A volte uno schianto non fa rumore. È una caduta senza un atterraggio che continua come un rumore sordo: entra nelle pieghe delle relazioni, nel corpo, nei ricordi, nel modo in cui guardiamo il mondo.
Willie Peyote quello schianto lo osserva mentre accade, ma soprattutto mentre ci resta dentro. In Anatomia di uno schianto prolungato, il suo nuovo album uscito venerdì 15 maggio 2026, non c’è solo il racconto di qualcosa che si rompe: c’è il tentativo di capire cosa succede dopo, quando la frattura smette di essere un’eccezione e diventa una condizione. Dopo la corsa, dopo la disillusione, dopo l’ironia usata come difesa, resta una domanda più scomoda: che cosa facciamo con quello che ci manca, con quello che non controlliamo, con la fatica di fidarci, con il bisogno di stringerci a qualcuno senza sapere se sarà salvezza o naufragio? Undici tracce, e collaborazioni con Brunori SAS, Noemi e Jekesa, in cui tutto sembra andare verso la fine senza mai arrivarci davvero.

Willie-Peyote_foto-di-Matteo-Bosonetto
Lo abbiamo incontrato alla Feltrinelli di Bologna, in occasione dell’uscita dell’album.
Anatomia di uno schianto prolungato parla di quando qualcosa si rompe e diventa una condizione, sia nella società che dentro di noi, soprattutto dopo i 40 anni. In sostanza è la cronaca di una caduta senza un atterraggio. Cosa volevi raccontare questa volta?
In realtà c’è una doppia chiave di lettura. Da una parte c’è il racconto, o comunque la constatazione, di vivere in un’epoca in cui sembra che tutto stia andando verso la fine. Una fine che però non arriva mai davvero. È questa condizione costante: la sensazione che le cose stiano andando verso uno schianto, senza che quello schianto si compia fino in fondo, mentre noi continuiamo comunque a mantenerci, tutto sommato, vivi. Dall’altra parte c’è una lettura più personale, ed è anche per questo che ho scelto la parola “anatomia”. Mi rendo conto che siamo entrati per la prima volta in una stagione della vita che va verso una forma di deperimento anatomico. Lo dico senza lamentarmi, perché vivo benissimo questa condizione, però è un dato oggettivo: superati i 40 anni, in qualche modo, cambia la prospettiva.
Come è stato concepito questo album? Sembra che ci sia una divisione più netta tra i brani che contengono una critica sociale e altri dove è in secondo piano o comunque più sfumata.
Sì, abbiamo cercato di separare un po’ le cose, questo è sicuramente vero. Poi non so se definirei la critica sociale come tale: forse la chiamerei più un’osservazione del mondo intorno. In alcuni pezzi si parla di quello che non mi piace, o che non ci piace, perché comunque questo è un lavoro collettivo anche da quel punto di vista. In altri brani, invece, il racconto della vita passa di più attraverso l’aspetto personale. Per esempio Burrasca: in realtà lì c’è comunque il racconto di un’epoca difficile, di questo mare in burrasca, però viene declinato in maniera un po’ più tenera rispetto a quello che avevamo fatto in passato. Abbiamo cercato di separare meglio gli ingredienti, in modo che fossero più chiari nella loro narrazione.
Hai spesso raccontato il mondo con lucidità e disillusione. In questo disco, però, sembra che il cinismo arretri un po’: il mondo fa paura, ma forse resta ancora la possibilità di stringersi a qualcuno. Penso a Burrasca, ma non solo. Cosa ha spostato il tuo sguardo sulle relazioni?
Sai che non so dirti se ci sia stato un episodio preciso, un avvenimento o un cambiamento reale. Ho ragionato sul fatto che forse il documentario mi abbia permesso di vedermi raccontato attraverso gli occhi di qualcun altro, e magari questo mi ha aiutato a liberare alcuni aspetti che non avevo ancora lasciato uscire, anche per una serie di paletti mentali. In questo album, quindi, forse sono venute fuori parti di me che prima restavano più nascoste. Poi si lega anche al fatto che, crescendo, si apprezzano di più le sfumature. E forse, pensando alle mie nipotine e ai miei nipoti lontani, ho sentito il desiderio di scrivere un pezzo che potesse dire loro qualcosa, che ci siamo gli uni per gli altri, nonostante la distanza. Un brano che provasse a parlare con speranza soprattutto alle nuove generazioni.
Mi arrendo con Brunori SAS è un brano molto forte perchè ci fa vedere qualcosa di scomodo: Ovvero che abbiamo imparato a funzionare nascondendo quasi tutto: nascondiamo le emozioni, non siamo sinceri con noi stessi prima ancora che con gli altri. Ma contiene anche una resa. A cosa ci siamo arresi e perchè è così faticoso ammetterlo?
