Più di vent’anni trascorsi a viaggiare, attraversare confini, costruire relazioni artistiche in tutto il mondo, mossi da una scintilla che punta a cambiare le cose dal basso, Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola della compagnia teatrale Instabili Vaganti e direttori artistici del festival di arti performative PerformAzioni, hanno scelto di dare forma a uno spazio che contenesse tutto quel movimento. Il Globe Performing Space nasce così: una cupola ecologica nell’Appennino bolognese, pensata come luogo di residenza, formazione e incontro per le arti performative. Un progetto che riflette sul rapporto tra arte e ambiente e che immagina un’eredità diversa, capace di restituire al territorio più di quanto prende.

Globe Performing Space
La vostra storia parte nel 2004. Con quale approccio la vostra compagnia è diventata di respiro internazionale?
Nicola: È complicato, ma è proprio una questione di predisposizione. E noi fin dall’inizio abbiamo avuto questo tipo di predisposizione basata su condivisione e confronto interculturale a livello globale. Arrivavamo già da un percorso nostro di formazione e anche dal nostro lavoro di maestri di teatro, insegnavamo in diverse accademie e università del mondo. Questo ci ha consentito di conoscere la cultura di altri paesi, conoscere attori, danzatori, la loro preparazione, il loro background, condividere una poetica e anche un’etica. Ci ha dato un imprinting. Pensa che il nostro debutto non è avvenuto in Italia, ma in un festival in Polonia, tra l’altro permettendoci di vincere un premio, e questo ci ha permesso di capire quanto fosse importante mantenere questa apertura al dialogo internazionale. Abbiamo coltivato contatti con università e accademie anche prestigiose come il Grotowski Institute in Polonia, la Shanghai Theater Academy e siamo entrati nel tessuto e nel panorama teatrale e delle arti performative dei paesi in cui andavamo a lavorare. È come se noi avessimo vissuto una storia di compagnia diversa, segmentata, frammentata in ogni paese. Abbiamo fondato la nostra metodologia e se vogliamo anche la nostra poetica su una circuitazione costante, soprattutto extra-europea. E andiamo sempre alla ricerca del nuovo, del diverso, per essere costantemente stimolati.

Beyond Borders Project
Il fatto di andare in giro per il mondo vi ha spinti a riflettere sull’impatto ambientale prodotto dai vostri spostamenti. Mi raccontereste il progetto The Globe?
Nicola: Il Globe Performing Space è un progetto sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna con fondi FESR, inaugurato lo scorso 30 agosto. L’idea iniziale era quella di costruire un anfiteatro e una casa per residenze e formazioni, aperta alla collettività, capace di accogliere nuovi pubblici e formare nuovi artisti. Viviamo in un territorio marginale, tra Bologna e Modena, nell’Appennino, dove mancano occasioni culturali di avanguardia, sperimentali o di alto livello. Proprio per questo abbiamo immaginato di creare qui uno spazio dedicato alle arti performative. Nel corso della progettazione l’idea si è trasformata in una cupola geodetica, frutto di un lungo lavoro di costruzione. Il progetto è ancora in evoluzione e prevede ulteriori sviluppi sul piano ecologico, come la piantumazione di un bosco. Anche il modo di fruire lo spazio è diverso: il pubblico attraversa il paesaggio e raggiunge la cupola a piedi. Il successo dell’inaugurazione ci ha spinto a pensare a una programmazione annuale, capace di accogliere residenze, percorsi di alta formazione e co-creazione internazionale. L’obiettivo è far crescere un nuovo pubblico e portare anche ai margini un teatro di ricerca e di qualità, in dialogo con la natura.

Globe Performing Space
Il nucleo fondante della compagnia siete voi due, ma vi avvalete di molte collaborazioni. In che modo riuscite a tessere relazioni e ad estendere questa rete?
Nicola: Diciamo che si tratta di relazioni più durature nel tempo, ma che partono da un seme, da uno scambio di riflessioni, per esempio. Di fatto è come se le persone con le quali iniziamo una collaborazione diventano parte della compagnia per un periodo, per un progetto o per ulteriori riflessioni e collaborazioni durature.
Tornando alle origini, come è nata la vostra compagnia?
Anna Dora: Ci siamo conosciuti al DAMS di Bologna. All’epoca eravamo immersi in un percorso fatto di esperienze teoriche e pratiche che permettevano effettivamente di sperimentare. Da subito ho voluto provare ad avere una mia compagnia, sperimentandomi come regista, nonostante fossi già anche attrice. Però sentivo la necessità di incominciare a sperimentare qualcosa di mio, di personale, nonostante fossi impegnata ancora con la formazione. Con Nicola abbiamo cominciato a lavorare al primo spettacolo, che poi si è rivelato essere la prima occasione per fondare la compagnia. Quel periodo ha segnato la nostra poetica e metodologia. Per molti anni abbiamo cercato di entrare in una sala di lavoro ogni giorno, al di là degli spettacoli, per concentrarci sullo sviluppo delle potenzialità fisiche, vocali, espressive da performer. A questa formazione abbiamo affiancato anche i nostri workshop per condividere i nostri progressi. Negli anni il lavoro è cambiato molto, ma sentiamo di poter dire che viviamo ancora di quelle esperienze iniziali, che ci hanno permesso anche di affrontare tournée difficili, sempre pronti ad andare in scena.

Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno
Mi parlereste del vostro approccio al teatro attraverso la chiave dell’impegno sociale?
Anna Dora: Si tratta di un approccio che fa parte della nostra storia. Affrontiamo tematiche che per noi sono interessanti in primis a livello personale, che partono da qualcosa che ci tocca o che ci ha coinvolto a livello personale, e poi c’è l’aspetto della nostra ricerca, che si allarga quindi sul globale, spesso anche dal confronto e la condivisione con artisti di diversi paesi, per raccogliere riflessioni, esperienze artistiche o di vita. Per esempio, uno dei nostri primi spettacoli, Made in Ilva, partiva da una tematica che mi riguardava direttamente, perché sono originaria di Taranto, e da lì si è sviluppato un interesse maggiore e una sperimentazione più ampia sul rapporto tra uomo e macchina, tra la vita delle persone in un contesto industriale e contemporaneo, in contrapposizione alla ricerca di un universo spirituale differente, quindi di una riflessione tra poesia e realtà.
Passando invece al Festival PerformAzioni, potreste raccontarmi come si è sviluppata la vostra direzione artistica all’interno della rassegna?
Nicola: PerformAzioni nasce come International Workshop Festival, con l’intento di portare in Italia un esperienza performativa internazionale che avevamo vissuto in prima persona come artisti e maestri all’estero. Inizialmente abbiamo invitato artisti della scena contemporanea da tutto il mondo per workshop e momenti di condivisione del lavoro, tra performance, dimostrazioni e spettacoli. Nel tempo, grazie alle relazioni costruite, il progetto è cresciuto fino a diventare un festival internazionale di arti performative, con una forte vocazione multidisciplinare. Il festival, diretto da noi per conto dell’Associazione Panicarte e riconosciuto anche a livello ministeriale, si è sviluppato a Bologna nel quartiere Barca e dal 2018 è nata la collaborazione con l’Oratorio San Filippo Neri. Si concentra su teatro contemporaneo, danza, musica e arti visive, mantenendo al centro la formazione, la co-creazione e la co-produzione.
Nell’edizione 2025, grazie al sostegno della Regione Emilia-Romagna, abbiamo coinvolto artisti emiliano-romagnoli nel mondo, dando vita allo spettacolo Utopie Migranti. Oggi PerformAzioni è un luogo di ospitalità e di scambio, attivo anche su scala territoriale oltre Bologna.

Utopie Migranti
Scorrendo la vostra produzione teatrale ho notato che molto spesso vi occupate di temi sociali e di impegno civile. Pensate ci siano temi che attualmente non è possibile evitare di indagare?
Anna Dora: Alcuni nostri progetti hanno uno sviluppo a lungo termine, come il Beyond Borders Project, sostenuto dal Ministero della Cultura e da partner internazionali, che ha coinvolto artisti da diversi paesi nella performance Confini. Il tema dei confini ci accompagna da tempo e si è rafforzato durante il lockdown, ma nasce da riflessioni maturate osservando i movimenti collettivi e i cambiamenti globali in atto, resi ancora più evidenti dalle guerre recenti. Viviamo una fase storica segnata da repressioni e rivoluzioni, sintomo di un sistema che mostra profonde crepe. È proprio la reazione che nasce dal basso che ci interessa indagare, come in Desaparecidos#43, azione artistica e politica ispirata alla scomparsa dei 43 studenti in Messico. Dinamiche simili attraversano anche altri contesti, come la questione palestinese. Le persone non accettano più decisioni imposte dall’alto e si organizzano per interferire con il potere. Con il teatro facciamo lo stesso: creiamo spazi condivisi di azione per generare cambiamento.

Beyond Borders Project
E quali sono i temi che state affrontando nei progetti attuali o in fase di costruzione?
Nicola Pianzola: Alcuni temi continuano a risuonare con forza nel tempo, come Luce, una performance tra musica, teatro e videomapping che abbiamo co-prodotto con la Fondazione Rocca dei Bentivoglio a Valsamoggia, a partire dalle parole di Pier Paolo Pasolini. Tra i nuovi progetti in cantiere c’è Fumo scuro nel cielo di Gaza, che nasce dai testi dell’attivista e drammaturgo messicano Ángel Hernández e dalla sua esperienza di lavoro con le ONG in Cisgiordania. Lo abbiamo conosciuto durante PerformAzioni e da lì è nata l’idea di tradurre e sviluppare insieme i suoi testi, avviando un confronto tra Italia e Messico. Il progetto è ancora in fase di preparazione e crescerà nei prossimi mesi. Ci interessa molto la sua scrittura, profondamente poetica nonostante la durezza del tema. È una modalità che riconosciamo anche nel nostro lavoro. Come nel nostro spettacolo Made in Ilva, dove le testimonianze degli operai di Taranto si sono intrecciate con la narrazione e i testi di Luigi Di Ruscio. Il nostro approccio è quello di evitare la scrittura puramente documentaria. Preferiamo attraversare i temi attraverso il livello emotivo e poetico. Per noi la poesia è uno strumento di trasfigurazione. È ciò che permette ai dati e ai fatti di arrivare allo spettatore in modo più profondo e coinvolgente.

Luce
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