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Marlene Kuntz all’Estragon: trent’anni dopo “Il Vile” torna sul palco. L’intervista

18-03-2026

Di Silvia Santachiara

Nel 1996 Il Vile dei Marlene Kuntz arrivò come una crepa improvvisa nel panorama musicale italiano: linee melodiche che si muovevano tra ombra e luce, parole che cadevano come pietre e al tempo stesso si sollevavano come visioni poetiche, una scrittura capace di trasformare inquietudine e rabbia in qualcosa di profondamente condiviso. Nel loro secondo album, i Marlene Kuntz seppero trasformare angoscia e tormento in una lingua nuova. Non a caso il disco è stato inserito da Rolling Stone Italia tra i cento album italiani più belli di sempre.Trent’anni dopo, quel disco continua a essere una bussola e a parlare al presente: alle disillusioni contemporanee, al vuoto, allo smarrimento, alle inquietudini di oggi.

Per celebrarne l’anniversario, il 6 marzo è uscita una ristampa speciale numerata e in edizione limitata, illustrata da Alessandro Baronciani, tra i più importanti illustratori e fumettisti della scena italiana, che ha reinterpretato i brani del disco in undici tavole a fumetti raccolte in un booklet insieme a tre cartoline esclusive.

La ristampa arriva insieme al tour “Marlene Kuntz suona Il Vile”, undici date nei club italiani in cui la band ripropone integralmente il disco. Tra queste, anche il 19 marzo all’Estragon di Bologna, una tappa molto attesa che riporta sul palco un album capace, a distanza di trent’anni, di parlare ancora con sorprendente lucidità alle inquietudini del presente.

A trent’anni dall’uscita, Il Vile è ancora percepito come un disco necessario. Oggi viviamo un’epoca diversa ma forse altrettanto inquieta. Vi sembra che le parole e le atmosfere di Il Vile parlino ancora al presente?

L’inquietudine che connota di sé i testi del Vile non ha a che fare con il contesto sociale dell’epoca: è una faccenda molto personale che nel corso degli anni è sempre rimasta più o meno presente, connessa con le difficoltà dell’esistere e del vivere in ambito sociale e, soprattutto, relazionale. Il fatto che il pessimo contesto attuale renda plausibili quelle parole oggigiorno, le rende sostanzialmente universali, ed è motivo di orgoglio averle scritte. Non sono un fan delle estrapolazioni, che non fanno in genere un buon servizio all’opera da cui vengono prelevate, ma la frase del ritornello della seconda canzone in scaletta, Retrattile, è, secondo me, utilizzabile da molti giovani di oggi: “Probabilmente io meritavo di più”. Oppure queste parole, adatte a persone più mature come il sottoscritto: “Come stavamo ieri… Sarà così domani? Dimmi di sì”, perché il domani che sempre più appare lugubremente all’orizzonte è un domani di guerre e povertà diffusa, e quelli della mia generazione avevano ben chiaro il monito “mai più guerre”.

Molte persone raccontano che Il Vile ha accompagnato momenti cruciali della loro vita. C’è una storia che vi è rimasta impressa?

Più che altro ho bene a mente un leit motiv ricorrente: la gratitudine di molti nel sottolineare quanto questo disco, uscito all’epoca della loro gioventù, sia stato capace di imprimersi con una potenza suggestiva e, oso dire, formativa. Per molti è davvero un disco che ha suscitato impressioni indelebili e favorito decine e decine di ascolti, esattamente come certi dischi hanno forgiato me e il mio immaginario, all’insegna di emozioni impagabili, tangibili, irresistibili, quelle che forse solo la musica sa donare.

Guardando alla vostra discografia, che posto occupa oggi Il Vile? C’è un brano in cui vi capita di riconoscervi ancora, magari anche più di allora, e uno che racconta qualcosa di voi che nel frattempo è cambiato?

È uno dei nostri migliori dischi, per compattezza di suono e furiosa lucidità di intenti. Al risuonarlo al giorno d’oggi due canzoni in particolare mi hanno regalato brividini: “3di3”, per la sua giocosa spudoratezza pruriginosa, e la canzone eponima, “Il vile”, strutturalmente affascinante, sonoramente durissima e sofisticata al contempo, liricamente devastante. Con curiosità noto e faccio notare che sono rispettivamente colei che lo apre, il disco, e colei che lo chiude.

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