Come possiamo imparare a guardare ciò che crediamo di conoscere?
Siamo abituati a pensare al paesaggio come a qualcosa di stabile, uno scenario familiare che accompagna la nostra esistenza e al quale affidiamo una parte della nostra identità. Eppure il paesaggio non è mai immobile. Cambia insieme alle persone che lo abitano, alle attività che lo trasformano, alle culture che si incontrano e si sovrappongono. È una costruzione collettiva, il risultato di relazioni che si modificano nel tempo, dove natura e presenza umana si intrecciano continuamente. Conserva le tracce del passato, ma racconta anche le contraddizioni del presente e le possibilità del futuro.

Foto di Marta Scagliusi
Da queste riflessioni prende forma OLTRE/, il progetto del Collettivo Foto/Territorio che ha portato quattordici giovani a confrontarsi con il paesaggio dell’Appennino bolognese attraverso un workshop di ricerca, sotto la guida dei fotografi Marina Caneve, Luca Capuano e Alessandro Imbriaco.
I lavori realizzati sono raccolti in una mostra all’Ex Cartiera di Lama di Reno, a Marzabotto, visitabile fino al 1° novembre.
Il progetto prosegue sabato 31 ottobre, dalle 9.30 alle 13, a Serra Madre, negli spazi delle Serre dei Giardini Margherita di Bologna, con un incontro pubblico dedicato al ruolo della fotografia nei processi di conoscenza, partecipazione e costruzione della memoria collettiva.
Ne abbiamo parlato con Pierluigi Molteni, architetto e presidente del Collettivo Foto/Territorio, per approfondire il significato di OLTRE/ e riflettere sul rapporto tra fotografia, architettura e paesaggio contemporaneo.
Come nasce OLTRE/? Qual è stata l’intuizione iniziale da cui ha preso forma il progetto?
Tutto parte da una passione per la fotografia come forma di espressione artistica e da una constatazione. A Bologna si svolgono manifestazioni fotografiche importanti, ma raramente riescono a coinvolgere la comunità e il territorio al punto da lasciare un patrimonio di competenze condiviso.
Nel 2024 abbiamo organizzato due giornate di incontri a Serra Madre, coinvolgendo il MAMbo, che aveva avviato esperienze di residenza artistica nei paesi dell’Appennino. È stato una sorta di esperimento. Oggi abbiamo sviluppato un progetto articolato in tre momenti. Un workshop che mette fotografi e comunità in dialogo, una mostra che restituisce il lavoro al territorio e un incontro pubblico per confrontarci con esperienze simili.
Ma c’è anche un aneddoto personale. Io e Alessandro Zanini, amico e membro del collettivo, siamo entrambi appassionati di fotografia e grandi camminatori. Durante una delle nostre escursioni sull’Appennino ci siamo ritrovati a parlare di Viaggio in Italia, il celebre progetto fotografico di Luigi Ghirri e del suo gruppo.
Ci siamo chiesti se oggi sarebbe stato possibile realizzare un’operazione del genere, quale senso avrebbe avuto e come avremmo dovuto ripensarla. Credo che OLTRE/ abbia cominciato a prendere forma proprio da qui.
Luigi Ghirri ha profondamente cambiato il modo di rappresentare il paesaggio italiano. Quanto ha influito quell’eredità nella costruzione di OLTRE/?
Ghirri è stato il padre di un modo diverso di osservare il paesaggio. Il lavoro suo e di quel gruppo di fotografi ha rappresentato un’avanguardia, insegnando alle generazioni successive a guardare il territorio con occhi nuovi.
Oggi credo che la sfida sia fare un passo ulteriore. Non limitarsi a produrre una nuova rappresentazione del paesaggio, ma riuscire a trasmettere questa capacità di osservazione alle persone che lo abitano, affinché diventi un’esperienza quotidiana e una consapevolezza collettiva e condivisa.

Foto di Paolo Barti
Dietro la nascita di un progetto c’è spesso una necessità, qualcosa che si avverte come mancante o che si sente il bisogno di raccontare. Qual è stata, se c’è stata, l’esigenza da cui è nato OLTRE/?
Direi che le esigenze sono principalmente due.
La prima riguarda la fotografia stessa. La macchina fotografica, e oggi anche lo smartphone, rappresenta uno degli strumenti potenzialmente più democratici di espressione artistica. Scattiamo milioni di immagini ogni giorno, ma spesso senza avere una reale consapevolezza di ciò che stiamo guardando e del significato delle fotografie che produciamo.
La fotografia, quando viene utilizzata consapevolmente, ci induce invece a stare in un luogo e in un tempo. Fotografare significa riconoscere qualcosa, fermarsi, scegliere di fissarlo in un’immagine. Ma significa anche dedicare del tempo a comprendere perché quella fotografia sia stata realizzata.
