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“Scrivere permette di superare paure, insicurezze, blocchi”. L’antologia #iostoacasa di Pendragon Edizioni è un esperimento di letteratura sociale

01-06-2020

Di Pietro Romozzi

Strani giorni questi, che nessuno si aspetterebbe di vivere nell’arco di un’esistenza, e invece… di questi giorni abbiamo parlato (probabilmente troppo), li abbiamo documentati, qualcuno ha provato a raccontarli e proprio a loro ha rivolto la sua attenzione la bolognese Pendragon Edizioni, chiedendo via social dei brevi racconti, usciti il 27 maggio nell’antologia #iostoacasa.

Sono state selezionate 110 storie avvolte da una pregevole copertina curata da un grande disegnatore italiano, Giuseppe Palumbo. Il fine è solidale dal momento che tutti i proventi dei diritti d’autore saranno devoluti alla protezione civile per aiutare il contenimento della pandemia.

Ma lasciamo che sia Antonio Bagnoli, direttore di Pendragon, raggiunto per l’occasione, a dirci qualcosa in più su questo esperimento di “letteratura sociale”.

Questa chiamata non era tanto per trovare nuovo materiale da leggere, quanto per far scrivere.

Consapevoli della funzione terapeutica della scrittura, che nasce da un’urgenza e permette di superare paure, insicurezze, blocchi, volevamo che a farlo non fossero nostri autori o “esperti”. Queste persone già lo fanno abitualmente. Ci affascinava invece l’idea che ad utilizzare questo medium fossero persone che non ne fanno uso abituale, per inserirvi le proprie sensazioni e desideri.

 

Il successo è stato enorme, con oltre 900 racconti, dei quali appena 200 o 300 provenienti da qualcuno che “sapesse scrivere”. Per tutti gli altri la voglia di mettersi in gioco è nata dal leggere in rete i racconti degli altri, riscontrando affinità, interagendo. È stata un po’ una sorpresa vedere quanto la lettura e la scrittura uniscano.

La rete, intesa come interazioni, likes e “metriche social” varie, ha in qualche modo influenzato il giudizio?

No, la rete non ha influito. Abbiamo progressivamente archiviato i racconti in un file dal quale è stata successivamente fatta la selezione, senza tenere traccia di gradimenti e interazioni.

In molti concorsi sono i “like” a decidere il vincitore, ma in questo caso ci siamo riservati il diritto di decidere sulla base della qualità del racconto, anche a costo di scartarne di molto popolari.

Avendo partecipato personalmente alla selezione, puoi dirci quale è stato il racconto che più ti ha colpito?

Faccio una doverosa premessa: un editore non dovrebbe mai fare dei distinguo tra i propri prodotti perché ognuno di essi è di valore, ma ce n’è uno che nel momento in cui l’ho ricevuto mi ha scaldato il cuore: “Il cerchio del contagio” di Antonio Castronuovo.

Oltre ad essere scritto con maestria, leggerlo “mi ha fatto bene”, mi ha fatto sorridere e rasserenare in un momento in un momento personale problematico e di particolare tensione.

Immagino però che di fianco a chi, come Castronuovo, ha scelto una chiave ironica, ci siano stati molti autori che hanno puntato maggiormente su aspetti drammatici o ansiogeni. Leggendo tra le loro righe, quale pensi sia stato l’impatto di questa epidemia sulle persone?

Beh, gli psicologi avranno un gran lavoro da fare nei prossimi mesi…

In generale mi è sembrato che sentimenti predominanti siano paura e solitudine; una solitudine “esistenziale”, vissuta ad esempio da chi ha trascorso il lockdown con la propria famiglia, e che, da lettore, ho percepito nei racconti.

Stare chiusi in casa poi, ha fatto emergere il bisogno di socialità, bisogno che va oltre questo atteggiamento di assurda condanna alla “movida”, questa nuova caccia alle streghe.

Sin qui abbiamo parlato della scrittura. Quanto alla lettura, credi che in questa particolare situazione acquisti funzioni e significati diversi?

La lettura ha sempre svolto un ruolo nei momenti critici; a maggior ragione dunque ha valore in questo momento.

