«Si dice che nessuno conosca veramente una nazione finché non è stato nelle sue carceri. Una nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini più importanti, ma quelli che stanno più in basso», scriveva Nelson Mandela in Lungo cammino verso la libertà.
Il carcere è un luogo costruito per separare. Eppure, se la pena deve preparare chi la sconta a tornare nella società, quella distanza prima o poi deve essere attraversata. Non soltanto alla fine della detenzione, quando le porte si aprono, ma durante un percorso che restituisca gradualmente relazioni, responsabilità e pezzi di vita comune.

È da questa idea che nasce Uscire per motivi spettacolari, il progetto promosso dalla Camera Penale di Bologna “Franco Bricola” e dal suo Osservatorio Diritti umani, carcere ed altri luoghi di privazione della libertà, insieme ad Alessandro Bergonzoni, Luca Sebastiani e ai principali teatri cittadini, di cui il primo ad aderire al progetto è stato il teatro Duse. Tra i promotori c’è l’avvocato Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio. L’iniziativa mette a disposizione biglietti gratuiti per persone detenute già ammesse a permessi premio e per chi sta scontando la pena attraverso misure alternative. Possono uscire e andare a teatro, accompagnati da familiari o volontari, sedendosi in platea accanto agli altri spettatori.
Un gesto apparentemente normale che, proprio perché normale, assume un valore particolare. Non è il teatro che entra in carcere, è chi vive il carcere che, per qualche ora, torna dentro la città.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Bergonzoni, che da anni attraversa con il suo lavoro artistico il confine tra il dentro e il fuori, interrogandosi sul significato della pena, sulla possibilità del cambiamento e sul ruolo che arte e cultura possono avere nel riavvicinare due mondi che troppo spesso smettono perfino di guardarsi.
Se la pena cura una ferita nella società, che cosa cura il detenuto?
La pena cura una ferita nella società e sicuramente noi dimentichiamo sempre le vittime, che sono una ferita eterna, il più delle volte, che non si riesce a curare.
Quello che io mi domando e dico è: per quale motivo, siccome non si può tornare indietro da ciò che è stato fatto, io devo o buttare la chiave o non pensare assolutamente di fargli fare una vita che possa essere anche riabilitativa?
Luigi Manconi scrive in un testo sull’inutilità del carcere che uscirà per Garzanti: “non speriate, non crediate che quelli che rappresento io o cui sono vicino politicamente né leggano né siano interessati a questo tema”.
Questo è il grande problema. Perché non porta voti. Ma prendersi cura dei detenuti significa anche intervenire su una ferita antropologica, sociale e spirituale che riguarda tutta la società.
E non arrivo a dire — ormai è retorica pura, ma vera — che le carceri sono lo specchio della società. Il problema è che quello specchio preferiamo romperlo, pur di non riconoscerci nell’immagine che ci restituisce.

Quanto è importante per la società che le carceri funzionino davvero in modo rieducativo?
È fondamentale per un motivo monetario, quindi economico e di risparmio. È scritto nel libro di Manconi e insisto a sottolinearlo. Risparmiare, far lavorare, occupare, riordinare da un punto di vista legislativo il fattore torturante. E non parlo solo di tortura come cicche spente, loculi dove chiudere i detenuti o assalti di una polizia carceraria che, per fortuna, non è tutta così, anzi.
È fondamentale che il cittadino si renda conto che, quando le persone escono annerite, avvelenate, doppiamente arrabbiate, sono un problema quintuplo per tutti, per noi e per loro stessi.
E poi esistono dei familiari, esistono dei figli. Lo so, qualcuno mi dice: “E i familiari e i figli delle vittime?”. D’accordissimo. Noi vogliamo non farne più, di vittime. Vogliamo cercare di insegnare, insegnarci e imparare.
C’è il tema del perdono, il tema della non vendetta, il tema della giustizia, che non è la legge, perché la legge è importante, ma anche la giustizia è importante.
E poi, devo dire, certe volte basterebbe così poco per distrarre delle cifre, spostare una parte delle risorse — faccio un esempio — dalle armi e metterle dentro un contenitore, bruttissima parola, una casa, un luogo che potrebbe diventare altro. E noi ci proviamo con la Camera Penale, con varie iniziative, come quella che abbiamo fatto con Paolo Fresu.
Far sì che ci sia un’anormalità che diventi talmente bella da diventare normale.
C’è anche il tema dell’accoglienza. Mi viene in mente un parallelismo con l’immigrazione: quanto dice di una società il modo in cui riesce ad accogliere e accompagnare chi vive ai margini, che siano detenuti o persone migranti?
L’accoglienza, l’accompagnamento al dentro e poi l’accompagnamento al fuori. Perché il vero problema è: troveranno casa? Troveranno lavoro?
Ci sono tante associazioni che stanno lavorando in questa direzione. Se ci si mettesse d’accordo da un punto di vista politico… Anche la politica, che potrebbe sembrare la più sensibile, non lo fa. Perché non lo fa. Perché è un tema divisivo. Ripeto, non porta voti.
Quindi non c’è nessun interesse, soprattutto in questo momento storico di guerre. La gente dice:”io ho altri problemi a cui pensare”; di mancanza di denaro e la gente dice: “Io ho altri problemi a cui pensare”; di carovita e tu dici: “Devo pensare a loro?”.
A parte che doveva essere fatto precedentemente, molto tempo fa, ma questo oggi avviene solo col volontariato. E ce n’è tanto e ce n’è di importante. L’unico partito, forse, sono stati i Radicali, che sono riusciti a travalicare questo muro. Io credo che anche gli artisti, i cantanti, i poeti, gli scrittori, i letterati possano dare una sensibilizzazione alta in questo senso.
