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RETRO SCENA LIVE: la rassegna di cantautorato da Backroom, lo speakeasy dove la parola d’ordine è Inclusione

10-02-2026

Di Laura Bessega

Vi ricordate quando Leonardo DiCaprio, nel film Il grande Gatsby, entra con Tobey Maguire da un barbiere e incontra un caro amico che si sta facendo tagliare la barba?
All’improvviso, un quadro con il listino prezzi scorre su un muro, aprendo una piccola finestra da cui spunta il volto di un uomo. «Shall we come?»
I tre entrano da una porta segreta, scendono le scale e si ritrovano in una grande sala al piano sotterraneo. Gente che parla, movimento, ballerine sul palco che si muovono a ritmo di swing e charleston, uomini che giocano a carte e bevono tanto, tanto whisky di contrabbando. Tra loro ci sono gangster, politici e poliziotti corrotti.
Leonardo DiCaprio è appena entrato in uno speakeasy.

A Bologna ce n’è uno in Strada Maggiore 58B, però si entra da una vetrina sulla strada. Nessuna porta segreta, ma se capitate la sera giusta ci sono le ballerine di burlesque.
All’interno, una stanza conduce a una stanza più piccola, che a sua volta porta a un’altra ancora più raccolta. E, in fondo all’angolo, uno stretto ma fornitissimo bancone bar.

Il locale si chiama Backroom ed è un circolo culturale ispirato agli speakeasy degli anni Venti. Tradotto letteralmente significa “la stanza sul retro”.
È stato chiamato così perché quella stanza era il vero ingresso del locale: un tempo si entrava dal bagno, da una porticina sul retro, cosa che oggi non è più permessa.

Conosciuto prima del Covid come Brexit, era gestito da Massimo Somma, meglio noto in città come il Mago. Qualcuno che ci legge sicuramente se lo ricorderà. Poi il locale è stato chiuso e il Mago si è trasferito, probabilmente alle Canarie.

Rilevato cinque anni fa da Antonio Landi e Francesco Cammarota, questo spazio, che oggi anima le sue serate con spettacoli di burlesque, stand-up comedy e jazz manouche, ha da poco inaugurato la rassegna RETRO SCENA live 2026.
Nata da un’idea dei gestori con Luigi Grella come direttore artistico, la rassegna ha scelto un nome in linea con quello dello spazio che la ospita: il retro, appunto.

Tutti i giovedì, salvo eccezioni (una su tutte la settimana di Sanremo) e fino a primavera inoltrata, si esibiranno sul palcoscenico diversi giovani autori:
Spacca il Silenzio! (12 Febbraio), Zendar Off (19 Febbraio), Clelia Di Capita & Lorenzo Negroni Duo (5 Marzo), Salva Duo (12 Marzo), Marco Vincisgrassi (19 Marzo), Bolling Jazz Quartet (26 Marzo), Dario Canal (9 Aprile), fino ad arrivare ad aprile con altri appuntamenti in calendario.
“Verrà a suonare qui anche Sergio Grazzini, che è stato il contrabbassista di Pavarotti”, aggiunge Luigi.

I concerti iniziano alle ore 22.00.
L’ingresso è gratuito e riservato ai soci AICS.
Si consiglia la prenotazione tramite messaggio WhatsApp al numero 333 9439845 o scrivendo in DM alla pagina Instagram @backroom.bologna.

“Abbiamo dato più spazio al cantautorato per una questione di spazi e di acustica, ma con un occhio di riguardo a chi propone progetti personali, dal jazz al balcanico, con contaminazioni che arrivano dalla musica sudamericana, dalla bossa nova alla samba», mi racconta Luigi, direttore artistico.
E aggiunge:”sono felicissimo di poter dare una possibilità ai giovani cantautori, perché è quello che manca in città. E lo dico non solo come direttore artistico, ma anche come musicista che ogni giorno cerca posti nuovi dove andare a suonare”.

Proporre le proprie canzoni, anche in una città come Bologna, patria del cantautorato italiano, non è semplicissimo. Con Luigi discutiamo del fatto che oggi, nei locali, la selezione sia spesso dettata più da quanta gente riesci a portare o da dove arrivi, che dalla qualità della proposta.

Per questo la sua scelta è quella di non chiudere mai la porta a nessuno, di aprirla anche a progetti piccoli o complessi e, soprattutto, di saper ascoltare.
“Noi apriamo una porticina. È un atteggiamento che, quando ho iniziato io a suonare, avrei gradito parecchio. Quando sei agli inizi scrivi messaggi sui social, mandi un sacco di mail, ma spesso nessuno ti risponde, neanche ti visualizza. Diventa stremante”.

