Ci vediamo in un bar di Bologna a metà pomeriggio, quando la città è ancora in modalità giorno ma già si intuisce che, da qualche parte, la notte sta montando. Micaela Zanni arriva puntuale, vestita bene ma senza sembrare in tiro, come se lo stile fosse una conseguenza naturale del carattere e non un esercizio di immagine. Ha gli occhi felini, uno sguardo che sembra fatto apposta per attraversare il fumo e l’oscurità. I capelli castano rossicci incorniciano un volto che non chiede permesso, ma non invade. Ti fa capire subito di sapere bene di che cosa stiamo per parlare. Sa che il Kinki non è stato un locale, è stato un’istituzione, nel senso meno celebrativo della parola. Un posto che ha avuto le sue regole, linguaggi, riti e miti. Ed è diventato il laboratorio in cui, negli anni ’80, ha preso forma la club culture italiana. E Micaela, che lo ha diretto per un trentennio, in qualche modo è parte di quella grammatica. Non vuole rivendicare un trono, ma sa che ha maneggiato la materia viva di un’epoca. E certe epoche non le racconti se non le hai vissute da dentro.

Ed è proprio da qui che nasce KINKI – The Secrets of the Dancefloor, il docufilm in uscita il 7 marzo su Amazon Prime, diretto da Lorenzo Miglioli, prodotto da Fabrizio Zanni per RCO Europe Srl e distribuito da Minerva Pictures.
L’uscita sarà accompagnata da una serie di eventi: la prima è prevista il 5 marzo al cinema Space di Bologna e il party set di lancio il 6 marzo al Matis, oltre a proiezioni speciali e tappe in festival italiani ed europei.

Elemento centrale del film è la colonna sonora originale firmata da Luca Trevisi, storico DJ resident del Kinki e figura chiave nella definizione del suo suono house e deep. La soundtrack uscirà in digitale su Spotify, distribuita da IRMA Records, etichetta bolognese che dagli anni ’90 che rappresenta un riferimento nella ricerca musicale internazionale. Il documentario arriva al pubblico non solo come operazione di memoria, ma come riattivazione di un immaginario. Perché il Kinki non è stato soltanto il club più proibito d’Italia e l’intervista con Micaela non è soltanto nostalgia da cartolina. Anzi, la prima cosa che fa è smontare l’idea stessa di raccontare tutto. Troppo grande la storia, troppo facile trasformarla in un riassunto. Quello che fa l’iconica titolare del club è ripercorrere un momento preciso e spiegare perché, oggi, non sarebbe più possibile un locale così. Eccessivo, esagerato, ma anche anticonformista, indifferente al consenso e insofferente alle convenzioni. E inclusivo prima che l’inclusione diventasse uno slogan.

Perché un documentario sul Kinki oggi?
In realtà io il documentario non lo volevo fare. Per tre mesi ho detto di no. Raccontare quarant’anni di storia in un film mi sembrava impossibile. Il Kinky non è riassumibile, pensavo.
Poi ha cambiato idea.
Il produttore ha insistito molto e ho deciso di raccontarne la genesi. Non tutto. Solo il momento in cui nasce un movimento in Italia e il Kinky ne diventa protagonista. Dal 1985 inizia a essere un locale house e gay friendly. E quella parte lì quasi nessuno la conosce. Quando si parla di club culture si citano soprattutto gli anni ’90. Gli anni ’80 sono rimasti nell’ombra. E invece sono successe davvero un sacco di cose…

Il club più proibito d’Italia. Era davvero così proibito o era semplicemente troppo avanti per essere compreso?
Era proibito perché era sconosciuto. Non perché fosse chiuso. Era un ambiente che si autoselezionava. Se capivi quel linguaggio, entravi. Se non lo capivi, restava fuori. Il Kinki funzionava come i club internazionali: ambienti protetti, dove persone simili si riconoscevano e allo stesso tempo accoglievano chi lo scopriva davvero. Ed era un ambiente meraviglioso.
Il film racconta il Kinki come un laboratorio creativo senza precedenti. In che cosa era diverso dagli altri locali?
Negli anni ’80 il Kinki è stato il primo. Più tardi arriveranno altri locali, altri format, altri pubblici.
Negli anni ’90 il modello si replica: altri locali, ma stesso tipo di pubblico e stesse dinamiche. Molti clienti diventano staff in altri club. Ma il Kinki rimane un unicum perché è stato l’origine.
Che cosa ha rappresentato il Kinki per Bologna? Era uno specchio della città o un luogo che la spingeva oltre? E Bologna per il Kinki?
È stata la combinazione perfetta. In quegli anni Bologna era incredibile. Era una città super americana: aveva due squadre di football, ma c’era anche il basket, il baseball, il softball. E poi c’erano negozi come Protect e VP che importavano prodotti americani che qui non si trovavano. Il DAMS formava personalità destinate a lasciare il segno. Era una città attraversata dalla musica. Il Kinki è stato il fulcro di quella città. Poi non si è più replicata. Già negli anni ’90 qualcosa era già cambiato: la musica, la gente, l’energia. È stato un incontro felice in un periodo bellissimo.