La lettura, e la cultura in generale, dovrebbero aiutarci a recuperare quella capacità critica che i social network in particolare modo ci stanno togliendo. Mi auguro che attraverso questa pandemia si capisca l’importanza di riorientarsi verso la conoscenza, che passa attraverso la letteratura.

Da editori poi, abbiamo osservato come la lettura abbia bisogno di propri tempi e modalità, in particolare di mente libera e giusta predisposizione d’animo. Infatti nell’ultimo periodo si sono letti o venduti pochissimi libri.

Questo in parte mi sorprende, proprio perché immaginavo che l’avere molto più tempo a disposizione potesse riavvicinare alla lettura…

Il riavvicinamento non c’è stato. Anche io che sono un lettore forte mi sono reso conto di fare più fatica in questo periodo. Nel mio caso, ad esempio, oltre alla “paura” generale c’era anche quella imprenditoriale Posso dunque immaginare una qualsiasi persona con un’attività commerciale che ha visto le proprie problematiche aumentare di giorno in giorno tornare a casa e non avere la predisposizione giusta per sedersi e leggere un bel romanzo.

Si è creata una situazione bifacciale: da una parte il bisogno di cultura e lettura, dall’altra la tensione e la scarsa attenzione che ti allontanano dai libri e ti fanno piuttosto mettere davanti alla televisione in maniera passiva.

(Ironicamente) La lettura necessità di avere “entrambi gli emisferi attivi”, la TV no; si sono consumate tantissime ore di film, serie, eccetera. Però il bisogno di lettura resta, e l’iniziativa #iostoacasa ce lo ha dimostrato: le persone non solo scrivevano, ma si leggevano tra loro, si commentavano, e questo gli è stato utile a capire questo momento e ad affrontarlo.

In un’ottica futura invece, pensi che iniziative come la vostra possano aprire nuovi spazi per un settore editoriale in difficoltà? Allo stesso tempo, questa apertura e “democratizzazione” verso i non autori, non rischia di sfociare nel dilettantismo?

Nel nostro caso i testi naif sono stati davvero pochissimi; anche i racconti di persone senza familiarità con la scrittura avevano il pregio di essere molto diretti. Inoltre, aver avuto la possibilità di scegliere tra così tanti racconti ci ha permesso di mantenere alto il livello. In altre parole non abbiamo corso il rischio di mettere insieme “i 20 racconti del dopolavoro” e ciò contribuisce alla fortuna di questa raccolta.

Ho maggiori dubbi sulla replicabilità, perché un’iniziativa del genere necessita di un evento significativo, che tocchi e scuota le persone. Ad esempio, se dico “l’Italia ha vinto i mondiali, scrivete un racconto!” ne viene fuori una roba tutta uguale.

Di fronte ad un’epidemia c’è chi ha reagito con disperazione, chi con ironia: la grande varietà di reazioni ed emozioni porta la raccolta ad avere una forza e una potenza fuori dall’ordinario.

Una domanda finale: abbiamo parlato dell’antologia #iostoacasa e dell’esito più che positivo dell’iniziativa di Pendragon, ma nel momento in cui l’avete concepita e lanciata, cosa vi aspettavate?

Di certo non ci aspettavamo di raggiungere un numero così alto di partecipanti. Pensando ad una raccolta di 100 racconti ci siamo posti la domanda “e se ne arrivano 101?”

Visto che in parte ne abbiamo discusso, anche se non sta bene dirlo, non mi aspettavo una qualità così alta di scritti ricevuti.

Non ci aspettavamo neanche una attenzione così grande da parte di chi non scriveva. In tanti hanno espresso il loro entusiasmo per l’iniziativa, anche solo per dirci quanto leggere questi racconti quotidianamente gli facesse compagnia. Vedere l’empatia che si è creata è stata una bellissima sorpresa.

I racconti, selezionati e non, restano in rete sulla pagina di Pendragon. Ringrazio Antonio per aver soddisfatto la nostra curiosità, ma c’è ancora una cosa che voglio fare: leggermi quello che lo ha colpito così tanto.