E non entro nel merito delle meravigliose cose che David Lynch ha fatto in America con la meditazione, anche nelle carceri, per ridurre lo stress e i livelli di violenza. Persino nelle carceri peggiori, quelle del braccio della morte, dei ‘dead man walking’, degli uomini che camminano verso il patibolo.
Ci sono mille possibilità di aggiornare un tipo, non dico di felicità, perché già la gente si imbizzarrisce al concetto di felicità, ma di benessere comune, che ci torna indietro come uno specchio. Oltre che del bene. Il bene dopo aver fatto il male e dopo averlo pagato.
Che valore ha per te l’arte oggi e quanto può ancora incidere sulla società?
Qualcuno ha detto che non esiste l’arte sociale.
Ho fatto degli incontri ad ART CITY, un anno e mezzo fa. Avevo portato Il Tavolo delle Trattative. Ho invitato degli artisti a parlarne. C’è stato anche qualcuno che ha detto: “Io non faccio arte sociale. L’arte non può essere sociale, deve essere libera, anarchica, assoluta”.
E a me interessa tutto questo. Non c’è niente che contraddistingua l’arte in questo senso.
Però l’artista può esporsi come opera d’arte, l’artista può tradursi, l’artista può diventare anche arte per, non dico tramandarla, ma per farla passare anche sotto i portoni di un carcere o attraverso le sbarre di un carcere.
Ci abbiamo provato con la musica, per esempio. Ci proveremo coi suoni dei bambini negli asili. Vorremmo portare delle performance umane, non così complesse, ma difficili da introdurre in carcere. Ci sono i problemi dei permessi.
L’arte, in effetti, è libera. L’arte deve essere libera. E come fa una delle più grosse potenze energetiche al mondo, che è l’arte libera, a non interessarsi delle persone che la libertà non l’avranno forse mai più?
Come si può chiedere a una persona di prepararsi a tornare nella società mentre la si tiene per anni completamente separata dalla società?
Gli si chiede un miracolo.
I miracoli non esistono: si fanno.
C’è un libro che si chiama Rebibbia, che è la Bibbia di tutti i carcerati, che ho inventato io, ma mi piacerebbe che esistesse davvero, dove parlano dei miracoli che loro fanno per non suicidarsi, per non farsi del male, per resistere venti o trent’anni.
È impossibile chiederlo. Deve essere quasi un dono che il detenuto fa a sé stesso e anche a noi. Pensa, siamo arrivati al punto che è lui a doverci regalare la possibilità di dimostrarci che può tornare nella società.
Se noi fornissimo mezzi, strumenti legislativi, pratici, architettonici, d’arredo, fino a quelli alimentari, allora a quel punto lui ci potrebbe dimostrare che chi credeva che dovesse starsene dentro, buttando la chiave, si renderebbe conto che non bisogna buttare solo la chiave, ma anche la porta, il muro e il tetto.
Il carcere entra da anni nel tuo lavoro. Che cosa hai portato tu lì dentro e che cosa ti sei portato fuori?
Per me l’arte è anche immedesimazione. Non è più solo empatia o solidarietà: è diventare l’altro.
Ho visto, non sempre per fortuna, condizioni disumane, quasi da zoo. E ho capito sulla mia pelle che non posso più limitarmi a guardare quando succede una rivolta in carcere, quando arriva il Covid, quando ci sono cinquanta gradi senza ventilatori o quando fa freddo.
Non posso più aspettare.
Io ho dovuto, e questo è stato il regalo che ho ricevuto, andare a vedere quei muri, quelle persone, a sentire quelle mani. A stringerle. A guardare.
Non è retorica romantica, tutt’altro. Non c’è niente di retorico e romantico dentro un carcere se il carcerato tale non lo fa diventare.
Quindi cosa posso aver dato? Un filo? Non un ponte, perché il ponte è troppo grande, non ne sono capace. Ma un filo di collegamento tra il dentro e il fuori. Perché chi è fuori è dentro e chi è dentro è fuori.
E i detenuti a te cos’hanno dato?
Come ti ho detto, mi hanno dato l’idea della pazienza, della resistenza umana, della non vendetta, a loro volta, contro un’istituzione, quella carceraria, che spesso, per motivi di tempi, di avvocati, di leggi, di processi, fa stare dentro persone principalmente malate, psichiatricamente, clinicamente, oppure povere.
Queste persone hanno una pazienza illimitata, perché quello non è il loro luogo.
Il carcere nasce per separare, mentre il teatro unisce. In questo progetto detenuti e cittadini tornano a sedersi nella stessa platea. Quanto è importante, per rieducare davvero, smettere per qualche ora di vedere una persona soltanto attraverso la sua colpa?
È simbolico, Uscire per motivi spettacolari. È simbolico, Viaggio nello spazio (in presenza di gravità). Ma è quel simbolo che fa, come hai detto tu, diventare importante la possibilità di mettersi gomito a gomito, di mettersi nella stessa poltrona, di mettersi a vedere la stessa felicità del teatro.
Applaudire quasi uno con la mano dell’altro, come mi piace fare quando sono in teatro. Invito le persone a applaudire non solo con le proprie mani, ma anche gli uni con quelle degli altri.
Quell’essere insieme non separa più. È simbolico. Ma se diventa abitudine, diventa realtà. E se diventa realtà, diventa beltà.
Io amo le parole con gli accetti.
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