Essere uno dei primi club gay commerciali in Italia significava esporsi. Quanto eravate consapevoli di questa scelta?
Quando apre nel ’75 è il primo locale gay commerciale d’Italia. Esistevano altri ritrovi, ma erano nascosti. Il Kinki è il primo che apre al pubblico, però per gay. Solo uomini. Niente trans, niente lesbiche. Fino all’85 è stato così. Se entrava una persona trans, per due settimane alcuni clienti non venivano più. I trans sono sempre stati quelli che hanno sofferto di più, emarginati anche dentro la comunità. La vera energia arriva quando il Kinki si apre e le persone si mescolano.
Il documentario affronta l’arrivo dell’AIDS. Quanto ha cambiato il Kinki?
Non ha cambiato solo il Kinki. Ha cambiato il modo di vivere.
Gli anni ’80 erano libertà assoluta. Non si dormiva mai, si facevano mille cose. A un certo punto arriva l’AIDS: ha cambiato tutto. In Italia si sapeva già cosa era successo in America. Ma viverlo è un’altra cosa. Sono stati anni terribili. Moltissimi ragazzi che venivano al Kinki non si sono più visti. È sparita una generazione intera. Oltre alla malattia, lo stigma. Il Kinki è diventato un rifugio. Abbiamo fatto molte raccolte fondi, distribuivamo preservativi. Eravamo un’impresa privata, sì. Ma abbiamo fatto un lavoro sociale.
Siete stati una culla della house music in Italia. Vi rendevate conto che stavate intercettando qualcosa di storico?
Storico? No. Vivevamo sotto una pioggia continua di novità. Moda, musica, estetica: era tutto nuovo. Tutto veloce. Ci sembrava normale. Solo dopo abbiamo capito cosa avevamo intercettato.

Nel documentario il Kinki viene definito “brutto, sporco e cattivo”. È una definizione che vi appartiene?
Sì, l’ho detto io. Il Kinki era estremo. Buio, fumo, calca, musica fortissima, corpi sudati che si toccavano. Non tutti potevano andarci.
O lo amavi o lo odiavi.
Però era anche molto curato, con allestimenti spesso costosissimi, fatti da architetti importanti. Ma restava sempre una cantina. E proprio lì era il suo fascino.
Se riaprisse oggi funzionerebbe?
No. Oggi non c’è quella libertà mentale. C’è troppa morale, troppo conformismo.
Oggi si parla molto di inclusione. Il Kinki non la dichiarava, la praticava.
Noi non avevamo morale calata dall’alto.
La selezione oggi sarebbe criticata, giudicata come non inclusiva. Ma era ciò che permetteva di creare un ambiente protetto per chi voleva davvero esserci. Non giudicavamo mai per colore della pelle, soldi, orientamento. Se una cosa non ti piaceva, te ne andavi. Senza polemiche. Credo che oggi questo manchi.

Il Kinki era più erotico, politico o rivoluzionario?
Politico no. L’ambiente club non è mai stato politico.
Erotico sicuramente. E forse rivoluzionario. Perché siamo riusciti a convivere come esseri umani, non come categorie.
Cosa speri che un ventenne provi guardando il documentario?
Che capisca che è esistito un mondo libero e creativo. Che sappia da dove veniamo. Io penso che i giovani di oggi stiano vivendo anni un po’ tristi. Sapere da dove vieni ti aiuta a capire dove puoi andare. Non per replicarlo. Per non dimenticarlo.

Se il Kinki potesse parlare, quale segreto non dovrebbe raccontare?
Che le droghe, se le prendi con la testa e con le dovute precauzioni, non sono così male.
Scoppiamo a ridere. È una battuta, ma non del tutto.
Qual è la cosa più falsa che è stata raccontata sul Kinki?
Sono state dette tante cose false. Non riesco a sceglierne una, ma ti posso dire che la gente partiva sempre da una realtà manipolata. Probabilmente perché cercava di spiegare qualcosa che non riusciva a capire.
Quando hai capito che il Kinki non era solo un locale?
Dopo il 2000. Mentre lo vivevano sembrava normale. Era una continua avanguardia, un decennio dopo l’altro, sempre più avanti. Quando il mondo ha rallentato, lì abbiamo capito la potenza di quello che avevamo vissuto.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, e vi è venuta la curiosità di scoprire qualche aneddoto del Kinki, potete cliccare i seguenti articoli della nostra rubrica “Figli delle stelle”, scritta da Micaela Zanni:
“Figli delle Stelle”, un viaggio dagli anni ’80 a 2000. Quando il Kinki arrivò a Domenica In
“Figli delle Stelle”. La storia del Kinki, da Jimi Hendrix a Jackson Browne
“Figli delle Stelle”. La selezione al Kinki: un rito che ha fatto la storia del club
“Figli delle stelle”. Senza Bologna, il Kinki non sarebbe stato il Kinki
Condividi questo articolo


