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Art City 2026. La mostra Anima Aquae e la ricerca tra visibile e invisibile

27-01-2026

Di Laura Bessega

I’ll simply say that ever since I discovered the existence of a life beyond life, everything has changed.

Simone Risi non è un tipo che si ferma alla superficie delle cose. Indaga, sperimenta, ma soprattutto sente. L’assioma, per lui, è partire da se stessi, dalle proprie esperienze per immergersi in territori fragili e inesplorati. Lasciarsi andare.

Simone lo fa con la sua compagna di viaggio, una macchina fotografica. La sua ultima personale, Anima Aquae, in occasione di Art City White Night, è in programma alla Gea Vision Gallery, prima NFT gallery ad aprire in un centro storico italiano, e precisamente in via Goito 7 a Bologna. Il vernissage si terrà Sabato 7 febbraio 2026 alle ore 19.00, seguito dalla presentazione dell’omonimo libro d’artista.

La mostra si sviluppa in dialogo con l’esposizione di design stampato in 3D, ospitata nello spazio adiacente Nove Hair Design, e riesce a creare un filo conduttore tra linguaggi diversi ma affini. In entrambi i progetti, forma, corpo e involucro diventano strumenti di riflessione sul tema della trasformazione. Che si tratti di un corpo immerso nell’acqua o di un oggetto racchiuso nella sua struttura, l’involucro non è mai neutro.

 

“L’acqua è fondamentale, ma invisibile” racconta. “La attraversiamo continuamente senza ascoltarla davvero. Nel mio lavoro diventa una metafora del sentire: qualcosa che esiste, che ci muove, ma che raramente portiamo in superficie. Per me l’acqua è il luogo in cui le cose smettono di essere rigide e iniziano a trasformarsi”.

Come se le illusioni del fotografo da presenti e solide si facessero più leggere, galleggiassero per poi trasformarsi in acqua. Intorno ai soggetti femminili emergono forme circolari trasparenti, instabili e luminose. Emozioni prive di contorni definiti circondano corpi nudi come fossero emanazioni visibili delle emozioni dei soggetti ritratti.

La ricerca di Risi inizia dal suo mondo interiore e si allarga verso l’esterno prima con la macchina fotografica per poi intrecciarsi coi nuovi confini della computer vision e dell’AI.

Infatti Risi parte dalla fotografia per superarla. Cerca un’estetica nuova. Trasforma una serie di scatti reali in uno spazio tridimensionale instabile, dove il corpo, l’acqua e la luce non sono più oggetti da rappresentare, ma fenomeni da attraversare. Non ritrae una scena, ma ne ricostruisce la percezione.

“Per raggiungere una dimensione estetica che mi soddisfacesse davvero, era necessario che l’acqua fosse totalmente integrata nella foto” mi dice. “Non poteva essere un elemento separato o decorativo: doveva diventare parte della struttura visiva stessa. Ho lavorato su profondità, luci, ombre, rifrazioni e riflessi affinché l’acqua partecipasse attivamente alla costruzione dell’immagine, influenzando il modo in cui il corpo viene percepito”.

Il progetto di Simone nasce da una sperimentazione del 3D Gaussian Splatting, una tecnica che parte dalla fotografia tradizionale ma ne supera i confini. Siamo nell’ambito della computer vision e della ricerca su rendering e AI. Diversi artisti e fotografi stanno iniziando a usarla in modo sperimentale. È la traduzione tridimensionale di un set fotografico, ottenuta partendo da più fotografie reali. Non è un’immagine 3D né una scultura digitale modellata a mano, e supera i confini della fotografia tradizionale.

Risi realizza una serie di scatti reali dello stesso soggetto da punti di vista diversi, che vengono poi rielaborati attraverso un processo di ricostruzione tridimensionale.

Il risultato non è una rappresentazione stabile, ma una forma fluida e instabile, dove corpo, acqua e spazio sembrano dissolversi e ricomporsi continuamente. La fotografia smette così di essere una superficie bidimensionale da osservare per diventare spazio percettivo, esperienza che restituisce la sensazione del tempo, del movimento e della trasformazione.

