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Perché il Bar Maurizio è uno dei luoghi più amati di Bologna

26-05-2026

Di Laura Bessega

Se mi avessero detto che a Bologna c’è un bar con un’anima nerd che rispecchia quella del suo proprietario, come ci tiene lui stesso a specificare, e anche di tutta la sua famiglia, mi sarei scervellata a pensare a una lunga serie di locali. Tutti tranne quello che vi sto per raccontare, credetemi.

Due sale e doppio bancone, il mobilio datato e una carrellata di statue e statuine: il maestro Yoda che scruta gli avventori, una Betty Boop tridimensionale a grandezza ridotta, alta circa un metro, un’immancabile Elvis, genio della storia della musica, un Gollum con occhiali da sole che tiene in mano il suo tesoro, 10 centesimi, e Josy Wells, meglio conosciuto in Italia come il texano dagli occhi di ghiaccio, ovvero lo sceriffo interpretato da Clint Eastwood che difende i deboli. Quest’ultimo pare decisamente il personaggio preferito dal proprietario. E poi manifesti alle pareti, come un pezzo autentico di Corto Maltese, regalatogli direttamente dal tipografo di Hugo Pratt, che viveva a Bologna, la scultura in ferro della giapponese Chizu Kobayashi, otto tavoli d’Autore, pezzi unici realizzati da artisti-clienti, anche di fama internazionale come Francesco Casolari e il tavolo UFO, dove si beve giocando al Gioco dell’Oca.

Presenti anche i tarocchi sottoforma di due carte speciali appese ai muri che raffigurano lui, il proprietario, con i suoi clienti all’alba. Forse, a questo punto, l’avrete intuito: sto parlando di Maurizio e del suo bar in via Guerrazzi 22.

Al di là dell’anima nerd come dice lui, o del collezionismo alimentato da una curiosità culturale e umana seriale, come la vedo io, la frase migliore che descrive l’essenza di questo bar la condensa lui stesso quando afferma: È come un serial televisivo quotidiano. Tutti i giorni c’è sempre una nuova puntata con quasi sempre gli stessi personaggi.

È così che il bancone diventa un palcoscenico dove la “fauna umana” si intreccia a tutte le ore. Dalla psicologa che dorme poco al macellaio, fino ai ragazzi che tornano dalle serate alle 5 del mattino, Maurizio parla con tutti e conosce tutti. Riservato con i riservati, ma capace di costruire legami duraturi con chi si concede di più.

Mi racconta di non “fare mai il fenomeno”. Preferisce “agire da spalla” con i clienti più eccentrici. E a questo punto della storia è ora di presentare forse il più celebre tra loro. Leo Mantovani è personaggio a metà tra realtà e leggenda metropolitana, attore, comparsa, sperimentatore e frequentatore storico del locale. Con Maurizio forma una coppia ormai collaudata: uno recita, l’altro fa da spalla. È un ruolo che il gestore rivendica con orgoglio. lasciare il centro della scena agli altri e osservare lo spettacolo da una posizione privilegiata. È in questo rapporto che prende vita una delle frasi simbolo del bar. Non l’ha inventata Maurizio, ma suo zio, una sorta di filosofo di strada che passava le mattine a commentare con ironia e disincanto la cronaca nera sui giornali. Quando Leo attraversa una delle sue ricorrenti e devastanti pene d’amore, Maurizio gli ricorda sempre la stessa massima: «C’è quella che hai e anche quella peggio».

Più che una battuta, è una filosofia di vita. Un modo tutto bolognese per ridimensionare le tragedie sentimentali e riportare le cose alla giusta prospettiva. Dietro il cinismo bonario della frase c’è l’idea che, per quanto una situazione possa sembrare disperata, esista sempre un gradino più in basso ma anche la possibilità di rialzarsi. Al Bar Maurizio questa saggezza popolare si tramanda da una generazione all’altra, consumandosi tra un caffè alle sei del mattino e le infinite puntate di quel «serial televisivo quotidiano» che va in onda da quarant’anni davanti al bancone.

