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“Sono ispirato dal disagio”. Stefano Bonazzi ci mette davanti alla nostra zona d’ombra

15-06-2018

Di Luca Vanelli

“Sono ispirato dal disagio”. Stefano Bonazzi ci mette davanti alla nostra zona d’ombra

Stefano Bonazzi ci ha sempre sguazzato nel dolore, riuscendo ogni volta a non annegare con l’aiuto della fotografia e della scrittura. Oggi, in un mondo in cui “c’è la tendenza ad oscurarlo e a dipingerlo di qualcos’altro”, lui decide di andare controcorrente. E di mostrarci la parte più buia di noi stessi, per avere il coraggio di affrontarla.

Prima di tutto una domanda necessaria: che cosa sei ora? Come ti definiresti? Te lo chiedo perché fai veramente di tutto…

“Prima di tutto nasce il “me” fotografo, totalmente autodidatta: a 18 anni ho preso in mano una Reflex e ho iniziato a scattare. È la prima forma d’arte a cui mi sono avvicinato, soprattutto a scopo terapeutico. Era un periodo in cui soffrivo di attacchi di panico, ero diventato ipocondriaco e quindi mi avevano consigliato di trovare una forma creativa con cui svagarmi.

Poi, lavorando come grafico, ho capito che con la post produzione digitale potevo fare qualcosa che riuscisse ad allontanarmi dal lavoro. Quando faccio il grafico abbellisco: seni enormi, mari al posto di paludi.. Alla sera invece, stressato da tutto questo abbellire,  faccio tutto il contrario: metto le nuvole, copro i volti, creo atmosfere più cupe.

Sull’altro fronte, quello della scrittura, io in realtà nasco prima come lettore accanito: il mio battesimo letterario è stato a 7 anni con ‘Buio’ di Stephen King, non proprio una lettura semplice.

La scrittura mi ha sempre intimorito molto, soprattutto l’immagine “poetica” dello scrittore emarginato dal mondo che scrive di notte nello scantinato. Superata questa paura, circa sette anni fa, ho iniziato a scrivere il primo libro (‘A bocca chiusa’ ndr). Ho fatto un corso di scrittura con Gianluca Morozzi, che mi aiutato molto, e così ‘A bocca chiusa’ è andato in porto con un po’ di fattore ‘C’, anche perché non ero nessuno e non avevo conoscenze nell’ambiente. Pure in questo caso mi sono servito di una forma artistica per sfogare una parte di me.

In questo momento ti senti più fotografo o scrittore?

Ora, sinceramente, mi considero diviso a metà.

La fotografia è più immediata: quando faccio un lavoro, anche molto complesso, al massimo mi porta via qualche giorno, nonostante io sia molto puntiglioso sulla post produzione.

      

Il libro invece ha bisogno di un lavoro molto più lungo: non riesco a farlo di lavoro, quindi è una forma creativa che nel mio caso procede più a rilento. Non mi considero uno scrittore prolifico da un libro ogni tre settimane.

Sono due forme artistiche che adoro entrambe allo stesso modo. Finché mi permettono di esternare gli stati d’animo e i sentimenti che ho dentro, per me vanno bene.

È evidente che ci sono più artisti che vivono dentro di te. Ma vivono in appartamenti separati senza mai sentirsi o si influenzano tra di loro?

No, in realtà si sentono spesso. Già diverse persone mi hanno detto che ho una scrittura molto fotografica, visiva. E ripensandoci ho notato pure io che, quando vado a scrivere un capitolo, cerco di immaginarmi la scena come un regista cinematografico sul set. Tutto questo, molto probabilmente, viene ereditato dal mio lavoro e dalla fotografia.

Nel mio primo libro c’era una parte che prendeva spunto da uno dei miei primi lavori, a cui ero molto affezionato e volevo provare a trasporlo su carta. L’uomo asociale ed emarginato del libro ad un certo punto adesca un ragazzino e per attirare la sua attenzione gli racconta una fiaba a puntate, in cui il protagonista era un uomo che camminava per la città deserta con uno scafandro e il cilindro. Purtroppo questa fiaba mi è stata bocciata dall’editore, perché un po’ troppo delirante. Il libro è uscito con una fiaba completamente diversa, ma l’influsso tra le mie due anime artistiche è veramente molto prolifico.

In generale tutto quello che scrivo verte su pochi personaggi, spesso asociali o che hanno problemi ad integrarsi nella società, che si ricollegano perfettamente all’atmosfera delle foto che produco.

Cosa ti ha portato a questo tipo particolare di fotografia?

Son rimasto folgorato dal filone americano del ‘Pop surrealismo’. Artisti, come Mark Riden e Marion Peck, lavorano con il digitale in modo da dare alla fotografia un aspetto tra il fiabesco e l’inquietante, quasi tra Tim Burton e David Linch. Cercavo qualcosa che non fosse la semplice immagine patinata, qualcosa che si allontanasse molto dalla fotografia classica. Nel mio piccolo e a modo mio ho cercato di dare un contributo a questo filone.

Poi io stesso sono in continua evoluzione, quindi ci sono momenti in cui mi sento più vicino al ‘Pop surrealismo’ (come nella serie ‘Silent places’) e altri in cui mi allontano (come in ‘The White Sky’). Se non sperimentassi mai avrei paura di ripetermi troppo. Ormai sono arrivato ad un punto che quando finisco un lavoro non la considero più solo fotografia, ma delle vere e proprie composizioni

Parliamo ora della tua ultima fatica letteraria: “L’abbandonatrice”. Intanto Davide, aspirante fotografo..