La seconda esigenza riguarda il modo in cui viviamo i territori. Le trasformazioni avvengono sempre più rapidamente e spesso le subiamo senza rendercene conto. Crediamo di conoscere profondamente i luoghi in cui viviamo, ma in realtà la nostra conoscenza può essere piuttosto superficiale, limitata allo spazio ristretto che attraversiamo quotidianamente, intorno alla casa o al lavoro.
Eppure ci sono aspetti di un territorio che ci attraggono, che ci fanno scegliere di restare oppure di partire.
Perché avete scelto proprio la fotografia come linguaggio attraverso cui sviluppare questa ricerca?
Perché ha una capacità di condivisione molto immediata. Attraverso un’immagine possiamo esprimere sensazioni, esperienze e punti di vista che talvolta è più difficile comunicare attraverso le parole.
Viviamo in una società sempre più legata alle immagini, nella quale mi sembra che si stia progressivamente perdendo anche una certa familiarità con il linguaggio scritto e con la comprensione dei testi. La fotografia, invece, mantiene una soglia di accesso molto bassa. Chiunque si sente potenzialmente capace di scattare una fotografia e di interpretarla.
Quello che ci interessa però non è produrre cartoline o fare documentazione del territorio. Noi in questo territorio vogliamo entrarci dentro attraverso una ricerca artistica.
Nella mostra questo aspetto emerge anche dai testi con cui gli autori accompagnano i propri lavori. Si crea così un doppio registro tra il mondo interiore dell’autore e un’immagine che sembra raccontare qualcosa che già conosciamo.
La fotografia nasce anche come strumento di documentazione, ma il confine tra documentare la realtà e indagarla è sempre sottile. Fotografare può significare innescare relazioni, cambiare prospettiva, portare alla luce aspetti che spesso restano in ombra. Cosa può rivelare di nuovo la fotografia di un paesaggio che pensiamo di conoscere già?
Un paesaggio, anche quando ci appare immutabile, può essere raccontato attraverso un’infinità di ottiche differenti. Uso volutamente la parola ottiche sia nel senso degli obiettivi fotografici sia in quello dei punti di vista.
Ricordo di aver letto una riflessione secondo cui, nelle macchine reflex, lo specchio si solleva per permetterci di guardare attraverso l’obiettivo, verso l’esterno, ma in qualche modo quello stesso specchio ci rimanda anche un’immagine di noi stessi. Ogni fotografia è inevitabilmente un riflesso del vissuto di chi la scatta.
Questo significa che uno stesso paesaggio può avere mille interpretazioni differenti. È proprio da questa molteplicità di sguardi che nasce l’idea di un occhio collettivo verso il quale ci piacerebbe tendere. Il paesaggio, inoltre, non smette mai di offrirci nuove possibilità di lettura, sia perché si trasforma continuamente sia perché cambia il nostro rapporto culturale con esso.
Pensiamo, per esempio, a come si è modificata nel tempo la nostra idea di natura. Nell’Ottocento poteva essere percepita come una forza ostile, poi è diventata oggetto di esplorazione, successivamente una risorsa da sfruttare. Oggi ci ritroviamo a riconoscerci parte di essa, preoccupati per la sua fragilità e per il rischio di comprometterne gli equilibri. La nostra percezione dei luoghi è sempre una costruzione culturale.
Ti faccio un esempio molto semplice. L’altro giorno dovevo andare a Marzabotto per un incontro e mi sono fermato a mangiare qualcosa al bar della stazione. Mi ha servito una signora indiana che parlava pochissimo italiano, mentre suo marito mi preparava una pizza. Nel frattempo entravano e uscivano gli abitanti del paese, persone che evidentemente conoscevano bene i gestori. Mi sono fermato a pensare a quanto sarebbe interessante osservare Marzabotto attraverso gli occhi di quella donna. Quale paesaggio vede? Quali luoghi riconosce come propri? Quali relazioni e significati attribuisce a un territorio che altri pensano di conoscere da sempre?

Foto di Simona Murrone
Perché avete scelto Marzabotto e l’Appennino bolognese come luogo di ricerca? Cosa vi interessava indagare di questo territorio?
Inizialmente il progetto era molto più ambizioso. Avevamo immaginato di utilizzare l’intera Città metropolitana di Bologna come osservatorio di un territorio complesso, dalla pianura alla montagna, dai centri urbani più sviluppati a quelli maggiormente legati al turismo. L’idea era realizzare tre workshop distinti.
