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Quando l’ordinario diventa straordinario. Il cinema sweded di Maurizio Finotto al Future Film Festival

15-11-2023

Di Francesco Di Nuzzo

Quando si è guidati da una profonda passione per il cinema, è possibile oltrepassare qualsiasi ostacolo. Il primo limite, ovviamente, è l’immaginazione: se puoi pensarlo, puoi farlo. Il secondo è di natura tecnica: cosa serve per girare un film?

Per realizzare un film in stile “sweded”, per esempio, le regole sono abbastanza semplici. Non è necessario disporre di un budget mastodontico o di attrezzature professionali: i veri protagonisti di queste pellicole sono la creatività e una buona dose di spontaneità e improvvisazione. Anche la post-produzione è altrettanto essenziale, con effetti speciali fatti in casa e una colonna sonora re-interpretata in modo originale e spesso farsesco. Il fascino di questi DIY cinematografici risiede proprio nella capacità di trasformare il quotidiano in qualcosa di straordinario.

In occasione del Future Film Festival, in programma da DumBO dal 15 al 19 novembre, abbiamo intervistato il professor Maurizio Finotto, docente dell’Accademia di Belle Arti, che porta al festival due progetti cinematografici diversi, ma dalla stessa anima creativa.

Il primo in mostra alla kermesse venerdì 17 novembre alle ore 16 consiste in una serie di “finti trailer cinematografici” realizzati in stile sweded dagli studenti del Corso di Linguaggi del Cinema e dell’Audiovisivo, presentati nello spazio Be Kind, Remake! presso il Binario Centrale del DumBo.

Il secondo progetto, che sarà presentato in anteprima sempre venerdì alle ore 19, è il cortometraggio Incanto. La leggenda, un mockumentary della durata di 25 minuti, sceneggiato da Ermanno Cavazzoni e diretto dallo stesso Finotto, basato su uno straordinario evento “mai accaduto”: l’arrivo degli alieni a Incanto, un piccolo paese nei pressi di Reggio Emilia. Entrambi i progetti sono stati uno spunto per gli studenti dell’Accademia di cimentarsi non solo con la realtà del mondo cinematografico, ma anche con e sfide creative connesse alla produzione audiovisiva.

Che cos’è un “film sweded”? E in che modo è diverso da una parodia?

Le regole le ha dettate Michel Gondry, e io mi sono attenuto a quelle. Quindi la colonna sonora è fatta non utilizzando musiche, ma riproducendo i suoni con la voce, gli effetti speciali sono fatti con il cartone, lo scotch, la carta e tutto quello che trovi, la ripresa è con i mezzi disponibili. È chiaro che all’uscita del film Be Kind, Rewind era presente una questione di artigianalità. Nel 2008 non c’erano i mezzi tecnologici disponibili oggi, dovevi mettere in atto una certa creatività realizzando, per esempio, un robot con del cartone. C’è tutta una poetica e un insieme di regole a cui attenersi.

 

Il tema del Future Festival quest’anno è Be Kind Remake, che richiama proprio il titolo del film Be Kind Rewind di Michel Gondry. Qual è l’importanza del “rifare”?

Perché è un tentativo, o una prova, per mettersi in gioco anche senza avere grandi attrezzature, ma con lo spirito del fai-da-te, quindi con materiale povero ed effetti speciali fatto in casa. Questo, ovviamente, è molto propedeutico e interessante anche per gli studenti, riportando tutto a un livello più basso, anche giocando sull’idea della contrapposizione con i mezzi hollywoodiani e far vedere che in verità quello che muove tutto, alla fine, sono le intuizioni e le idee.

Qual è stata la sfida principale per i ragazzi nel cimentarsi nella realizzazione dei corti?

L’idea è stata quella di non fare lo sweded di film già esistenti, ma di produrre dei trailer di film di fantascienza che non esistono attenendosi alla poetica sweded. Abbiamo cercato di capire cosa vuol dire produrre un trailer di un film di fantascienza e cosa vuol dire farlo in forma sweded, un processo tra il didattico e il creativo che è stato gestito dai ragazzi in completa autonomia, un po’ per gioco e con la consapevolezza di questa poetica.

 

Passiamo al mockumentary. Di cosa parla?

Questo mockumentary parla di un fatto che è avvenuto nel medioevo, in una località chiamata Incanto vicino a Reggio Emilia, dove si racconta che siano atterrati degli extraterrestri e abbiano formato una comunità che ha vissuto lì per 70 anni, prima di ripartire. Il mockumentary racconta questo avvenimento incredibile attraverso vari punti di vista, da quello storico del medievalista che ti racconta che sono state ritrovate queste pagine che riportano, effettivamente, l’accaduto come potevano raccontarla ai tempi. C’è anche un frate che racconta, e anche un ufologo che, ovviamente, ti dà una versione che propende per la veridicità dell’accaduto. Tutti questi personaggi raccontano la storia attraverso il loro punto di vista.

Come è nata l’idea per questo soggetto?

È stato chiesto prima a Ermanno Cavazzoni di scrivere il soggetto del cortometraggio poi è stata sviluppata la sceneggiatura. Successivamente Ermanno ha chiesto a me di dirigere il mockumentary. La cosa particolare di questo progetto è che è collegato a una cooperativa, che ha prodotto anche il film, che costruisce dei borghi abitativi sui luoghi dove è stato girato il film, creando così l’immaginario del paese Incanto dove sono atterrati gli UFO.

 

E la finzione diventa realtà.

Diventerà realtà, perché una volta costruito il borgo, che prenderà proprio il nome d’Incanto, ci sarà anche un piccolo museo dove ci saranno i “reperti” che si vedono anche nel film.

Qual è stato il coinvolgimento dell’Accademia nel progetto?

L’Accademia ha collaborato con un workshop per gli studenti di cinema, che hanno avuto modo di prendere parte alle riprese, di lavorare con il direttore della fotografia, sul set e anche alla stesura della sceneggiatura. Hanno collaborato anche gli studenti del Corso di scultura con la docente Ivana Spinelli, che hanno realizzato gli oggetti e i props di scena, e anche quelli del Corso di Fumetto con Otto Gabos, che hanno collaborato alla realizzazione di disegni e le illustrazioni per il cortometraggio. Parte di questi lavori sono finiti poi nel risultato finale. L’aspetto interessante è stato proprio trasformare il progetto in un’esperienza reale per gli studenti, anche a livello professionale e non solo didattica.

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