Fermo subito la tua fantasia. Non sono io.

Mannaggia, e io che cercavo lo scoop… Però, come per tutti gli scrittori, immagino che qualcosa di tuo ci sia.

Assolutamente sì. Ti dico che in generale questo libro è un tributo all’arte. Tutti e tre i protagonisti (Sofia, Oscar e Davide ndr) sono rappresentanti di una forma d’arte a loro collegata: Davide è fotografo, Oscar è pianista jazz e Sofia è un’illustratrice.

Ho scelto di far diventare Davide fotografo soprattutto per esigenze narrative e l’unica cosa che ha davvero in comune con me sono gli attacchi di panico. Dei tre personaggi è comunque quello che sento più vicino e quindi gli ho dato una forma in cui potessi riconoscermi.

Dolore, inquietudine, attacchi di panico.. Mi sembra che quest’ area possa essere l’anello di congiunzione tra foto e scrittura. Me lo confermi?

Sono sempre stato ispirato dal disagio, in tutte le sue forme.

Brunori Sas dice: “Se c’è una cosa che mi fa spaventare, del mondo occidentale, è questo imperativo di rimuovere il dolore.” Cosa ne pensi di questa affermazione? Abbiamo davvero un problema ad affrontare il dolore?

Sicuramente oggi c’è la tendenza ad oscurarlo, a dipingerlo di qualcos’altro. Io per primo ho fatto fatica a pubblicare entrambi i libri proprio perché vari editori mi dicevano: ‘il libro è buono, ma è troppo duro. E la gente non vuole leggere cose troppo ostiche in questo periodo’.
Quindi sì, posso confermare quello che ha colto Brunori. C’è una forte tendenza a mascherarlo, ad addolcirlo. I miei libri, per quanto possibile, fanno il contrario e lo estremizzano.

Quindi anche tu sei abituato ad affrontare il dolore? O ti reputeresti una persona che preferisce evitarlo?

Io in realtà ci ho sguazzato dentro per anni. Nel periodo culminante dei miei attacchi di panico mi sentivo in un magma nero brutale. Ho fatto un percorso di terapia su livelli psicologici e sanitari, quindi penso di conoscere bene certe tematiche. E riguardando adesso verso il passato, sono quasi riconoscente verso tutto il dolore che ho provato. Di quello che è venuto fuori molto è scaturito anche da quei momenti bui.

Questo libro a chi lo consiglieresti? Secondo te chi potrebbe aiutare?

Poco tempo fa dei ragazzi, tutti fra i 18 e i 20 anni che soffrono di attacchi di panico, mi hanno scritto personalmente su Facebook ringraziandomi perché leggendo si sono sentiti meno soli. Questa è una delle gratificazioni più grandi per uno scrittore, più dei dati di vendita, anche perché ho scritto questo libro proprio per chi si trova in una situazione instabile, pensando a quel ragazzino che sta affrontando un periodo di transizione in cui scoprire nuove parti di se stesso.

Il libro però è stato letto anche da persone solari, vivaci, positive. E sono comunque riuscite ad apprezzarlo. Tra le due possibilità forse arriva di più a chi non è in un momento felicissimo, però ho notato che è arrivato anche a persone che si trovano in pace con sé stesse.

Più che consigliarlo a persone che si trovano in un certo stato d’animo, lo consiglierei a chi ha una certa attitudine e sensibilità verso i cambiamenti e le trasformazioni. Più che drammatico, io inserisco questo libro nel genere del romanzo di formazione.

All’interno del libro un altro tema forte è quello della competizione e dei suoi eccessi. Un atteggiamento che spesso si riversa sui social e ci porta a ricercare sempre tantissimi follower, tantissimi amici e tantissimi like. Da amico, cosa consigli a chi vuole abbandonare questa mentalità e non vuole farsi schiacciare da questa competizione?

Molti dicono che sia sufficiente allontanarsi dai social e spegnere tutto, ma non credo che questa sia la soluzione.

Facebook, come tutti i social network, è solo uno strumento e la vera differenza sta nel come decidiamo di percepirlo: questa continua ricerca di affermazione, che ti porta a contare i like, è estremamente fittizia. I diecimila follower che puoi avere sulla tua pagina difficilmente ti danno da mangiare alla sera, eppure molti si affannano (anche a livello commerciale) per raggiungere certi numeri.

Si possono utilizzare i social per aprirsi nuove strade: il mio libro ha avuto un bel riscontro anche perché sono riuscito a costruirmi una rete di persone che sono legate a quello che faccio. Quindi io stesso uso questi strumenti, ma non ne sono dipendente. Se faccio un post e viene ignorato alla sera riesco a mangiare lo stesso. Mentre vedo amici e coetanei che se non hanno un riscontro immediato di like o commenti soffrono e aggiornano continuamente l’applicazione. L’uso in sé quindi può diventare nocivo.

Quello che posso consigliare, da persona non famosa, è quello di divertirsi con lo strumento social. C’è un termine che ritengo perfetto in questa situazione: “scialla”. Bisogna cercare la propria affermazione altrove e utilizzare lo strumento social come mero passatempo.

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