“Oppure il diavolo” è l’ultimo romanzo di Luca Tosi, uscito di recente per i tipi di TerraRossa Edizioni. Tosi, classe ‘90, è uno scrittore romagnolo che ormai da qualche tempo vive a Bologna. Considerevole la sua produzione di racconti, apparsi, tra gli altri, su “Futura”, “Snaporaz”, “minima & moralia”; poi, nel 2022, il primo romanzo: “Ragazza senza prefazione” (TerraRossa Edizioni). Quale migliore occasione dell’uscita della sua opera seconda per rivolgergli qualche domanda?

Foto di Luca Guidi
Partiamo dunque da “Oppure il diavolo”, opera che ha come protagonista il disgraziato Natale, segnato da una madre manesca e da una vita nella sperduta provincia di Poggio Berni (che, per inciso, è un luogo reale in provincia di Rimini). Ebbene, cos’è effettivamente il Diavolo nel tuo romanzo?
Quando ho cominciato a scrivere Oppure il diavolo, volevo sperimentare con una storia che avesse tutti i canoni realisti, ma che a un certo punto potesse contemplare un elemento estraneo al realismo che è, appunto, soprannaturale. Così ho iniziato a pensare a un personaggio che fosse completamente succube della realtà di provincia, soffocato; e per il quale l’unico sfogo possibile fosse fantastico, soprannaturale. Da qui il diavolo, che per il protagonista Natale è un’alternativa, una possibilità nel senso che comincia a rivolgersi a lui perché lo percepisce come l’opposto di Dio, l’opposto del bene. Natale si è sempre rivolto a Dio, andando in chiesa, pregando, ma non ha mai ottenuto indietro granché. E se Dio non funziona, perché non provare a interpellare il diavolo?
Natale è un personaggio che si sente escluso, che ha un senso di colpa quasi esistenziale e quindi trova nel male, nel diavolo, un’alternativa che lo porta ad esprimere qualcosa di più di sé stesso, il desiderio ad esempio – che poi è uno dei temi del libro. Questo è il diavolo: un’alternativa, un’altra possibile traiettoria individuale e umana da percorrere.
Rimane la domanda: Natale è un personaggio buono che diventa cattivo per tutta una serie di circostanze oppure un lato diabolico era già presente in lui ed egli ci si è abbandonato?
Il tuo protagonista è un emarginato, non è un cervello fine, poco colto, potremmo definirlo un po’ borderline. Scrivendone in prima persona, come è stato costruire questa voce narrante?
Il personaggio nasce da un episodio di quando io avevo 11-12 anni. D’estate andavamo a pesca con degli amici a Poggio Berni. Capitava che venisse un uomo a controllare se avessimo la la licenza di pesca; poi ne approfittava un po’ per attaccare bottone, per darci dritte sulla pesca e, un paio di volte, è successo che si “avvicinasse un po’ troppo” a qualcuno di noi. Ripensandoci anni dopo, l’ho visto come un personaggio con un forte conflitto interiore, sul quale poter costruire una biografia nel senso di immaginare quali motivi lo portassero a attuare dei comportamenti del genere, pur non sapendo niente di lui.
Per quanto riguarda la voce, quando scrivo utilizzo da diverso tempo un meccanismo: penso le parole e le frasi in dialetto romagnolo e mi traduco in simultanea quando schiaccio i tasti del computer. Mi rivolgo spesso al dialetto e ai regionalismi in generale perché si tratta di parole che appartengono a un territorio e sono la via, per me, più autentica per far parlare un personaggio, lavoro molto sulla credibilità della lingua. Poi, il dialetto ha un suo ritmo anche mentale, quello di una prima persona rimuginante che a volte entra in dei mulinelli di pensieri, che magari si contraddice; insomma ci sono vari livelli che poi emergono attraverso questo modo di scrivere. Peraltro, parlando di un personaggio di provincia e in rapporto conflittuale con la provincia per me aveva ancor di più senso questo metodo di scrittura, perché il dialetto è un po’ la lingua della pancia – rispetto all’italiano che è più una lingua del cervello – e io volevo che questo personaggio parlasse di pancia.

Foto di Luca Guidi
Parlando di dialetto e di provincia, perché, secondo te, è importante narrare la microdimensione provinciale e le micro dinamiche sociali che la caratterizzano, in contrapposizione ad esempio alla dimensione macro del grande romanzo – qui inteso come romanzo di grande respiro, che cerca di parlare ad esempio di un’epoca o dello spirito di un paese?
Mi viene in mente Bianciardi: quando ci si mette a scrivere si può ritrovare una verginità espressiva se si scrive di provincia. Questo perché la provincia ti rimanda a una dimensione vergine di quello che hai da dire, di quello che vuoi tirare fuori. Poi c’è un motivo chiaramente autobiografico perché sono cresciuto in provincia, sono di Sant’Arcangelo di Romagna: ho passato interi pomeriggi e intere serate al bar del paese a sentire quello che si diceva, quello che succedeva, quali erano i parametri e il perimetro di questi luoghi.