Trovare qualcuno che risponda e dia un feedback, invece, è fondamentale. Bisogna aprire le porte, invece di chiuderle.

Secondo Grella, Bologna è ancora una città a misura d’uomo, ma allo stesso tempo cosmopolita, dove il ricambio generazionale permette ogni anno di respirare nuova linfa. “La cultura qui è sempre a livelli altissimi”, mi dice. “Il fatto di avere un polo universitario importante a livello internazionale contribuisce moltissimo. Ho notato che ci sono ancora tanti ragazzi interessati alla musica dal vivo e ai concerti”.

Ci sono molti progetti musicali inediti e una forte esigenza di spazi, anche piccoli, dove potersi esprimere. “Un tempo questo meccanismo ha permesso di far emergere artisti come Paolo Conte o Lucio Battisti, e più recentemente Daniele Silvestri, Nicolò Fabi, la scena romana, siciliana e napoletana. Si partiva dal basso, dall’essere artigiani della musica. Oggi mancano luoghi dove fare musica, teatro, dove proporre progetti nuovi, diversi, anche acerbi”.

Da Backroom si cerca anche di fidelizzare il pubblico.
“Vogliamo costruire relazioni, ricreare il terreno per quelle connessioni che nascono in modo inaspettato, come quando un diciottenne si ritrova a parlare con una persona molto più grande o addirittura anziana. Per noi la parola d’ordine è inclusione“.

Un’inclusione che richiama luoghi iconici della città come il Pratello o l’Osteria del Sole, dove al bancone può capitare di vedere una matricola chiacchierare con un ottantenne, storico frequentatore del locale e farsi raccontare pezzi di storia e di vita.

In linea con le scelte musicali anche quelle del bar. Gli alcolici di Backroom non rispondono a una logica commerciale. Le marche non sono quelle più diffuse e utilizzate nei cocktail bar tradizionali. Qui si prediligono prodotti di nicchia, piccole aziende, ricerca e attenzione verso ciò che sta crescendo.
Una visibilità che diventa vetrina, proprio come accade per i cantautori che salgono su questo palco.

“Anche nelle bevute siamo un po’ old school: Martini, Martinez, Sazerac”.
Gli chiedo cosa sia quest’ultimo e scopro la storia di un cocktail a me finora sconosciuto.

Il Sazerac nasce a New Orleans negli anni Venti. Viene preparato imbevendo una zolletta di zucchero con un bitter aromatico chiamato Peychaud’s, che prende il nome dal suo inventore, un farmacista di origine creola, proveniente da Haiti e stabilitosi in Louisiana nel 1795. Studiandone le proprietà curative, aveva messo a punto un bitter a base di genziana e, dal 1838, aveva iniziato a servirlo nella propria farmacia sotto forma di cognac corretto con alcune gocce del prodotto.
Da lì, la ricetta si era diffusa rapidamente in città, fino a diventare uno dei cocktail più iconici della storia degli Stati Uniti. In seguito, il cognac è stato sostituito dal whiskey, più diffuso e accessibile.

Anche Backroom trae ispirazione dagli anni Venti, quando l’ingresso negli speakeasy era segreto, le bevande alcoliche illegali e negli Stati Uniti imperversava il proibizionismo.
Si racconta che la proprietaria di un locale in Pennsylvania, per evitare che il suo business illegale attirasse l’attenzione delle autorità, zittisse i clienti troppo rumorosi sussurrando: «Speak easy, boys!». Parlate piano, ragazzi!
Erano luoghi in cui l’esclusività era centrale. Per entrare servivano parole d’ordine o segnali convenuti.

Oggi naturalmente non è più così. Non c’è il proibizionismo, né i gangster, né ingressi attraverso barbieri o macellerie.
Ma resta quell’atmosfera retrò di inizio secolo, legata all’immaginario notturno di New Orleans, poltrone in pelle e legni scuri, jazz, burlesque e musica dal vivo, cocktail di alto livello e sensualità vintage.

Gli speakeasy erano anche luoghi di inclusione sociale, dove uomini e donne di ogni estrazione socio-culturale  potevano incontrarsi nello stesso spazio. Mutatis mutandis, quel senso di inclusione, al Backroom, è rimasto.

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