“Questa ricerca di una dimensione estetica precisa, quasi sospesa la inseguo da molti anni. In passato però né le possibilità tecniche né la mia esperienza mi permettevano di raggiungere un risultato coerente con l’idea che avevo in mente. Anima Aquae è il momento in cui visione estetica e maturità visiva finalmente si incontrano”.

Da dove nasce Anima Aquae?

Nasce da una contraddizione personale: non ho mai avuto confidenza con l’acqua, eppure è sempre stata presente nel mio lavoro, anche quando non ne ero consapevole. Non parlo dell’acqua che si vede, ma di quella che si sente. A un certo punto ho capito che era lì da anni, sotto la superficie, e che dovevo darle una forma per poterla guardare davvero, io per primo.

È un progetto legato più a un’esperienza personale o a una ricerca sul corpo?

È entrambe le cose. Parte da un’esperienza personale, ma non vuole raccontarla. Il corpo diventa uno strumento, un mezzo attraverso cui rendere visibile qualcosa di interno, che non ha una forma precisa finché non emerge nell’immagine.

Quando parli di acqua come presenza attiva, cosa intendi?

Nella mia fotografia l’acqua non è un elemento passivo né un semplice mezzo. Diventa qualcosa di vivo, autonomo, con una propria presenza. Non accompagna il corpo, ma lo trasforma, ne altera i confini. È una forza che emerge e rende visibile ciò che normalmente resta nascosto: sensazioni interne, stati percettivi, parti del sentire che difficilmente trovano una forma. Senza l’acqua, queste immagini non potrebbero esistere, perché è lei a influenzare lo spazio in cui il visibile e l’invisibile entrano in relazione. Non assume un solo ruolo. Proprio perché è viva, non si comporta come un oggetto fisico a cui siamo abituati. Non segue una funzione univoca né una logica duale. È immersiva, avvolgente, ma senza fissarsi mai in una definizione stabile.

Questo accade perché, per me, l’acqua appartiene a una dimensione interna: è una materia del sentire. Di conseguenza diventa molteplice, capace di assumere significati diversi nello stesso istante.

Il corpo appare sospeso, quasi rituale: c’è una dimensione simbolica o spirituale?

Sì, c’è una dimensione simbolica, ma non in senso religioso. Nel mio primo libro, Natural Awakening, l’archetipo dell’acqua come principio femminile e spirituale era presente e veniva in parte accompagnato dalle parole: il testo aveva il compito di orientare, di aprire alcune chiavi di lettura.

Con Anima Aquae questo passaggio si compie definitivamente. L’archetipo non viene più spiegato, ma incarnato. Diventa immagine pura. È la sua massima espressione dal punto di vista visivo, senza mediazioni narrative o testuali. Tutto ciò che prima era suggerito o dichiarato a parole, qui emerge direttamente attraverso la forma, il corpo e la materia.

Puoi spiegare meglio cosa intendi per dialogo tra materia e presenza?

La materia è ciò che vediamo: acqua, corpo, superficie. La presenza è ciò che sentiamo, ma che non ha forma. Anima Aquae prova a farle incontrare, rendendo visibile ciò che di solito resta nascosto.

Fotografia e design dialogano sul tema di forma, corpo e involucro: che riflessione nasce?

Nasce una riflessione sul contenere. Il corpo è contenuto dall’acqua, l’oggetto dal suo involucro, lo spazio dalle sue forme. In tutti i casi, l’involucro non è mai neutro: è una soglia che protegge, separa e mette in relazione interno ed esterno, definendo ciò che siamo e come ci percepiamo.

Che tipo di esperienza ti aspetti per chi entra in galleria?

Un’esperienza intima e sensoriale. Vorrei che chi venisse alla mostra non cercasse subito un significato, ma si lasciasse attraversare dalle immagini.

Per Simone Risi l’acqua è una presenza sotterranea che, a un certo punto, chiede di emergere e rendersi visibile. La sua è una ricerca che lavora per sottrazione e che trova nella sospensione, nell’instabilità e nell’ambiguità la sua forma più autentica: non ciò che si vede subito, ma ciò che resta.

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