Nei miei romanzi la provincia è sia luogo geografico che condizione mentale: molti cresciuti in provincia si sentono di non riuscire a esprimersi veramente perché su di loro pesa già un giudizio, un’etichetta – di chi sei figlio, che cosa fai o hai fatto -, insomma c’è sempre quel tipo di di atmosfera. C’è senso di appartenenza ma, allo stesso tempo, una gran voglia di scappare, poi di tornare, poi di non sentirsi veramente a casa quando si torna. Per tutte queste dinamiche la provincia è un luogo ideale per raccogliere storie, rispetto ad esempio a Bologna, dove faccio più fatica a raccogliere questo tipo di materiale.

Foto di Luca Guidi
Quali sono i tuoi modelli? Quali sono stati altri autori decisivi per la tua formazione e per influenzare il modo in cui oggi scrivi?
Ho lavorato su questo mio modo di scrivere a partire da alcuni scrittori romagnoli come Raffaello Baldini, Nino Pedretti, Tonino Guerra – tutti e tre di Sant’Arcangelo. All’inizio cercavo riferimenti e influenze negli americani, nei russi, ma quando mi mettevo a scrivere andavo a cercare un po’ le parole per aria, mi viene da dire. Poi ho scoperto gli autori romagnoli – inizialmente li snobbavo; osservavo come traducevano le loro poesie in fondo alla pagina: per esempio Baldini, nel tradursi, era completamente aderente al dialetto e ne veniva fuori un italiano contaminato da regionalismi, da dialettismi molto vicino al monologo; Pedretti faceva una cosa diversa, si traduceva alzando il tono e i suoi scritti tradotti andavano in una direzione diversa dal dialetto. Da qui ho cominciato un pochino a capire che potevo avere una voce senza andarla a cercare chissà dove, ma che, in qualche modo, questo tipo di lingua ce l’avevo nella pancia.
Poi, ad esempio per “Oppure il diavolo” mi sono messo a fare letture in cui compariva questa figura: racconti, soprattutto di autori russi, se non sbaglio il primo è stato un racconto che si chiama il diavolo di Marina Cvetaeva; mi ha aiutato tantissimo una raccolta di Andrea Tarabbia, “Racconti di demoni russi”. Letture interessanti per vedere quali possibilità può dare la figura del diavolo in letteratura. O anche “Il cappotto”, di Gogol’, per come il realistico sfocia in un finale fantastico.
Andando indietro agli autori che mi hanno stimolato a scrivere, ci sono quelli della Beat Generation: Kerouac, Burroughs, ma anche Bukowski e poi Salinger, che per me è un autore importante: ho imparato moltissimo sull’utilizzo della prima persona da “Il giovane Holden”. I suoi “Nove racconti” andavo proprio ad analizzarli cercavo di schematizzare e cogliere i passaggi e l’utilizzo delle frasi. Avevo fatto un lavoro del genere anche con “Gente di Dublino” di Joyce; era un periodo in cui ero molto preso dal racconto, dal testo breve…
… e come autore parti proprio dai racconti. Com’è il passaggio dal racconto al romanzo?
Confesso che all’inizio volevo scrivere dei romanzi. Diciamo che non riuscendo ad avere grande controllo sui testi lunghi, ho iniziato a fare tanta palestra col racconto, usandolo come forma espressiva sperimentale. Trattandosi di testi brevi, potevo giocarmi un po’ tutte le idee che avevo, andando in varie direzioni; anche ultimamente, ad esempio, ho pubblicato diversi racconti dove uso la terza persona, cosa che per me è abbastanza inedita e che sto cercando di testare. Mi ha aiutato tanto anche il rapporto con le riviste letterarie, perché oltre a venire pubblicati si viene anche “aiutati”, accompagnandoti con editing e revisione. Lì cominci a capire cosa vuol dire lavorare in modo professionale su un testo.
Dicevo, per necessità mi sono voluto inizialmente confrontare con testi su cui potevo avere un controllo, ma sotto sotto, l’idea era di scrivere dei libri. Ho sempre avuto lì un libro che magari cominciavo, che non riuscivo a finire, che riprendevo, eccetera. Poi mi sono sbloccato con “Ragazza senza prefazione”, dove ho provato a scrivere senza interrompermi: una stesura molto veloce di circa un mese, di getto, seguendo un’idea, una suggestione, senza averla troppo indagata; soprattutto, senza rileggere quello che scrivevo. Ogni volta che mi rimettevo a scrivere andavo avanti: proseguivo in un modo o nell’altro, anche buttando lì idee scapestrate, ma cercando di spingere in avanti il testo. E ha funzionato, effettivamente ha rimosso il blocco che avevo sulla lunga distanza. Poi resta un lavoro di editing enorme: riempire i buchi, selezionare, insomma per cercare poi di far stare in piedi quello che c’era scritto. Su quello posso starci anche un paio d’anni, come è successo per entrambi i libri, finché non arrivo ad una forma “decente” che posso poi proporre a qualcuno.