La resa, che arriva nel finale della canzone, è la necessità degli altri: “dentro sto al buio ma con te accanto splendo, mi arrendo”. La resa è la consapevolezza che nessuno si salva da solo e che abbiamo bisogno degli altri. Il concetto complessivo è che siamo spesso sull’orlo della resa perchè è un tempo difficile per tutti, ma non ci siamo ancora arresi. Il tentativo del brano quindi è motivare ad una reazione. Anche quando sembra che sarebbe meglio nascondersi, in realtà attraverso la vicinanza si può decidere di resistere ancora.
In questo disco si sente più speranza e più fiducia. Ma per ammettere che abbiamo bisogno degli altri, dobbiamo anche imparare a fidarci, degli altri. Verrebbe istintivo fidarsi sempre meno. Come si può invece imparare a fidarsi meglio?
Secondo me bisogna partire dall’accettare che gli altri sono altro da noi. Ci daranno quello che sono in grado di darci, non necessariamente quello che noi vorremmo ricevere o che pretendiamo di ricevere. Solo così si riesce a trovare il bene nel bene che gli altri ci danno. E questo, in fondo, è già un modo per fidarsi. Finché ci aspettiamo di ricevere esattamente ciò che desideriamo, le nostre aspettative possono sempre essere disattese. Se invece lasciamo agli altri la libertà di essere diversi da noi, e impariamo a riconoscere il bene nella forma in cui riescono a darcelo, allora forse diventa più facile anche fidarsi.

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Una delle frasi più potenti del disco secondo me è questa: “quanti vincono alla fine e qual è il premio, se qui corri una vita e dopo finisci in chemio”. Qui dentro c’è una consapevolezza ma anche una domanda molto spietata. Tu dove lo cerchi, oggi, il senso della corsa?
Ecco, c’è anche un’altra parte del brano in cui si dice: “Non so se questa vita è più una maratona o i cento metri, ma è uguale se fatichi a stare in piedi”. Il punto è che io non so nemmeno se mi vada davvero di farla, questa corsa. Però siamo tutti costretti a correre: viviamo in un’epoca che ci chiede risultati costanti, sempre più velocemente, e che ci mette continuamente a confronto con un’idea condivisa di successo e con il successo degli altri. Anche attraverso questa storia dei numeri, dei dati, delle performance. Quindi mi farei proprio quella domanda: siamo sicuri che correre sia davvero l’unica strada? Non dico che dobbiamo tutti fare il Cammino di Santiago, però nemmeno essere costretti per forza a una corsa campestre.
Parlando invece di Preferisco non sapere. Tu, che hai fatto proprio della lucidità una cifra della tua scrittura, che cosa oggi preferisci non sapere? Credi ci protegga davvero?
Talvolta sì. Per fortuna ho mantenuto la curiosità come motore nella vita, però prima avevo di più la pretesa di sapere tutto. Quando avevo un dubbio volevo togliermelo subito, trovare una risposta. Forse, però, ci sono cose nella vita che è meglio lasciare nel dubbio. Non avere la smania di sapere tutto è anche un modo per lasciare andare, per non pretendere di avere sempre delle risposte nel momento in cui le vogliamo noi. Bisognerebbe accettare che, se qualcuno non vuole farci sapere qualcosa, forse non è così importante saperlo a tutti i costi.
In Kodak entri nel territorio dei ricordi. Secondo te, ricordiamo per non dimenticare, o è solo ricordando che possiamo lasciare andare?
I brani si sono scelti i loro protagonisti. Per “mi arrendo” ho pensato che mi sarebbe piaciuto ci fosse Dario, per “Che caldo fa a Testaccio” ho pensato che Noemi fosse perfetta, anche perchè è romana. E per Jekesa uguale. È stato tutto molto naturale.
In questo disco ci sono anche i bar di quartiere. È qualcosa che ci rassicura?
Il bar di quartiere è raccontato in contrasto alla gentrificazione delle nostre città, all’overtourism, al fatto che alcune città diventano delle salumerie o friggitorie per turisti a cielo aperto. Quindi il bar di quartiere è anche una sacca di resistenza, con le sedie di plastica: una vita meno estetica e un pò più vera.
“Come se” parla delle relazioni di oggi. Siamo ancora in grado, secondo te, di amare gli altri per quello che sono?
Non so se, in tutta la storia dell’umanità, l’essere umano sia mai stato davvero in grado di farlo. Oggi forse ancora meno, perché viviamo in un contesto in cui esiste un catalogo per tutto: anche le persone, in qualche modo, le scegliamo scrollando. Questo rende tutto ancora più difficile. È come se facessimo un colloquio di lavoro a ogni persona con cui usciamo. Però credo di sì: se si prova a uscire dalla logica del prodotto e della massimizzazione del profitto anche nelle relazioni, se si riesce a godere anche del fatto che qualcosa potrebbe non essere esattamente come lo vorremmo, allora forse si possono accettare gli altri per quello che sono. Dipende sempre da qual è la pretesa: se pretendiamo che il mondo risponda alle nostre esigenze, allora gli altri, per quello che sono, non ci andranno mai bene.
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