Quando abbiamo deciso di semplificare il progetto, ci siamo concentrati sull’Appennino. Innanzitutto perché è un territorio a cui io e Alessandro Zanini siamo molto legati. Lo percorriamo spesso a piedi sviluppando un rapporto di grande familiarità e affezione.
Ma ci interessava anche perché è un territorio in profonda trasformazione. Stanno emergendo molte realtà culturali e associative, spesso animate da giovani, che propongono nuovi modi di vivere e interpretare questi luoghi. Penso, per esempio, a Boschilla, la scuola di ecologia politica oppure alla stessa Ex Cartiera di Lama di Reno, un tempo edificio industriale, che oggi ambisce a diventare un punto di riferimento culturale. È un luogo che va oltre ciò per cui era nato. Sotto una superficie che potrebbe apparire immobile, l’Appennino è in realtà un territorio molto vivace.
Il progetto prevede anche un dialogo con gli abitanti e le realtà locali. Quanto è importante, in un lavoro di questo tipo, passare dall’osservazione alla relazione con le persone? E quali incontri o esperienze sono nati concretamente durante il workshop?
È un aspetto fondamentale. Molti degli autori coinvolti hanno sviluppato lavori che nascono proprio dall’incontro con le persone e con la memoria dei luoghi.
Per esempio, Marina Caneve, una delle fotografe che hanno guidato il workshop, ha scoperto un legame personale con la cartiera. Suo padre vi aveva lavorato e questa scoperta l’ha portata a sviluppare una ricerca legata all’edificio.
Marta Scagliusi, invece, ha lavorato sugli elementi naturali del territorio, in particolare sul fiume e sulla tradizione della lavorazione della pietra. È entrata in relazione con uno scalpellino locale che le ha insegnato a scolpirne una che poi diventata parte integrante del suo lavoro fotografico.
Il 31 ottobre OLTRE/ si sposta a Bologna, a Serra Madre, per un incontro che mette in dialogo esperienze diverse legate alla fotografia, alla memoria e al territorio. Come avete immaginato questo momento di confronto? Quali temi affronterete e cosa vi interessa far emergere?
Abbiamo invitato realtà che, attraverso percorsi differenti, utilizzano la fotografia come strumento di condivisione, partecipazione e coinvolgimento delle comunità.
Francesco Colombelli, di Kublaiklan, porterà l’esperienza di progetti fotografici partecipativi realizzati con alcune comunità di Torino. È un lavoro che ci interessa perché utilizza un linguaggio artistico per creare relazioni e occasioni di confronto.
C’è una questione che mi sta particolarmente a cuore. Come possono linguaggi artistici spesso complessi diventare accessibili anche a chi non appartiene al mondo dell’arte? Pur essendo molto interessato a questi linguaggi, avverto il rischio che certe esperienze finiscano per diventare autoreferenziali. Credo che l’arte abbia senso quando riesce a essere comprensibile, a coinvolgere le persone e, in qualche modo, a cambiare qualcosa. È una delle ambizioni che abbiamo per OLTRE/. Vogliamo essere trasformativi.
Alessandro Imbriaco presenterà invece un laboratorio che conduce da alcuni anni ad Atena Lucana, dove insegna le tecniche di archiviazione digitale ai giovani creando un’occasione per riportare la fotografia al centro della memoria del paese.
Abbiamo poi invitato i rappresentanti di GU.PHO., il festival di fotografia vernacolare che si svolge a Guiglia, in provincia di Modena. Lavorano sugli archivi fotografici familiari, recuperando immagini private spesso dimenticate e reinterpretandole attraverso nuovi linguaggi artistici, affrontando il tema del rapporto tra comunità e memoria.
Ci interessa anche riflettere sul significato stesso di un festival fotografico. Credo che non debba limitarsi a promuovere turisticamente un luogo, ma possa diventare un’occasione di confronto capace di lasciare qualcosa alla comunità che lo ospita.
OLTRE/ potrebbe quindi diventare un appuntamento stabile? Qual è la vostra ambizione per il futuro del progetto?
Il nostro sogno è fare di OLTRE/ un festival ricorrente, riconoscibile per la sua attenzione al territorio.
Esistono molti festival fotografici importanti, alcuni dei quali cambiano tema ogni anno, mentre altri si concentrano prevalentemente sulla presentazione delle ricerche degli artisti.
Noi abbiamo capito che ciò che ci interessa non è soltanto il prodotto finale, cioè la mostra fotografica, ma quello che avviene prima e dopo. È su questo che vorremmo costruire l’identità futura di OLTRE/.

