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Dal film Grand Budapest Hotel ad un progetto fotografico. I Durbaan negli scatti di Michela Balboni

11-01-2019

Di Elena Ghini

Dal film Grand Budapest Hotel ad un progetto fotografico. I Durbaan negli scatti di Michela Balboni

Il Lobby Boy esiste davvero e si chiama Durbaan. Michela Balboni, giovane fotografa bolognese, ispirata dal film Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, ha dedicato uno dei suoi ultimi progetti a questa singolare figura esistente nella società indiana.  Non solo India ma anche Giappone, Thailandia, Bali, Kashmir, Ladakh, sono alcuni dei tanti luoghi documentati da Michela.

I suoi scatti sono stati pubblicati su varie testate prestigiose tra cui Vogue e National Geographic. L’abbiamo cercata per un’intervista e ha risposto dalla Thailandia, dove confessa di essere in vacanza ma sempre con l’obiettivo pronto.

Ad ottobre scorso al Mambo, all’interno del format Ex-Periences, hai portato il progetto Durbaan. Di cosa si tratta?

“Il progetto è nato in India, la scorsa primavera. L’idea mi è venuta dopo aver visto il film Grand Budapest Hotel. Ero incuriosita dalla figura del Lobby Boy, e mi sono chiesta se esistesse anche nella realtà, così ho iniziato a fare qualche ricerca e mi sono resa conto che non solo esiste, ma ha anche un nome, Durbaan appunto.

Michela Balboni, Durbaan

L’obiettivo del progetto è di mostrare visivamente, attraverso un ritratto posato, quasi antico nello stile e nella posa, la grande contraddizione della società indiana. Da una parte il lusso, ben rappresentato da questi guardiani, nelle cui vite in realtà c’è ben poco di lussuoso. Dall’altra tutto il resto ben chiuso fuori dal cancello, in lontananza. I Durbaan sono custodi di una realtà a cui non possono accedere e di cui non potranno mai fare parte se non dietro la finzione di una maschera. Sono i simboli di questa contraddizione sociale, rappresentano il modello di un’India anacronistica. Quella splendida India che esiste solo nelle sceneggiature dei film bollywoodiani o nella sontuosa hall di un hotel a cinque stelle.

Il progetto si è poi evoluto ulteriormente, ho stampato le foto lavorandole in bianco e nero, utilizzando toni molto scarichi e tenui, per poi dipingere a mano ogni opera con colori brillanti, oro e argento. Questa idea mi è venuta proprio mentre ero in India, dopo aver trovato una serie di vecchie fotografie, credo di inizio secolo scorso, in cui i dettagli dei vestiti e dei turbanti erano minuziosamente dipinti a mano”.

Sei arrivata sul podio nel contest di Spazi Visivi 2018 con il progetto Merges Identities. Una mostra presentata a Bologna nel giugno scorso da Taldèg. Cos’hai voluto narrare? 

“Ho cercato di iniziare un mio percorso personale, che andasse oltre l’idea della fotografia, e che fosse una commistione tra varie arti visive. In questo caso specifico, ho cercato di creare delle immagini evocative, in bilico tra reale e irreale, tra grafica e fotografia. Credo sia importante uscire dai propri schemi, provare strade nuove… per questo motivo, trovandomi a Tokyo, ho cercato di evolvere l’idea della street photography e di tentare qualcosa di più audace! In queste immagini non esiste più una sola identità, ma vari livelli in cui occhi, volti corpi e gesti si mescolano a dettagli architettonici, edifici, strade, luci al neon, generando un’immagine potente ed evocativa”.

Quali soggetti scegli per i tuoi reportage? 

 “Mi piace tantissimo fotografare le persone, amo i ritratti ambientati. Il soggetto che si integra con uno sfondo, i giochi di colore, i tagli di luce particolari, i contrasti. Di solito non sono io a scegliere il soggetto ma è lui o lei a scegliermi. Capisco subito se mi trovo davanti qualcuno di imperdibile, che devo assolutamente “catturare”. L’ostacolo più grande è sempre l’approccio con le persone, trovare un equilibrio tra il rispetto e il bisogno di scattare”.

Michela Balboni, Merges Identities

Hai unito fotografia ad altre arti

“Si, il mio stile è in divenire. Ho iniziato interessandomi al reportage di viaggio, e scattavo solo ed esclusivamente ritratti. Poi mi sono interessata a sviluppare progetti più artistici, che unissero appunto la fotografia ad altre arti. Ho lavorato sulle doppie esposizioni e su un progetto pittorico che univa disegno e fotografia. Adesso sto cercando di capire su cosa concentrarmi per il prossimo progetto. Una caratteristica che accomuna gran parte del mio lavoro è la ricerca dei colori, in particolare dei contrasti accesi che escono dal buio e dall’ombra”.

Qual è il luogo che ti ha arricchito di più finora?

“A livello umano e personale, ogni viaggio ha il potere di aggiungere un tassello al mio percorso, e di arricchirmi, o di farmi superare ostacoli e preconcetti. Da qui ne deriva di conseguenza una crescita professionale, perchè ogni viaggio è per me l’occasione di scattare in modo diverso, di approcciarmi a soggetti diversi e in ambienti che presentano sempre nuove sfide. Un luogo da cui ho ricevuto tanto in termini sia umani che fotografici è stato il Ladakh, più che altro per la stretta vicinanza che ho potuto avere con le comunità himalayane. Oppure il Giappone, in cui ho potuto approcciarmi in modo completamente nuovo alla street photography”.

Michela Balboni, Merges Identities

Svelaci qualche segreto.

“Tanta pazienza, la voglia di aspettare e aspettare il soggetto e la situazione giusta. E poi la luce, cercare sempre una luce morbida, un taglio particolare, andare alla ricerca della luce è parte fondamentale della buona riuscita di una foto”.

Michela ci riveli tre consigli per i giovani che desiderano intraprendere questo mestiere?

“Cercate sempre di avere ben presente chi siete, studiate, fate tanta esperienza, lavorate per migliorarvi e non sentitevi mai arrivati. Però, una volta deciso che questo è il vostro lavoro, non accettate compromessi e non svendete la vostra arte! È davvero difficile, almeno in Italia, far capire che il nostro è un lavoro serio e impegnativo, che non può fare chiunque per il solo fatto di possedere una macchina fotografica”.

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