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Uncinemetto: l’uncinetto entra in sala al cinema Odeon

18-01-2026

Di Laura Bessega

Venti centimetri di lunghezza per pochi millimetri di diametro che variano a seconda del materiale: acciaio, alluminio, plastica, legno o avorio. Ce n’è per tutti i gusti. Ogni pezzo ha un’estremità uncinata per prendere e direzionare il filo. Una mano precisa e instancabile lo impugna al centro per creare pizzi, merletti, frange, passamanerie. Ora lo so qual è la prima immagine che si manifesta nella vostra testa: una signora anziana seduta sul divano e un televisore acceso su un programma pomeridiano, un ritmo lento e dilatato. Scordatevi tutto tranne il ritmo lento e dilatato.

Oggi l’uncinetto diventa 2.0 e balza alle cronache dopo il Covid come uno degli hobby che piace molto alla generazione z. Questa rinnovata passione, partita dal web e diffusasi in diversi paesi europei, è sbarcata anche a Bologna. Prima nelle case, poi in diversi spazi associativi e mercerie per approdare infine nelle sale cinematografiche. A dire il vero l’idea di unire cinema e attività manuali è nata in Olanda con una formula pensata anche per le persone con Adhd, ricreando per loro ambienti confortevoli con luci soffuse. In Italia, dopo un primo esperimento andato molto bene nel cinema Moretto di Brescia grazie a un’idea della content creator Francesca Panada nota nel web come @frainodi.crochet  (la viralità dell’evento ha dato una mano), la palla passa anche ad altre città. Sotto le Due Torri, il cinema Odeon in via Mascella 3, propone la rassegna Uncinemetto a cura di Ikigai Crochet alias Noemi la Cara, giovane ventinovenne, bibliotecaria, cinefila e naturalmente maestra di uncinetto. Dopo il primo appuntamento di oggi con l’evergreen Harry ti presento Sally, si passa a  un altro film senza tempo come Anastasia di Anatole Litvak con Ingrid Bergman e Yul Brynner il 1 febbraio alle 10.30. A seguire Stregata dalla luna di Norman Jewison, commedia del 1987 con Cher e Nicolas Cage in sala il 15 febbraio, alle 10.30. L’ultimo appuntamento è il 1 marzo con il più recente 10 cose che odio di te di Gil Junger, sempre alle 10.30. Tutti i film sono dei classici e il motivo è semplice: se stai sferruzzando, sei concentrato e non puoi alzare continuamente lo sguardo verso lo schermo perciò è meglio se conosci già la trama. Per lo stesso motivo tutti i film vengono visti doppiati in italiano. Chi partecipa è invitato a portare con sé il proprio materiale di lavoro, ma in sala è allestito anche un piccolo corner dove acquistare attrezzi e filati. Per chi invece si trova alle prime armi, Noemi La Cara si rende disponibile per brevi spiegazioni e consigli pratici. È benvenuto anche chi ricama o lavora a maglia perché l’obiettivo, come spiega, è trasformare un’attività spesso vissuta in solitudine in un momento di condivisione  tra persone con la stessa passione.

Il crochet, come lo chiamano gli inglesi, è una parola che in Italia fa la sua comparsa per la prima volta nel XIX secolo. Nasce come alternativa al pizzo perché più versatile e soprattutto più a buon mercato.

Generazioni di donne si sono tramandate know-how, hanno sperimentato, inventato forme e generi, e ne hanno fatto un must have che non poteva mancare nei propri armadi. L’uncinetto è diventato tradizione.

Poi, durante le guerre si susseguono fasi alterne. Se da un lato, durante la Prima Guerra Mondiale,  il lavoro a maglia e crochet diventa parte dello sforzo bellico sul fronte domestico, e chi sta a casa realizza calzini, cappelli e indumenti caldi per i soldati in trincea, al motto knit for the troops/knit for victory, dall’altro, soprattutto con la Seconda Guerra mondiale,  la mancanza di filati fa perdere terreno all’uncinetto. Le donne entrano negli uffici e non hanno più tempo per i lavori manuali. L’industrializzazione ci mette il suo e un certo artigianato pian piano lascia il passo ai prodotti in serie.

Ma questa fiber craft ritorna in auge negli anni ’60 e ’70. Con la cultura hippie smette di essere un sapere domestico e diventa un gesto di rottura e di ribellione contro l’omologazione, contro un’idea di moda impersonale e di massa, contro una certa logica industriale, sociale e politica in favore di una riappropriazione identitaria. Un filo, un uncino e il tempo necessario a farli dialogare diventano strumenti di libertà. È in questo periodo che nasce il granny square, il quadrato della nonna, una lavorazione che parte da un quadrato centrale e si sviluppa in maniera circolare. In tempi recenti è tornata di moda, anzi di alta moda, per marchi come Missoni, Stella McCarthy e Etre, tra borse firmate e inserti su giacche, diventando chic.

Oggi l’uncinetto è dappertutto, dai prodotti di design alle collezioni di moda, dalle mercerie ai musei, dalle case ai cinema.

Ma soprattutto sul web, dove con l’hashtag CrochetTok ha raggiunto numeri impressionanti.

Oltre a rappresentare un hobby, una forma artistica o un lavoro vero e proprio, oggi l’uncinetto è anche un modo per prendersi del tempo in una società che tempo non ne ha e non ne concede, è un modo di  promuovere slow fashion e sostenibilità, e ha dimostrato di offrire anche benefici concreti per la salute mentale, riducendo i livelli di stress.

La sua azione ripetitiva migliora concentrazione, rilassamento e mette in connessione con il presente.

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