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Le mostre oggi si fanno (anche) dai paki. Exit, il festival di arti visive e performative nei minimarket

01-11-2019

Di Alice Donato

Dopo le prime due edizioni che consistevano nell’aprire la porta delle case di giovani bolognesi disposti ad ospitare per un giorno le opere di artisti emergenti, quest’anno Exit, festival di arti visive e performative, cambia format.

Indagherà la dimensione del quotidiano di uno spazio che noi bolognesi conosciamo bene: il negozio di alimentari sotto casa.

Il 2, il 9 e il 16 novembre quattro negozi ospiteranno dieci mostre di tredici artisti, ciascuna della durata di un pomeriggio. Il 23 novembre ci sarà l’evento conclusivo, un party da Granata.

Ormai alla prima serata del festival manca davvero pochissimo ma, visto che morivamo dalla curiosità, abbiamo incontrato Olivia Teglia che, insieme a Lucia Fontanelli, organizza il festival dalla prima edizione per conoscere meglio il progetto e cercare di capire cosa aspettarci.

 

Che cos’è Exit?

“Nasce nel 2017 come progetto collaterale di Festival 20 30, festival teatrale bolognese, e propone un esperimento di narrazione di luoghi caratterizzato da un approccio site specific e da un’impronta relazionale. Gli artisti invitati a partecipare esplorano la relazione che intercorre tra gli spazi e le identità che li abitano, dialogando con contesti sempre diversi per dar luogo ad eventi pubblici in cui il pubblico possa sbirciare sulla città da un punto di vista inaspettato.

Da qui il nome Exit: un’uscita che consiste nell’entrare in uno spazio con occhi diversi. Quindi non un’uscita dal Festival 20 30, ma solo dall’idea del palco, del teatro, per entrare nella città”.

Alimentari di Halim (via Centotrecento, 19/A) 2 novembre dalle 18,30 alle 22 ◆ Veronica Billi e Chiara Prodi presentano Du Gust Is Megl Che Uan: una festa italo-bangla dove si mangia, si canta e si balla in un punto a metà tra le due culture. La festa e le opere esposte sono frutto di questa ibridazione.

Parlami delle prime due edizioni.

“Nelle prime due edizioni il soggetto di Exit era l’intimità di uno spazio privato. Da Bologna passano tantissime persone e spesso rimangono per periodi limitati di tempo, a volte sono quasi di passaggio. In questo modo si accumulano identità, storie.

Abbiamo chiesto agli artisti di indagare queste identità attraverso il luogo che hanno abitato, quindi cercare di ricostruire le identità che sono passate da quel determinato luogo attraverso l’osservazione del luogo stesso. Questa è stata un po’ l’idea che ha dato origine a tutto.

Volevamo dare risalto al concetto di “aprire la porta”. Aprire una stanza con il letto un po’ sfatto e i calzini sparsi, invitare qualcuno ad affacciarsi però attraverso l‘occhio filtrato di un artista. È stata una sfida soprattutto per chi si è reso disponibile ad aprire la porta di casa propria”.

 

Exit non ha mai avuto una sede fissa quindi? 

“No e credo che in realtà quest’anno sia diventato un punto di forza di questo progetto. Abbiamo capito come renderlo tale concentrandoci sui luoghi e trasformandoli nei protagonisti dell’evento. Vorremmo che questa condizione diventasse sempre di più il tratto distintivo di Exit creando ogni anno un nuovo format e nuove dimensioni di indagine sempre strettamente connesse alla città”.

 

La trovo un concetto molto interessante. Siete partite dalla casa, una questione molto problematica a Bologna considerata la difficoltà nel trovarla, trasformando questo contesto in qualcosa di artistico. Ora esplorate una nuova dimensione, quella dei paki, come li chiamiamo qui. Un luogo davvero tipico, da cui tutti passiamo ma in cui praticamente nessuno si sofferma.

“Bologna ha avuto dall’inizio un ruolo centrale nella realizzazione di Exit e tutti i progetti sono stati pensati per questa città. Sia io che Lucia siamo bolognesi, quindi siamo molto legate a questo posto.

Per quanto riguarda le prime due edizioni, le feste in casa sono un grande di questa città. Tutti ne abbiamo fatte o ci siamo stati. Abbiamo deciso di portarle a un livello superiore e cambiarne le ‘regole’ chiedendo alle persone di aprire la porta di casa a un pubblico x.