Prima di Maurizio, c’era Enea che preparava i pranzi per le ragazze che lavoravano nei laboratori artigianali e nelle sartorie vicine. Poi è arrivato lui. In città è diventato un’istituzione. Quando ti dai un appuntamento e dici che vai da lui non serve specificare che tipo di locale sia o l’indirizzo. Tutti lo conoscono.

“Guarda Enea, se per caso ti vien voglia di venderlo, dimmi qualcosa, che posso farti anche delle proposte” dice al vecchio gestore durante un aperitivo. È il 1985 e da un pò Maurizio guarda quel bar “sempre pieno di giovani”, complice la vicinanza al DAMS. Dopo solo un mese viene ricontattato. Il bar sta per essere messo in vendita.

Quella di Maurizio non è la storia di un imprenditore che ci ha visto lungo. Non nasce barista, ma disegnatore meccanico e capisce subito che per avviare un’attività bisogna “cambiare totalmente la testa”.

L’ avventura inizia con una sfida finanziaria quasi proibitiva: l’acquisto del bar per 130 milioni di lire tra cambiali e il rischio di finire “strangolato” dal proprietario di una torrefazione che all’inizio finge di volerlo aiutare e all’ultimo momento gli nega il prestito promesso. Ma la sua determinazione e l’aiuto di un altro torreffattore fanno sì che riesca a rilevare il locale.

“Per essere un imprenditore devi avere una mentalità imprenditoriale… chi me l’ha fatto fare che ero lavoratore dipendente!” commenterà a posteriori.

Credo però che Maurizio sapesse bene dove stava andando perché ha sempre avuto una visione. La sua regola d’oro per garantire la longevità del bar la riassume così:

“Un soldo investito in attività o cultura ne riporta cinque”.

Questa mentalità lo ha spinto a trasformare il bar in un centro culturale spontaneo. La musica dal vivo nasce nel 1996 dopo un viaggio a Parigi, dove vede diversi gruppi suonare in posti piccolissimi. Anche più del suo. Torna e inizia prestando gli amplificatori ai ragazzi del Link, storico centro sociale nato proprio sopra il bar dopo l’occupazione del DAMS dell’89. Continua ancora oggi offrendo musica gratuita ai clienti come “bonus”, convinto che la cultura generi ricchezza. Non solo economica.

Ma l’ iniziativa culturale più insolita nata tra queste mura è indubbiamente il cineforum alle sei di mattina. L’idea nasce qualche anno fa per dare una scossa proprio a Leo Mantovani, grande appassionato di cinema, durante un periodo particolarmente difficile della sua vita. All’epoca Leo si presentava al bar ogni mattina intorno alle cinque e mezza. «Leo, guardiamo qualcosa almeno», gli propone un giorno Maurizio. Da quella frase prende forma una piccola tradizione destinata a durare nel tempo. Mentre il bar si sveglia e la città è ancora semideserta, sullo schermo scorrono film come Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog o i grandi classici di Clint Eastwood, da Il texano dagli occhi di ghiaccio a Il cavaliere pallido. Attorno alle sei del mattino si ritrovano regolarmente sei o sette persone. Leo commenta le scene, racconta aneddoti, spiega dettagli tecnici e trasforma ogni proiezione in una lezione improvvisata di storia del cinema. Ancora oggi, nonostante la sua presenza non sia più assidua come un tempo, il cineforum delle prime luci del giorno continua a sopravvivere.

5 EPISODI SPECIALI

Da quest’intervista a Maurizio, emergono tanti episodi che delineano la storia del bar come un incrocio unico tra cultura, goliardia e vita di quartiere. Ecco i 5 aneddoti più curiosi:

L’inaugurazione tra punk e neve (1985):

Maurizio apre ufficialmente il bar il 3 gennaio 1985 con un rinfresco, ma l’inizio è rocambolesco. Un gruppo di punk che occupava una casa vicina entra nel locale e mangia tutto il buffet destinato ai clienti. “Come se non bastasse, il giorno successivo è caduto mezzo metro di neve, seguito da un’altra nevicata simile il 7 gennaio. L’avvio dell’attività è stata una vera sfida contro la sfiga” racconta il proprietario.