Foto di Marta Scagliusi
L’architettura interviene sullo spazio e lo trasforma, mentre la fotografia lo osserva, lo interpreta e ne restituisce una rappresentazione. Sono due linguaggi differenti, ma entrambi contribuiscono a costruire il nostro modo di percepire il paesaggio. Quanto ha influito il tuo sguardo di architetto nella concezione di OLTRE/?
Tantissimo. Architettura e fotografia hanno per me un rapporto molto stretto.
L’architettura dovrebbe essere vissuta attraverso tutti i sensi. Per comprenderla pienamente bisognerebbe attraversare gli spazi, entrarci, percepirne le dimensioni e le atmosfere. Ci sono aspetti che una fotografia non potrà mai restituire completamente. Eppure è proprio attraverso la fotografia che conosciamo e comunichiamo l’architettura. Studiamo i progetti attraverso le immagini e utilizziamo le fotografie per mostrare il nostro lavoro.
Per me, però, la fotografia è importante anche durante il processo progettuale. Quando un architetto interviene in un luogo, deve comprenderne il contesto e immaginare come ciò che realizzerà verrà percepito dalle persone. La fotografia aiuta a mettere a fuoco il futuro percepito di un’opera.
Ti racconto un esperimento che ho fatto tempo fa. Avevo progettato una villa all’estero e ho chiesto a un fotografo che conoscevo bene di realizzare un servizio fotografico senza che io fossi presente. Volevo capire quali aspetti del mio lavoro avrebbe considerato interessanti. In seguito abbiamo organizzato una mostra. Una terza persona ha curato l’allestimento senza aver mai visitato personalmente la villa. Si è creata una sorta di triangolazione tra tre sguardi differenti. Trovo affascinante questa possibilità di rileggere uno stesso luogo attraverso percezioni differenti. Credo che proprio qui si trovi anche il collegamento con OLTRE/. Sia nell’architettura sia nella fotografia esiste un momento in cui è necessario stare dentro il territorio e la comunità.
Il paesaggio contemporaneo sta attraversando trasformazioni profonde. Se nelle città assistiamo all’espansione urbana e alla ridefinizione degli spazi, nei territori rurali e montani si intrecciano spopolamento, abbandono delle attività tradizionali, cambiamenti climatici e nuove forme di utilizzo del territorio. Come sta cambiando, secondo te, il nostro rapporto con il paesaggio?
Credo che si debba partire da una considerazione. Il paesaggio è una costruzione culturale.
In passato le trasformazioni culturali avvenivano nell’arco di secoli, o comunque di decenni. Oggi assistiamo invece a cambiamenti sempre più rapidi, mentre il paesaggio ha tempi differenti. Questa accelerazione rende le trasformazioni territoriali particolarmente traumatiche, perché cambia rapidamente anche il modo in cui percepiamo e interpretiamo i luoghi.
Non è un caso che oggi si tenda spesso a romanticizzare i paesi, trasformandoli nell’immagine rassicurante dei borghi. È un po’ come cercare una coperta di Linus. Quando il paesaggio cambia vorticosamente e diventa sempre meno riconoscibile, sentiamo il bisogno di trovare delle certezze e andiamo a cercarle nel passato.
Non interpreto però questo fenomeno necessariamente in termini negativi. È la conseguenza di una trasformazione culturale più ampia.
Da una parte esiste una visione che considera il territorio essenzialmente come uno spazio da utilizzare per produrre sviluppo economico, turismo, nuove infrastrutture o attività logistiche. Dall’altra parte ci sono visioni, alle quali mi sento naturalmente più vicino, che cercano di costruire un rapporto di maggiore equilibrio tra la componente umana e quella non umana, riconoscendo a entrambe una propria dignità.
Ma non sono due posizioni contrapposte. Oggi convivono molte idee di paesaggio, espressione di culture, sensibilità ed esigenze differenti. Sono visioni che si confrontano e talvolta entrano in conflitto, proprio come avviene nella società contemporanea.
Il punto, però, non è stabilire in termini assoluti se un cambiamento sia positivo o negativo. Le trasformazioni sono inevitabili. A noi sta comprendere come intervenire al loro interno. Per me l’Appennino è interessante proprio per questo. Perché è un territorio vivo, nel quale possiamo costruire un rapporto maturo e contemporaneo con la natura.
In questo rapporto tra uomo e paesaggio, quali dovrebbero essere le parole guida per affrontare le trasformazioni future?
Credo che le parole fondamentali siano due, responsabilità e senso.
In passato abbiamo realizzato troppe cose prive di senso, sia dal punto di vista economico e funzionale sia per le conseguenze che hanno avuto sulle persone e sulle comunità.
Per questo penso che ogni intervento sul territorio debba partire dalla consapevolezza e dalla capacità di attribuire un significato alle scelte che compiamo.
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