L’edizione di quest’anno invece si concentrerà su un luogo così quotidiano, di routine, banale che abbiamo pensato fosse figo da rivisitare in maniera artistica. Andare in un paki in cui non sei mai stato apposta per andare a una mostra sembra assurdo eppure è proprio quello che succederà”.

Alimentari di Hossain (via San Donato, 40/C) 2 novembre dalle 17 alle 21 ◆ Edoardo Ciaralli presenta What time is it?: Un pennarello automatizzato con Arduino scrive costantemente l’ora esatta, cancellandosi e autoriscrivendosi autonomamente.

Come vi è venuta l’idea?

“Io abito in via Centotrecento di fianco all’alimentari di Halim, che sarà una delle location coinvolte nell’evento. Praticamente più di un anno fa Halim, un ragazzo giovane del Bangladesh, ha rilevato questo spazio e, un po’ per fortuna un po’ per carattere, ha creato un gruppetto fisso di persone che tutte le sere si ritrova da lui.

Io sono nata in quella via e ti assicuro che prima non era mai successo. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che gli alimentari e i minimarket sono dei luoghi di passaggio dove ci fermiamo tutti i giorni per prendere qualcosa però in cui non ci fermiamo realmente.

Ho capito grazie ad Halim che in questi luoghi si poteva anche stare. Quindi quest’anno abbiamo deciso di spostare l’attenzione su un’altra dimensione ormai assolutamente identitaria di Bologna”.

 

Oltre all’alimentari di Halim ne avete coinvolti altri quattro. Come li avete scelti?

“Uno ce l’ha consigliato Halim perché appartiene a un suo amico, quello in San Donato. Quello in via Luigi Serra è stato scelto dall’artista perché lo conosceva e lo ha ispirato nel trovare l’idea della performance che realizzerà. L’ultimo lo abbiamo scelto noi.

Per capire se la cosa poteva funzionare abbiamo cominciato a girare i vari alimentari e a parlare con i proprietari e lui è stato da subito super super carico quindi abbiamo collaborato con lui. Pensa che all’inizio volevamo trovarne molti di più, circa 9, ma è stato più difficile del previsto.

Per loro è un luogo intimo in qualche modo e a volte è stato difficile addirittura entrare e spiegargli la nostra idea. Ci sembrava di entrare in casa di qualcuno e disturbarlo”.

Alimentari di Sharif (via Saragozza, 67) 2 novembre dalle 17 alle 21 ◆ Collettivo Clon_e presenta Hotspot: quanto di ciò che appare si dimostra sempre comprensibile ed evidente? Nell’epoca dell’iperconnessione, la ricerca di informazioni si trasforma talvolta nell’accettazione di non capire, una norma che permette di vivere il quotidiano confondendo azioni umane e non umane, gesti, abitudini e libere forme di espressione.

 

Gli artisti come sono stati coinvolti?

“Gli artisti sono 13, alcuni sono collettivi. Tutti sono amici e conoscenti, non abbiamo fatto nessuna call. Io faccio l’Accademia di Belle Arti mentre Lucia l’ha finita. Tutti gli artisti coinvolti sono giovani ed emergenti, più o meno del territorio bolognese e li abbiamo selezionati in base al format.

Non tutti gli artisti sarebbero adatti ad esporre in un alimentari perché significa ritrovarsi in un contesto ‘non protetto’, ci vuole una grande capacità di adattamento. Quello che gli abbiamo chiesto è di riuscire a cogliere un contesto e realizzare un intervento site specific fortemente legato all’impatto che quel contesto gli ha dato.

Alcuni si sono basati più sull’estetica del negozio, altri, invece, hanno un modo di fare  più diretto, più intimo e hanno passato del tempo a parlare con i negozianti. Ognuno ha avuto il suo approccio però tutti i lavori sono stati realizzati apposta per questo contesto”.

 

Cosa vi aspettate da questa nuova edizione di Exit?

“Tanta curiosità. Sicuramente quest’anno se n’è parlato di più e anche il contesto ha attirato molto l’attenzione. La cosa che mi auguro, però, è che i negozianti siano contenti. In questi mesi in cui li ho incontrati con gli artisti è stato impegnativo e importante creare un legame di fiducia reciproca.

Ma in generale non sappiamo nemmeno noi bene cosa aspettarci, gran parte della performance dipenderà dalla gente che verrà. Quindi tanta tensione e poco controllo, ma è il bello di questo tipo di eventi, la dimensione dell’imprevisto”.

 

Qui trovate l’elenco completo delle mostre.

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