Il rifiuto a Cesare Cremonini:

Prima di diventare una star, un giovanissimo Cesare Cremonini (all’epoca era agli inizi con i Lùnapop) chiede a Maurizio di poter suonare nel bar. Lui rifiuta, perché aveva sentito dire da altri studenti che il ragazzo faceva il bullo al liceo Cavour. Mi racconta con vena ironica di essere probabilmente l’unico ad aver detto di no a Cremonini. “Dopo quel rifiuto non è mai più tornato nel locale”.

La riffa dell’uovo e le cinque volanti:

Non manca nemmeno una vicenda da commedia all’italiana. Durante una riffa organizzata per assegnare un gigantesco uovo di Pasqua, uno dei clienti abituali inciampa e lo manda in frantumi. Maurizio, che all’epoca naviga in acque economiche tutt’altro che tranquille, pretende che venga pagato il danno. La discussione degenera al punto da richiedere l’intervento della polizia. Arrivano addirittura cinque volanti. La situazione si sgonfia soltanto quando il protagonista dell’incidente mostra una tessera che certifica una forma di epilessia. Da quel giorno Maurizio decide che i problemi se li sarebbe risolti sempre da solo senza chiamare le forze dell’ordine.

Le “pene d’amore” estreme di Leo Mantovani:

Poi c’è Leo Mantovani, che da solo meriterebbe uno spin-off. Le sue leggendarie pene d’amore sono diventate parte del folklore del locale. Per Beatrice, una ragazza svedese di cui si era perdutamente innamorato, è arrivato a scriversi il suo nome sul braccio utilizzando le bruciature delle sigarette. Anni dopo, e non contento, per Giada, si fa addirittura marchiare a fuoco il nome sul petto da un fabbro. Sono racconti che sembrano oscillare tra realtà e mito da bancone.

Il Bar Maurizio non è stato soltanto il ritrovo di personaggi eccentrici. Grazie alla vicinanza con il DAMS e alla sua naturale capacità di attrarre mondi diversi, nel corso degli anni ha accolto anche ospiti illustri. Il regista Werner Herzog, durante un seminario a Bologna, ha passato diversi giorni al bancone, a bere tanti caffè e cappuccini ma a fare poche chiacchiere. Ornella Vanoni, invece, durante una settimana trascorsa in zona, è diventata una presenza abituale: cappuccino al mattino, spritz alla sera. “Una donna tosta”, la ricorda Maurizio con ammirazione.

Se tutte queste storie raccontano il lato più pittoresco del bar, ce n’è una che forse spiega meglio di tutte il carattere del suo proprietario.

Negli anni in cui il locale inizia ad essere particolarmente frequentato, il successo non piace a tutti. Tra esposti, segnalazioni e lamentele di alcuni concorrenti della zona, Maurizio si ritrova a ricevere visite continue dei vigili. “Saranno venuti dieci o quindici volte in sette o otto mesi!”, ricorda. A esasperarlo non sono tanto i controlli quanto la sensazione che dietro ci sia una vera e propria guerra di vicinato.

Per reagire, prepara un manifesto da far firmare ai clienti. Voleva dimostrare che il suo non è un luogo problematico, ma uno spazio di aggregazione sano, dove si fa musica, si discute e si sta insieme. Le firme arrivano numerose. Tutti sono pronti a sostenerlo. O quasi.

Herman Sufert, interprete e intellettuale anticonformista, una persona che Maurizio stima profondamente, no. Il suo rifiuto non è però una presa di distanza, bensì una lezione.

“Maurizio, questo modo di fare non è democratico. Lo fai perché conviene a te”.

Una frase che lo spiazza. Secondo Herman, le petizioni spesso servono più a rassicurare chi le promuove che a risolvere davvero i problemi.

Maurizio torna a casa, riflette un attimo e strappa il manifesto.

Da quel momento smette di cercare legittimazioni formali e inizia semplicemente a fare quello che sa fare meglio: parlare con le persone, trovare compromessi e costruire una convivenza possibile tra il bar e il quartiere.

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