ricomincia per ritrovarsi all’inizio

È la storia di una diva. Anzi, dell’ultima diva. Molly Buck, attrice americana di lustri (e lustrini) passati, muore la notte di capodanno del 1977 in un ospedale fiorentino alla presenza del suo giovane biografo. A lui il compito, ingombrante e rivelatore, di raccontarne la vita.

Uscito nel febbraio del 2018 per la casa editrice SEM L’ultima diva dice addio, il romanzo d’esordio di Vito di Battista, autore under 35 abruzzese d’origine e bolognese d’adozione, è in realtà molto più di un semplice flashback: è “un’autobiografia per interposta persona”. Sì, perché di biografie e autobiografie in questo libro ce ne sono almeno due: quella di Molly, certo, ma anche quella del narratore che, nel descrivere la diva, finisce per indagare e scoprire sempre più se stesso. Almeno due, si diceva, e forse pure tre poiché gran parte della narrazione prende spunto dalle vicende personali dell’autore e dei suoi conoscenti, a cominciare dall’inizio – il ricovero della donna in ospedale, la sua figura dietro a un vetro – ispirato ad un episodio realmente avvenuto.

Vito di Battista

Dettagli più o meno fedeli che costruiscono la trama, avvolgente e lontana, del libro. Un libro che non ha capitoli ma titoli di canzoni: sono loro, i brani musicali, a scandire gli eventi che si svolgono dal 1902, anno di nascita di Molly dal forte valore simbolico (è, non a caso, l’anno dell’uscita de Il viaggio sulla luna di Méliès che dà vita al cinema così come oggi lo intendiamo) e il 1977/78. Segnaposti temporali che incorniciano lo svolgersi dei fatti il cui inizio e fine si rincorrono, riavvolgendosi continuamente tra le pagine.

“È un libro intenzionalmente circolare non solo per come è strutturato – dice di Battista – ma anche per i ‘moti allegorici’ che contiene: la circolarità della memoria, il tornare sempre sulle stesse cose in modo ossessivo, il perenne ricominciare, il partire dalla fine (di Molly e dei suoi giorni) per arrivare all’inizio della vita dell’attrice e di quella, appena cominciata, del suo coprotagonista”.

E proprio la memoria, con i suoi più o meno volontari meccanismi di selezione dei ricordi e quindi delle parole, è al centro delle riflessioni di Battista che complica ulteriormente il gioco, scegliendo come portavoce una diva d’altri tempi, bugiarda per mestiere se non per volontà, quindi capace di mistificare meglio di chiunque altro la realtà delle cose. Cosa rimane, davvero, della vita di una persona famosa quando questa non c’è più? In teoria, ci fa pensare di Battista, moltissimo: immagini, ritratti, discorsi, etc…ma quanto di tutto questo è vero e quanto, invece, non è altro che l’interpretazione di un’immagine pubblica, di un sé che poi in fondo non esiste?

Anche in questo senso Molly Buck è l’ultima diva: star di un’epoca in cui ancora esisteva una certa distanza mediatica dai fan, pubblico e privato erano due mondi confinanti ma distinti. Su quel limite lavora di Battista per insinuare il dubbio di una recitazione portata alle estreme conseguenze, di un personaggio che finge di essere persona, attraverso un racconto talmente riflessivo (ma forse qui la parola giusta è “riflesso”) che, dice lui: “ti dà i guai, non te li risolve, pone più domande che risposte”.

Il finale? Aperto a interpretazioni ovviamente.

“Non si può mettere un punto laddove il libro è giocato continuamente sull’ambivalenza e sull’ambiguità. Ogni lettura è giusta e da scrittore è sempre bello ascoltare quali sono i finali immaginati dagli altri”.

Pronti a scoprire la vostra Molly Buck?

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