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“Abbiamo ancora bisogno di urlare”. Gli Aabu lanciano al Covo il nuovo album

05-11-2018

Di Claudia Palermo
Foto di Beatrice Belletti

“Abbiamo ancora bisogno di urlare”. Gli Aabu lanciano al Covo il nuovo album

L’esigenza di farsi sentire per urlare ciò che non va bene, pronti a rialzarsi di fronte alle intemperie quotidiane, accompagnati da un sound incisivo e diretto proprio come i loro testi. Il 9 novembre alle 22, al Covo Club, gli Aabu, quintetto bolognese che ha vinto il contest di ArtRockMuseum, (ve ne avevamo parlato qui) presenteranno in anteprima assoluta il loro ultimo lavoro, in una festa che vedrà sul palco anche Bombay e Riccardo Mazzy Masetti.

E già il titolo, Abbiamo ancora bisogno di urlare, la dice lunga.

Attraverso la voce di Emanuele Sgargi, la chitarra di Alessandro Cairo, quella di Mattia Pace, il basso di Michele Zappoli e la batteria di Sonia Bondi, senza filtri e timidezze, i ragazzi tirano fuori debolezze, errori, punti di forza, usando un linguaggio personalissimo ma tanto potente da essere universale, così da renderci partecipi a questo urlo all’unisono.

Come il vostro nuovo album vi chiamate Aabu, Abbiamo Ancora Bisogno di Urlare. Cos’è che volete urlare? “Ancora” perché non è mai abbastanza? È difficile farsi sentire? 

“Abbiamo ancora bisogno di urlare nasce dall’esigenza di esprimere la nostra identità al massimo, nei testi e nella musica. È un urlo forte e deciso contro una realtà che non ci soddisfa, e un modo attraverso il quale stimolare chi come noi sente questa necessità. Vogliamo dire a tutti che non bisogna mai arrendersi e che c’è sempre abbastanza voce per alzarsi ancora una volta per dire la propria opinione e farsi valere. Sappiamo molto bene che, nell’era della completa interattività e della scelta infinita, è diventato più difficile farsi sentire veramente e farsi apprezzare. Siamo bambini a cui è stato dato tutto quello che volevano fino a perdere il valore vero delle cose”.

Avete detto: “Abbiamo perso una guerra che non è stata mai nostra”. Perché? 

“La costruzione di un’identità passa sempre attraverso momenti di crisi e forte scontro con la realtà, almeno così è stato per noi. Nonostante suoniamo insieme da parecchio tempo, siamo nati da poco. Abbiamo un solo disco alle spalle quindi ci siamo scontrati con un mercato discografico spesso disinteressato e non interessante. Questo ci ha fatto ragionare molto sulle nostre scelte artistiche, quella guerra volta al piacere per forza, tanto combattuta dai talent (e non solo) non ci appartiene. Il messaggio arriva solo se forte e chiaro, e se lo si trasmette altrettanto chiaramente e con la consapevolezza delle proprie scelte. Questo processo è alla base di tutto il disco che è nato in maniera istintiva e immediata, quasi come esserci riscoperti. Abbiamo infatti vissuto il progetto come una nuova nascita ed un nuovo livello di consapevolezza che riguardano noi stessi e quello che vogliamo trasmettere attraverso la nostra musica che diventa così vero linguaggio e arte”.

Mi descrivete in poche parole la campagna Musicraiser che vi ha permesso di pubblicare il vostro lavoro? 

“Scegliere Musicraiser ha rappresentato la prima sfida di questo lavoro, il primo modo per confrontarci con il pubblico e trovare subito un riscontro sul nostro progetto. È stato bello vedere tanta gente credere in noi e rispecchiarsi in quello che diciamo. La campagna è stata un successo, il disco non deluderà i nostri raisers perché sappiamo che dentro ci sono tutti loro e tutti quelli che lo ascolteranno ci si rispecchieranno. Il crowdfunding è uno strumento potente che oggi sostituisce il lavoro dei talentscout dei vecchi tempi. Fortifica il legame tra artista e ascoltatore oppure lo distrugge del tutto. Inoltre è la riprova che l’idea, il messaggio, vince sul prodotto finale: si ritorna alla guerra che non era nostra. Un buon prodotto non funziona se non ha un messaggio forte dietro”.

Confessione è il brano che anticipa l’album, parla di un’amicizia finita male. È difficile tornare a fidarsi dopo esperienze del genere? 

“La realtà è che non torni mai a fidarti come prima. Certe cose cambiano il modo che hai di rapportarti con la gente, e lo fanno prima in maniera netta e decisa, come autodifesa, ma poi ti portano smussare gli angoli e a costruire una nuova versione di te, più preparata, più forte ma anche più scoperta su altri fronti. Confessione è l’esatta fotografia della prima reazione, quella dell’autodifesa e della negazione. Per questo l’abbiamo scelta come primo singolo del nostro Aabu”.

Quanto può condizionarci il nostro passato? In brani come Tutte le cose sbagliate e Camilla affrontate l’argomento. 

“In queste due canzoni affrontiamo due momenti diversi di uno stesso argomento: l’influenza delle nostre azioni su ciò che siamo. Nella prima, la canzone che apre il disco, abbiamo voluto rendere noi e chi ascolta consapevoli che siamo il risultato inevitabile delle nostre azioni e lo facciamo con una semplice domanda retorica: ‘Chi siamo stati prima non l’abbiamo deciso noi?’. Camilla è un pensiero invece rivolto al futuro. ‘Con la consapevolezza che siamo il risultato delle nostre scelte, abbiamo un futuro? Ma soprattutto, siamo in grado adesso di costruire qualcosa o siamo ancora in balia degli eventi?’. Camilla è una canzone dedicata alla nascita della figlia di un membro della band. Nella sua crudezza vuole essere il consiglio di non buttare via il tempo perché crescere è una questione di attimi”.

Un album che presenta dei testi “duri”. Siete tendenzialmente pessimisti o solo vogliosi di sbatterci in faccia la realtà? 

“Aabu è stato scritto di getto, d’istinto, come a voler descrivere l’attimo in cui si comincia a reagire dopo essere stati colpiti. È l’urlo che ci risveglia, la fotografia di un momento. I suoi testi, così duri e diretti, vogliono sbattere in faccia la realtà e spingere ad una reazione forte. Noi lo sappiamo che tutti hanno ancora bisogno di urlare”.

Siete un quintetto indie rock, il vostro è un sound incisivo e graffiante. Oggi pensate di aver trovato la strada giusta? 

“Oggi siamo convinti di aver scelto un linguaggio per il nostro messaggio e sappiamo di aver scelto quello giusto. Abbiamo trovato un’identità sonora ed espressiva forte in cui tutti e cinque ci riconosciamo. Sappiamo che le cose cambiano velocemente e non possiamo dire cosa ci porterà il tempo e quali saranno le nostre prossime esperienze. Abbiamo però un progetto più ampio in mente: ‘Basta scegliere’ è stato l’inizio, ‘Aabu’ è un altro mattone che ci consolida ed abbiamo altre cartucce da sparare e molte altre parole da urlare”.

 

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