Visto che abbiamo tirato in ballo “Ragazza senza prefazione”, vorrei farti una domanda sul tuo protagonista, Marcello: quasi trentenne contemporaneo, di provincia, alle prese con una Lei che non riesce a togliersi dalla testa, situazione che sicuramente abbiamo esperito un po’ tutti. Quello che mi incuriosisce è la scelta di avere come protagonista un personaggio normalissimo, poco interessante dal punto di vista letterario; è una scelta “politica”? E con questo intendo, volevi dare voce a questa figura del giovane medio che nell’attuale discorso sociale e politico, è sostanzialmente assente?
Il protagonista, Marcello, va per i 30 anni, ha finito di studiare e torna a casa dai genitori perché deve fare quel passaggio da università a lavoro. È in un momento di transizione, “di crisi”, e l’unico suo diversivo è il pensiero di una ragazza con cui lui ha passato una sola serata alcuni mesi prima, poi la cosa è rimasta incagliata e lui vuole capire perché. Allora fa delle lunghe passeggiate per il paese e ripercorre mentalmente la storia con questa ragazza, per distrarsi, per cercare di venire a capo della storia e un po’ di sé stesso cercando la direzione da prendere.
In Marcello c’è una componente autobiografica: quella era un po’ la mia condizione mentre scrivevo; ma in realtà non sono partito con l’idea di affrontare questo tema in quanto condizione sociale, poi in un certo modo è emerso e ho pensato di svilupparlo.
La critica aveva notato soprattutto l’indagine della figura del maschio contemporaneo, di come i tempi che stiamo vivendo stanno modificando la percezione del maschile nelle sue varie trasformazioni, considerando cose come la virilità, il decisionismo. Tramite Marcello parlo di una condizione di spaesamento che vive il maschio, di un campo in cui non ci sono riferimenti precisi, ma dove è tutto un po’ in dubbio e da riscrivere: una nuova vulnerabilità, nel maschio ma anche nei giovani contemporanei in genere. Non so se tutto questo possa avere una valenza politica o culturale interessante, però è qualcosa che osservo e per me era interessante scriverne.

Foto di Luca Guidi
Riprenderei quanto dicevi prima su Bologna: perché ti da meno materiale rispetto ad un contesto provinciale?
Per rispondere alla seconda domanda, onestamente non lo so, nel senso che quando mi metto a scrivere vuoi o non vuoi io vado a cadere nel pozzo della provincia. Mi è capitato di scrivere qualcosa ambientato a Bologna, ad esempio una raccolta di racconti ambientati nelle osterie bolognesi (Biassanot – Battaglia Edizioni, ndr), però è diverso: per me Bologna incarna un po’ la città, il posto in cui io sono arrivato perché volevo evadere la provincia, il luogo del lavoro e per questo non la identifico come dimensione ideale per la scrittura.
Faccio fatica a identificare un motivo preciso, forse è il fatto che sono ancora “abbastanza fresco” in questa città, non ho radici o parenti qui. Le conoscenze, le situazioni, sono più mature e meno conflittuali; ecco, è un po’ il conflitto quello che mi serve per scrivere e qui ne trovo di meno
… e come vedi e vivi la scena letteraria bolognese?
Ti confesso che non frequento tantissimo la scena o i circoli bolognesi, però ci sono autori residenti a Bologna come Ermanno Cavazzoni che per me è un autore fondamentale; c’è Paolo Nori. E anche nelle librerie locali e negli eventi letterari vedo fermento, è un ambiente molto vivo. Mi capita di parlare con tanti autori giovani che scrivono racconti.
Mi è capitato qualche volta di andare a trovare Cavazzoni che ogni tanto organizza dei ritrovi tra autori dove chi vuole può portare un testo e leggerlo, con gli altri che lo ascoltano e lo commentano in un contesto conviviale: una bella occasione, ma non la quotidianità. Diciamo che c’è atmosfera ricca, sai che sei in un posto dove ci sono anche altri che stanno scrivendo.
Restando nella dimensione “local”, come è cambiato l’immaginario emiliano-romagnolo e il modo di fare letteratura qui, negli ultimi anni?
Da quello che vedo io, una cosa che ho riscontrato e apprezzato in alcuni autori come Cavazzoni, Nori, Benati, ma anche dai romagnoli che citavo prima, è stata portare nella letteratura o nella narrativa l’elemento dell’oralità, cioè un elemento che compare nella storia scritta anche solo per sentito dire, i regionalismi, il narrare certi territori. L’oralità anche come approccio alla scrittura: e torniamo un po’ al discorso che facevamo all’inizio dell’utilizzo di un linguaggio per dare anche una credibilità semantica al personaggio e al narrato. Autenticità adesso è un termine inflazionato, però più o meno l’idea è quella.
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